«Ma è gol?» chiese il terzino Cantarutti. «È passa' e g'ha fatto il buso» replicò
in dialetto il portiere dell'Udinese Lodolo sdraiato a terra guardando la rete
recisa dal forte tiro ad effetto di Felice Levratto.
Era il 17 luglio 1922 e il Vado entrava nella storia del calcio vincendo la prima
Coppa Italia...
Ogni anno per la finale di Coppa Italia quel nome risuona sconosciuto, Vado. Dove sarà? Che fine ha
fatto quella squadra? Vado Ligure è diventata ormai la periferia industriale di Savona nonostante
abbia caratterizzazioni storiche e etniche tutte sue. C'è una centrale elettrica e ci sono tanti
stabilimenti. Negli anni Venti era uno dei grandi centri operai con fonderie, impianti chimici e
petrolchimici, laterizi, cantieri di demolizione navale e la possente Westinghouse che fabbricava
locomotori elettrici e che ospitava 1.700 lavoratori.

Nel «Biennio Rosso» i soci della società di mutuo soccorso La Sabazia scendevano in piazza con i
loro vessilli. C'era una Camera del Lavoro già nel 1919 e c'era una delle duemila giunte socialiste
dell'epoca. Quell'estate del '22 eravamo alla vigilia della Marcia su Roma e dell'invito del re a
Mussolini di formare il governo ma già i ministeri si accanivano contro le giunte rosse e i comuni
dove comparivano i primi rappresentanti del partito comunista nato nel '21 a Livorno. Nell'aprile del
'22, infatti, era stato sciolto con decreto regio il consiglio comunale di Vado reo di non aver esposto
la bandiera in occasione di ricorrenze patriottiche, di avere uno stemma con la falce e martello, di
aver costituito un corpo armato e non aver rispettato le leggi nella celebrazione dei matrimoni.  Il
professor Attilio Bislenghi sostiene che, in questo contesto, la conquista della Coppa Italia garantì -
un po' come il successo di Gino Bartali al Giro di Francia nel luglio del '48 in occasione del fallito
attentato a Togliatti - una pace sociale artificiosa prima dell'avvento del fascismo.

Dunque una squadra operaia che, nell'anno di Mussolini, sembra emblematicamente chiudere
un'epoca di conflitti e di speranze controverse infrante nel grande buio del fascismo.
Non ci sono più in vita i protagonisti di quella finale, non c'è più lo stadio del trionfo, come non c'è
più la vera Coppa Italia in argento del peso di 8.250 grammi, immolata alla patria nel 1935, cioè
donata alla segreteria federale del partito fascista dopo le sanzioni della Società delle Nazioni per
l'aggressione all'Etiopia.
C'è nella sede del Vado, che oggi gioca nel campionato ligure di Eccellenza, una copia di quella
coppa consegnata nel 1992 dalla federazione calcio. Dei mitici eroi di quella battaglia contro
l'Udinese, invece, non c'è più nessuno.
Esiste, per fortuna, un testimone, l'ultimo testimone di quel match disputato al vecchio campo di Leo.
Si chiama Ignazio Bovero, classe 1906, e quel giorno si era sistemato dietro la porta dell'Udinese.
Portiere della compagine ligure era Babboni I, uno dei tre Babboni che parteciparono al torneo nelle
file rossoblù (Achille, Bacicin e Lino, quest'ultimo poi se ne andò in California). Achille era un portiere
strano poiché non rinviava la palla con i piedi bensì con il pugno chiuso, come si fa abitualmente nel
pallone elastico. «Nelle giornate di tramontana - ricorda Bovero - aspettavamo che facesse gol
rinviando di pugno». Babboni finì la carriera nel Savona e da ultimo sposò la proprietaria di un bar
che portava il nome del più famoso calciatore del Vado, Felice Virgilio Levratto (1904-68), salito alla
ribalta proprio in quel torneo di Coppa Italia, andato in Nazionale (dove giocò 28 partite realizzando
2 reti) e passato al Verona Hellas, al Genoa e all'Internazionale. Il capitano era Enrico Romano detto
«Testina d'oro» per via che in una partita fece tredici reti tutte di testa. In un'amichevole contro la
Nazionale impressionò il c.t. Pozzo che quasi voleva convocarlo in azzurro, ma non se ne fece niente,
come spesso avviene nel calcio. Con loro in campo scesero i difensori Masio, Raimondi, Negro e
Cabiati, l'ala destra Roletti che aveva già giocato in serie A col Savona, il forte centravanti Marchese e
il «cervello» Esposto.

«Il grande Vado» (Daner edizioni), scritto da Claudio Caviglia e Nanni De Marco con una prefazione
di Gianni Minà ricostruisce tutti i dettagli di quel torneo che portò i rosso-blu savonesi a comparire tra
Juve e Inter, Samp e Roma nell'albo d'oro della Coppa Italia. Uno sforzo davvero encomiabile il loro,
quello di contenere in un libro una partita di calcio di 75 anni fa e il contesto che la determinò. Se si
vanno a rileggere gli annali calcistici si troverà una strana coincidenza, quell'anno furono assegnati
due scudetti: quello della Figc alla Novese e quello della Confederazione calcistica italiana alla Pro
Vercelli. La divisione era avvenuta per una opposta visione del campionato tra la federazione e le
principali società: la prima propendeva per far partecipare tutte le squadre, seppure suddivise in
gironi, alla conquista del titolo nazionale; le società economicamente più forti chiedevano invece due
gironi di dodici squadre e le rimanenti sessanta relegate in serie minori. Di qui, appunto, la rottura.

Quando la Figc lanciò il bando di partecipazione per la prima Coppa Italia la sfida fu raccolta da 35
società. Non c'erano le compagini «ribelli» più forti come Pro Vercelli, Inter, Juventus, Torino,
Genoa, Spezia, Livorno; ma c'erano comunque la scudettata Novese, il Club sportivo Firenze
diventato poi Fiorentina, i baffuti giovanotti del Fanfulla Lodi, la Lucchese, la Mantovana, il Parma, la
Triestina e l'Udinese che andò in finale. Il Vado quell'anno aveva disputato il campionato di terza
divisione nazionale. Nel primo turno i rossoblù vinsero contro la Fiorente Genova, il Molassana e la
Juventus Italia Milano. Poi in trasferta fecero fuori la Pro Livorno e in semifinale eliminarono la Libertas
Firenze.
«Il calcio italiano non ha nulla da invidiare al confratello inglese. Una squadra di promozione infatti
si trova ad essere finalista nella Coppa Italia» commentava La Gazzetta dello Sport.
Sotto sotto tutti speravano che l'Udinese, compagine della massima serie, strappasse il trofeo come
da pronostico salvando il prestigio della nascente competizione. Non fu così. Al termine di novanta
minuti affannosi s'era ancora sullo 0-0: i «focosi vadesi» erano riusciti a resistere agli attacchi dei
friulani dotati di un «superiore impianto tecnico».
Soldino in aria e via ai cocenti supplementari, altri trenta minuti di passioni e fatica, di rischi e drammi
che però non smossero il risultato. Iniziò così il «tempo ad oltranza».
Gli udinesi, in realtà, puntavano ormai al buio nella speranza di ripetere la finale a casa loro. Ma al
127 minuto l'allora giovane Levratto fece partire una bordata che sfondò la rete avversaria.
«Levratto - scrive un cronista dell'epoca - avanza verso il centro e triangolando con Babboni II
anticipa l'entrata del centro mediano avversario, affronta il terzino destro, lo finta sulla sinistra,
passa di slancio, avanza e da venti metri spara rapidissimo colpendo d'esterno sinistro, la palla
carica d'effetto saetta lungo lo specchio della porta, si infila alta nell'angolo sinistro, squarcia
vistosamente la rete e spegne la sua incredibile potenza contro la Torre di Scolta che orna il Leo
a tramontana».

Nessun rallenty ci restituirà mai quell'azione fulminea e quel tiro potente fortunatamente visto
dall'arbitro sul far della sera. Un vecchio e glorioso presidente scomparso nel 1986, Gigetto Morixe,
è riuscito però a conservare e tramandare documenti, fotografie, riviste e giornali sulla società ligure.
Tra questi c'è la foto di quella formazione vincitrice della Coppa Italia nel '22: i rossoblù sono disposti
a semicerchio, i volti sorridenti, l'elegante presidente Ferrando al centro e il portiere Babbini I seduto
a terra nella tradizionale casacca bianca.

Da allora il Vado non ha più toccato il cielo rimanendo una discreta squadretta di dilettanti, ma la
passione del calcio ha determinato molte esistenze di vadesi come quella del portiere Manlio
Bacigalupo, il numero uno del grande Torino perito a Superga, quella di Pedro Luis Rossi, diventato
dirigente del River Plate di Buenos Aires o quella di Vessillo Bartoli, per anni allenatore della
nazionale paraguayana.
Come spesso accade nella provincia italiana la memoria del tempo è consegnata ad un episodio che
sembra contenere tutto il passato collettivo. A Vado Ligure la cannonata di «Felise» Levratto che
sfondò sul lato sinistro la porta dell'Udinese è un ricordo che si trasmette di generazione in
generazione, ora ingigantito, ora glorificato, ora arricchito di particolari inediti, ora tramutato in fiaba.
Quella di una cittadina che per un giorno è stata in paradiso.

Testo di Marco Ferrari
Storie di Calcio  • email info@storiedicalcio.it
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FINALE - Vado Ligure il 16 luglio 1922.
Vado - Udinese 1-0  D.T.S.
Tabellino
Vado: Babboni A., Babboni L., Raimondi, Masio, Romano, Cabiati, Roletti, Babboni G., Marchese,
Esposto, Levratto.
Udinese: Lodolo, Bertoldi, Schiffo, Dal Dan, Barbieri, Gerace, Tosolini, Melchior, Moretti, Semintendi,
Ligugnana.
Rete: Levratto (118')
Arbitro: Pasquinelli
Il trofeo della Coppa Italia del 1922 andò distrutto durante il fascismo. Quello esposto nella vetrina
della banca Cassa di Risparmio di Savona è una copia prodotta dalla FIGC nel 1992.

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