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Sono le 17 del 14 maggio 1949: si schianta l'aereo con a bordo il Grande Torino: si consuma la più grande tragedia del calcio italiano.
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Un urto nella nebbia
e il grande Torino non c'è più
Sono le diciassette di una brutta giornata d'inizio maggio. Torino, così come buona parte dell'Italia del Nord, è avvolta in una straordinaria cappa di maltempo. Il muratore Amilcare Rocco, che abita a un tiro di schioppo dalla cima di Superga, sente un rombo divenire via via sempre più forte fino a farsi assordante. Il fragore che gli passa in un lampo sopra la testa si trasforma subito dopo in un tonfo sinistro. L'uomo esce di casa, solcando la cortina di nebbia. Sulla strada incrocia alcuni contadini della zona, tutti usciti per lo stesso motivo. Correndo sgomenti verso la basilica che domina il colle, gli uomini scorgono sempre più nitido il profilo scomposto di una carlinga, sormontata da una colonna di fumo nero.
Il cappellano, don Tancredi Ricca, è già lì che si aggira tra miseri resti di corpi umani, sparsi tra lamiere arroventate e focolai di incendio. Capisce ben presto che per quelle povere anime non si può che pregare.
Il giardino che sorge ai piedi della basilica è delimitato da un poderoso bastione: proprio contro di esso si era schiantato l'aereo, un Fiat G 212, provocando un foro circolare di quattro metri di diametro e proiettandosi poi sulla spianata.
Nel frattempo, poco distante, al campo dell'Aeritalia, ci si comincia a preoccupare: perché ancora non si sente il rumore del G 212? E perché dalla radio del velivolo nessuno risponde più? L'ultimo contatto è avvenuto qualche minuto prima: «Visibilità zero - aveva scandito in Morse il radiotelegrafista del campo - se volete atterrare dovete volare alla cieca».
In quel momento l'aereo era già in vista di Torino. In vista si fa per dire, perché in realtà viaggiava sballottato fra nubi nerissime e raffiche di vento. Ma dopo qualche attimo di silenzio, la risposta proveniente dall'aria aveva sciolto ogni dubbio sulle intenzioni del comandante: «Quota duemila, tagliamo su Superga». Il volo sopra il colle era un fatto abituale per chi si preparava all'atterraggio. Erano le 16,58: di lì a poco si sarebbe compreso il tragico errore, causato forse da un guasto delle apparecchiature di bordo: credendosi a duemila metri di altezza, il pilota viaggiava invece a poco più di duecento. Non stava sorvolando la collina di Superga, stava per colpirla in pieno.

Contrariamente agli addetti dell'Aeritalia, i clienti del ristorante di Superga hanno invece già percepito i contorni del dramma. Anche loro hanno sentito il rombo e il tonfo, e dopo pochissimo un uomo proveniente in automobile dal luogo della sciagura li ha messi al corrente dell'accaduto. Una decina di minuti dopo le diciassette la notizia corre via telefono dal ristorante a Torino, da dove partono tredici ambulanze, vigili del fuoco e polizia.
Sul colle, attorno alle salme, si continua a rovistare. Alcuni dei corpi sono quasi completamente svestiti per l'urto. Alcuni non hanno più volto. Valigie e pacchi regalo sono sparsi d'intorno. A un tratto qualcuno scorge due maglie di colore granata con lo scudetto tricolore e la verità passa davanti alle menti in un baleno: «E' il Torino! E' l'aereo del Torino che tornava da Lisbona!». La stessa verità che viene urlata di lì a poco in tutta Italia.
E da tutta Italia risponde un mare di telefonate a giornali, vigili del fuoco, Aeronautica: «Ma è proprio vero? Sono loro? Sono morti proprio tutti?». I quotidiani della sera, usciti poco dopo in edizione straordinaria, vengono letteralmente strappati di mano agli strilloni.



Già: al cospetto della Basilica di Superga, quella sera del 4 maggio 1949, si era immolata una squadra leggendaria, capace di dominare il calcio italiano come mai più sarebbe accaduto. Una squadra e una società assurti a modello assoluto e intoccabile. E proprio il grande prestigio internazionale sarebbe stato indiretto motivo della rovina.
La scintilla era scoccata nel febbraio precedente, quando l'Italia marcata Torino vinse facile, 4 a 1, con il Portogallo.
Era quella la prima esperienza del dopo-Pozzo: il ciclo del vecchio alpino, straordinario artefice dei massimi successi, era giunto al tramonto.
La Nazionale era stata affidata a una commissione tecnica federale presieduta da Ferruccio Novo, vale a dire il presidente del Torino. Proprio in quell'occasione, il capitano del Portogallo, Ferreira, in cerca di un grande partner per la sua partita d'addio, convinse Valentino Mazzola a portare il Torino a Lisbona, per giocare contro il suo Benfica nel maggio successivo.
Novo si era subito mostrato in disaccordo con la promessa fatta dal suo capitano. La trasferta lusitana si incrociava infatti con il finale di campionato e, anche se il Toro era in testa per l'ennesimo anno, gli avversari incalzavano e le distrazioni potevano risultare pericolose.
«Va bene - aveva detto Mazzola - facciamo così: se a San Siro contro l'Inter non perderemo, andremo in Portogallo».
Novo aveva accettato: del resto non perdere a Milano avrebbe significato scudetto pressoché sicuro, con i nerazzurri tenuti a cinque punti con sole quattro partite da giocare.
Non erano più di primo pelo le colonne storiche di quella macchina micidiale. Mazzola, Loik, Menti e Grezar avevano toccato la sponda dei trent'anni, Gabetto era già sui trentatré. Gli altri erano più giovani ma sulle loro spalle pesavano quattro campionati consecutivi a far da lepri irraggiungibili. Sicché la minaccia di quell'Inter, che dopo la guerra aveva smesso di chiamarsi "autarchicamente" Ambrosiana per riappropriarsi del suo vecchio nome, era parsa quanto mai fondata.
San Siro traboccava per la partita più importante del campionato. Finalmente c'era la possibilità di mettere paura a quegli undici marziani, che l'anno prima avevano vinto il campionato con sedici punti di vantaggio sulla seconda. L'Inter calava il suo tris d'attacco, formato da Nyers, Amadei e Lorenzi (in tre andarono a segno quell'anno 65 volte). Una trazione anteriore formidabile. Il Toro doveva lasciare in tribuna un febbricitante Mazzola e non era certo una prospettiva gradevole fare a meno del superuomo, dell'atleta capace di dispensare saggezza, potenza e meraviglie tecniche in ogni parte del campo.
Ma alla fine, la missione fu compiuta: 0 a 0, con qualche patema.
La strada era ormai in discesa fino alla fine. «Nell'ora del pericolo - scrisse quel giorno il direttore di Tuttosport, Renato Casalbore - la squadra granata ha svelato una potente freschezza atletica e anche questi sono segni della classe di una squadra; voglio dire: saper essere tempestivamente al momento giusto, sempre aderenti alla situazione. Ed era una situazione difficile per il Torino. Domani i campioni partono per Lisbona».
Partono, annotò Casalbore. In realtà avrebbe dovuto scrivere "partiamo", perché sull'aereo dei granata, il 2 maggio, stava per imbarcarsi anche lui. Intorno a quell'aereo, a dire il vero, si svolse una singolare danza di appuntamenti mancati o centrati in extremis: il giovane granata Giuliano, per esempio, che già da un po' bazzicava la comitiva dei "grandi", fu bloccato da problemi di passaporto e lasciò il posto proprio a Casalbore. A terra rimase anche Gandolfi, il portiere di riserva che presentatosi all'aeroporto scoprì con dispetto che al suo posto era stato convocato Dino Ballarin, fratello minore di Aldo.
Così come restarono in Italia Nicolò Carosio e Ferruccio Novo: la "voce" del calcio italiano era inizialmente della partita, ma la prima Comunione del figlio lo convinse a rinunciare in favore di Renato Tosatti, della Gazzetta del Popolo. Novo, invece, era a letto malato.
E infine, non partì uno dei rincalzi, Sauro Toma: qualche giorno prima, vittima di una distorsione, si era fatto visitare insieme con Maroso.
Per Lisbona il medico bloccò Toma e diede via libera a Maroso. Peraltro, il fine terzino sinistro, che ad appena 24 anni aveva già le stimmate del fuoriclasse, sarebbe partito solo per ingrossare la schiera dei rincalzi.
Neanche Mazzola era ancora del tutto guarito dalla sua influenza, ma come poteva rinunciare a quella trasferta che proprio lui aveva organizzato? Invano un altro grande giornalista e disegnatore di Tuttosport, Carlin Bergoglio, aveva cercato di persuaderlo: «Non andare, sei ancora malato». «I campioni e lo sport vanno onorati degnamente», sosteneva capitan Valentino.
La partita non aveva tradito le attese del pubblico. Del resto, se il Torino era un punto di riferimento internazionale, anche il prestigio del Benfica era molto alto. I granata avevano perduto di misura, anche perché la fatica di San Siro non poteva essere svanita in tre giorni, ma lo spettacolo offerto sul campo era stato divertente e di buon livello.
Il giorno dopo, sulla Stampa Sera, Luigi Cavallero, che con Casalbore e Tosatti componeva il terzetto di giornalisti al seguito del Toro, aveva scritto: «Stamane i granata si sono alzati presto per prepararsi al ritorno. Tra poche ore l'aereo, che ha trasportato a Lisbona dirigenti, giocatori e giornalisti, spiccherà il volo per atterrare all'Aeronautica di Torino, tempo permettendo, verso le 17. Che le nubi ed i venti ci siano propizi e non facciano troppo ballare...».



Testo di Marco Filacchione