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Esattamente a ventisette anni da Superga, sulla gloriosa casacca granata tornò a splendere il tricolore, strappato agli eterni rivali con quella rabbia che solo anni di privazioni e tragedie possono generare.
1962 - 1968: Arriva Pianelli
Era il Torino di Bearzot, di Danova, di Hitchens e del grande Ferrini, quello che si trovò tra le mani il neopresidente Pianelli alla vigilia del campionato 1962-63. Si respirava nuovamente aria di grande calcio, dopo gli anni cupi che avevano fatto da preludio alla prima, dolorosissima retrocessione del 1959. Sì, perché da quel tragico 4 maggio 1949 la squadra non era più riuscita a risollevarsi. Impossibile ricreare dal nulla una formazione vincente in una città sopraffatta dalla tragedia. Troppo grande il peso dei ricordi, delle responsabilità; troppo grande il dolore.
Insomma, dopo un decennio passato a vivacchiare a centroclassifica, tra farneticanti proposte di fusione con la Juventus, anche il povero Torino subì l'onta della B, logica conseguenza di un campionato giocato in pianta stabile lontano dal suo campo, al Comunale, uno stadio estraneo fino a quel momento alla storia granata. Finiva l'era del Filadelfia. Cominciava la sua leggenda. Pronto quindi il ritorno nella massima serie, un campionato di assestamento, poi gli ingaggi di fuoriclasse turbolenti come Law e Baker, genio e sregolatezza, croce e delizia di una sola stagione. I due britannici non rappresentavano certo il prototipo del giocatore da Torino, notoriamente concreto, attaccatissimo alla maglia, disposto a sputar sangue per non disonorarla. Per quei colori ci voleva gente come Bearzot, o come Giorgio Ferrini, il Capitano, monumento ed emblema di tutto quello che il calcio granata rappresenta.
Pianelli era ambizioso, ma perfettamente conscio dei propri mezzi economici: non si sarebbe mai fatto trascinare in furibonde aste a suon di centinaia di milioni per strappare alla concorrenza il nome capace di eccitare le folle. Il definitivo ritorno del Torino nell'elite del calcio italiano si ebbe soltanto nella stagione 1964-65, che vide la squadra allenata da Rocco precedere finalmente al terzo posto la Juventus, dopo anni di patimenti.
Ma il fatto più rilevante fu l'acquisto del giovane Luigi Meroni dal Genoa. Gigi era la speranza per il futuro: anticonformista, vitale, estroso e dotato di un talento unico, pareva incarnare la "diversità" dell'essere granata in tutta la sua tragicità. Non avrebbe tardato a diventare l'idolo dei tifosi. Firmò altre due belle stagioni, deludendo a volte per l'incostanza, ma confermando di essere dotato di una classe unica, capace di realizzare reti strepitose, di fare impazzire l'avversario. Ma l'avventura del povero Gigi sarebbe finita all'inizio del campionato 1967-68. Fu travolto da un'auto in Corso Re Umberto, una domenica sera, mentre passeggiava con l'amico e compagno di squadra Poletti, dopo una bella vittoria per quattro a due sulla Sampdoria. Un nuovo, crudele gioco del destino chiudeva per sempre gli occhi tristi di quel giovane campione, l'unico che fosse stato capace di portare un alito di novità in un mondo ormai stantìo, con la sua stravaganza, con la sua voglia di essere libero, di essere un uomo prima che un calciatore. Un altro nome si aggiungeva a quelli degli eroi di Superga, altre lacrime bagnavano la storia del Toro.
1971 - 1975: La corsa al vertice
L'avvio della stagione 1971-72 vide un Pianelli più battagliero del solito: «Pretendo che mangiate l'erba, che usciate dal campo a testa alta, con le maglie intrise di sudore. Non voglio più sentire nessuno lamentarsi, non voglio discussioni contro questo o quello. Entrate in campo e fate il vostro dovere fino in fondo. E niente vittimismo se qualche volta le cose andranno storte». C'era fermento, in casa granata: si capiva che il momento di godere dei frutti di quasi dieci anni di duro lavoro non potesse essere così lontano. I ragazzi del vivaio stavano maturando e lo stesso Pulici sembrava ormai vicino alla zona-esplosione, nonostante le riserve espresse sul suo conto dal tecnico sardo: «Stia attento, Pulici, perché alle sue spalle può esserci un Bui». Fu un campionato incredibile: alla fine dell'andata il Toro si ritrovò settimo, staccato di sei lunghezze dalla Juve capolista. In più, nel primo derby della stagione, i granata le avevano prese. Ma il bello doveva ancora venire: grazie a un prodigioso recupero, i ragazzi di Giagnoni si inserirono a sorpresa nel vivo della lotta per il titolo. Alla ventiseiesima, addirittura, fu portata a termine l'operazione sorpasso ai danni dei cugini zebrati.
I tifosi cominciarono a sognare, seppure col disincanto che da sempre distingue il supporter granata: finalmente una squadra col Toro sul petto onorava i caduti di Superga. Ma l'estenuante inseguimento aveva ormai sfiancato i ragazzi del "corsaro" Giagnoni. La domenica successiva ci fu il controsorpasso juventino, e da quel giorno le sorti del campionato sarebbero state saldamente in mano ai bianconeri. Alla fine, il generoso Toro sarebbe stato secondo, in compagnia del Milan, a un solo punto dalla vetta.
Occorre sottolineare che facevano già parte della formazione granata quattro elementi dell'undici che avrebbe conquistato il tricolore pochi anni più tardi: Castellini, Sala, Pulici e Lombardo.
Sala, nonostante le frequenti difficoltà di collocazione in campo, era ormai un campione acclamato, un regista geniale dalla classe cristallina; Castellini si era rivelato un acquisto indovinato, Pulici era sempre tra coloro che sono attesi. Ma per Paolino era finalmente giunto il momento della consacrazione: Giagnoni, che tanto aveva lavorato per disciplinare tatticamente e tecnicamente quell'acerbo campione, lo inventò ala sinistra, da centravanti che era, scoprendo così la pietra filosofale. Da quella stagione in poi, Pulici sarebbe stato noto alle difese di tutta Italia come "Puliciclone": diciassette centri, per lui, nel 1972-73, che gli valsero il titolo di capocannoniere in compagnia di Rivera e Savoldi. In più, l'esordio in azzurro.
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L'impresa si compì nella stagione 1975-76, ma le sue radici affondano fino ai primi anni Sessanta, quando alla presidenza del club piemontese assurse Orfeo Pianelli, un uomo destinato a entrare nella leggenda, come tutti quelli che legano il proprio nome alle imprese del Toro...

Scontato che un tipo così pacato, così lontano dai facili proclami estivi, fosse destinato a conoscere magre fortune nel nostro calcio. Intanto Sala, che la stagione precedente aveva disputato trenta incontri, scalpitava, desideroso di esplodere definitivamente. Il mister aveva le idee chiare, al riguardo: quel ragazzo, che pareva l'erede naturale del mai dimenticato Meroni, sarebbe stato il perfetto suggeritore per Bui e Pulici. Quest'ultimo era un giovane sbarcato alla corte granata nel 1967-68 rimasto lungamente dietro le quinte. Sulle sue qualità si nutrivano legittimi dubbi: 24 presenze nel 1969-70 e nessuna rete. Un bottino poco esaltante, per quello che doveva essere il terminale offensivo della squadra. In più, dopo un fallimentare provino, Helenio Herrera aveva detto di lui: «Sarebbe meglio si dedicasse ai cento metri...». L'unico pronto a mettere la mano sul fuoco era invece proprio Cadè, deciso a rischiare il tutto per tutto pur di dimostrare le proprie teorie: "Più fantasia, più rischio, più coraggio, meno calcolo". Alla fine, però, Paolino deluse nuovamente le attese e dovette accontentarsi di un gramo bottino di tre reti. Meglio di lui addirittura fece l'amico Sala, che di mestiere certo non faceva la punta. In totale, il Toro realizzò la miseria di ventisette gol. Alla faccia del rischio: a quel punto sarebbe mancata solo una difesa allegra, per volare in Serie B. Eppure, nonostante la sterilità offensiva, quell'anno i granata conquistarono una Coppa Italia, ai rigori contro il Milan. Incredibilmente, il buon Cadè fu silurato pochi giorni prima della finale. Bisogna dire che già da tempo si sapeva che il suo posto sarebbe stato preso da Gustavo Giagnoni, ma tanta premura parve ai più davvero eccessiva e ingiusta nei confronti di un tecnico serio e competente.

1968 - 1971: Giovani granata
Quella 1968-69 è la stagione dei sorprendenti trionfi della baby-Fiorentina di Bruno Pesaola: una vittoria del coraggio, della fantasia e dell'abilità contro l'arroganza dei fantastiliardi delle poche, solite grandi. Il Toro non era poi così diverso dai viola, nell'organizzazione societaria, nella disponibilità economica e nell'attaccamento dei propri tifosi. Pianelli decise pertanto di imboccare la via già intrapresa dal collega Baglini, e inaugurò la stagione dei baby-granata.
Ma non si sarebbe trattato di uno sterile plagio: l'armata dei giovani lanciati in maglia Toro avrebbe confermato il proprio valore per anni, mentre la Fiorentina non sarebbe più stata in grado di riproporsi ad alti livelli, dopo la magica annata dello scudetto. Fondamentale si rivelerà l'acquisto, nella stagione 1969-70, quella dell'incredibile Cagliari di Riva, del giovane Claudio Sala, colui che verrà ricordato dai tifosi come "il Poeta". Sulla panca granata si accomodò un allenatore rampante, Cadè, un tipo tranquillo e anticonformista per vocazione, che senza tanti giri di parole si presentò in questo modo:
«Non posso anticipare se il Torino lotterà per la salvezza o per lo scudetto. Cercheremo di giocare un
Il grande Orfeo Pianelli
Gianni Bui e Rampanti in un derby dei primi anni 70

Nonostante le prodezze del bomber tanto atteso, il campionato dei granata non fu all'altezza delle aspettative, e la zona-titolo non fu avvicinata neppure per sbaglio.
I tifosi non si raccapezzavano: si favoleggiava di migliorare l'organico, di puntare alle zone nobili della classifica; poi l'acquisto-bomba per il 1973-74 fu un ragazzino di vent'anni, un tale Francesco Graziani attaccante, proveniente dall'Arezzo, Serie B. In effetti, pensare di insidiare realmente Juve, Milan e compagnia bella con elementi del genere era eccessivo.
Ma i dirigenti avevano visto nuovamente giusto: quel ragazzo venne preso sotto l'ala protettrice di Giagnoni e dei "vecchi" della squadra, come Ferrini, che ne intuirono subito le straordinarie qualità.
Il tecnico sardo, che si era reso conto delle potenzialità dei giovani, decise di non bruciarli, per cui evitò di gettarli nella mischia fin dalla prima giornata. E poi, Graziani andava tenuto d'occhio: fidanzato con una ragazza di Arezzo, aspettava solo una distrazione da parte dei cerberi granata per tagliare l'angolo; in più era un po' rotondetto, e anche la sua linea andava controllata.
I primi mesi sotto la guida del Corsaro furono traumatici, per quello che sarebbe presto diventato il Ciccio nazionale. Ma oggi Graziani ricorda Giagnoni con affetto e stima: fu lui a farlo esordire in campionato, contro la Sampdoria, nel novembre del 1973. Gli affidò la maglia numero 7 e, viste le lamentele del giovane, abituato al 9, sbottò: «Tu andrai in Nazionale e ci andrai con la maglia numero 7».

Paolino Pulici, capocannoniere già nel 1972/73
Fatto che puntualmente si sarebbe avverato. Malauguratamente, le cose per il Toro si misero maluccio, e in seguito a un pesante tre a zero beccato a Milano dall'Inter, mister Colbacco fu sostituito da Edmondo Fabbri. In più, al termine di un incontro precedente, il focoso Agroppi, che non perdeva occasione per far cagnara, era quasi venuto alle mani con un gruppo di tifosi, per cui si trovava nei guai con la commissione disciplinare. Il povero Mondino si trovò quindi catapultato in una situazione bollente, il giorno dell'esordio sulla panchina granata contro la Sampdoria. Ovviamente le cose potevano soltanto precipitare, a quel punto. L'incontro si concluse uno a uno, ma i tifosi torinesi, scontenti dell'arbitraggio, a fine gara provocarono violentissimi incidenti con le forze dell'ordine, che costarono una giornata di squalifica al Comunale.
Nella gravità del momento, però, i giocatori fecero quadrato, a riprova dell'attaccamento a quella gloriosa maglia. Alla fine, nonostante le tribolazioni patite, il vecchio Toro trovò un onorevole quinto posto. Inoltre, il giovane Graziani aveva dimostrato di saperci fare: sei reti erano un bottino di tutto rispetto, per un esordiente. Implacabile davanti ai portieri si confermava intanto Pulici, bomber principe dei granata con quattordici centri.
Quello 1974-75 fu un campionato interlocutorio, che vide però affermarsi in prima squadra un altro giovane di valore, Zaccarelli, destinato a diventare una vera e propria bandiera. Oltre a Pulici, anche il ragazzino prelevato dall'Arezzo confermò le buone impressioni suscitate la stagione precedente: alla fine furono trenta le reti per i "gemelli del gol". Grande merito ebbe Fabbri, che trovò la definitiva sistemazione a Claudio Sala: gli affidò la maglia numero 9, ma i suoi reali compiti furono di appoggio ai due arieti che, ispirati dal grande regista, esplosero fragorosamente. Che la squadra fosse pronta per l'impresa, si capiva. Mancava solo qualche ritocco, magari anche un nuovo manico...

Il Torino di Fabbri della stagione 1974/75. Una campionato interlocutorio capace tuttavia di generare nella stagione seguente il miracolo scudetto
Testo di Filippo Manaresi
buon calcio e di fare spettacolo: ma non poniamo limiti alla provvidenza». Quanto ai tifosi, beh, nella salvezza ci credevano di sicuro, nello scudetto un po' meno. Alla fine fu un settimo posto, condito da un derby vinto e da uno straperso, ma la soddisfazione di una Juve buggerata dai sardi ripagò in parte lo smacco.
L'anno seguente fu acquistato il promettente Castellini, portiere in forza al Monza. È fuori di dubbio che la dirigenza granata credesse ciecamente nel giovane, visto che ai brianzoli andarono in contropartita Pinotti, Mondonico, Facchinello e Giannotti. Cadè si dimostrò perplesso per le numerose cessioni, non controbilanciate da acquisti di sostanza: «Ringiovanire: sì, era doveroso farlo, ma non so davvero se, pur rinnovati, possiamo dirci più forti».