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Aneddotti incentrati sulla prima Coppa che ha rappresentato il Campionato del Mondo di Calcio, la Coppa Rimet. Passata tra infinite mani, rubata, recuperata e infine...fusa




LA SECONDA VOLTA
Marzo 1966, Westminster Hall di Londra: l'Inghilterra ha avuto l'incarico di organizzare i Mondiali e. per solennizzare l'avvenimento, organizza una mostra di francobolli sportivi il cui valore, assicurato presso i Lloyds, supera i sei miliardi di allora. Pur se con i francobolli la Coppa Rimet non c'entra, viene esposto anche il trofeo che però, il 20 marzo, viene rubato. Chi ha commesso il furto? Scotland Yard brancola nel buio. Due stazioni della metropolitana - Charing Cross e Birmingham - vengono strette d'assedio e rovistate in tutti gli angoli ma senza nessun risultato utile. La cosa che più fa pensare è che il ladro ha completamente ignorato i francobolli (che valgono ben di più) per dedicare le proprie attenzioni unicamente al trofeo: perché? Ma perché l'oro si può fondere, ammonisce qualcuno cui però non viene dato molto credito. Certo è che, in tutta questa storia, chi ne esce con le ossa rotte è proprio la civilissima Inghilterra.
Passano i giorni e la polizia continua a non capirci niente, tanto è vero che all'inizio punta i suoi sospetti su un quarantenne alto, bruno, capelli impomatati e poi arresta Edward Betchley, 47 anni, portuale disoccupato che proprio non c'entra tanto è vero che sarà scarcerato pur se dietro cauzione. Un giorno, a Lancaster Gate sede della Football Association, arriva una lettera anonima: al suo interno, la proposta per una trattativa e un piccolo frammento del basamento di marmo: chi ha rubato la Rimet non l'ha ancora - per fortuna! - fusa ed è disposto a mettersi d'accordo. A questo punto, però, il giallo... cambia colore e diventa rosa: Pickles (ossia sottaceto) cagnetto senza pedigree di David Corbett - ventisei anni, impiegato in un'agenzia di viaggi - mentre è fuori col suo padrone per un bisognino, comincia ad annusare un pacco, ne strappa la carta di giornale con cui è avvolto e ne mette a nudo il contenuto: la Coppa perbacco! A questo punto (è passata una settimana esatta dal giorno del furto) l'incubo si dissolve, l'Inghilterra ritrova tutt'intera la sua immagine e la statua di Abel La Fleur torna a Westminster Hall. Tutto il mondo tira un profondo sospiro di sollievo anche se il giallo resta per la sua più larga parte irrisolto: chi ha rubato, infatti, il trofeo? È stato Edward Betchley? E se anche fosse così, perché e per conto di chi l'ha fatto? La vicenda scatena una ridda di ipotesi e di supposizioni tra le quali la più accreditata vuole che la «vera» Coppa Rimet sia stata rubata e che, una volta copiata, una sua imitazione sia stata resa a chi di dovere. L'ipotesi, come si vede, è degna di Agatha Christie o di qualche altro scrittore di romanzi polizieschi anche se un'eventualità del genere è tutt'altro che da escludere. In caso contrario, infatti, proprio non si vede perché mai il ladro, una volta entrato in possesso del prezioso trofeo, se ne fosse dovuto disfare senza chiedere nulla in cambio. Ma perché poi lo abbandonò in un giardinetto col rischio che un pacco tanto prezioso venisse scambiato per spazzatura e buttato via? Tutte queste sono domande rimaste sempre senza risposta così come senza risposta è rimasta forse la più importante: chi pagò la forte somma necessaria a Edward Betchley per riguadagnare la libertà? Lo stesso portuale no di certo in quanto povero in canna: e allora? Allora, giallo era e giallo è rimasto.
LA TERZA VOLTA
Ciò che, nel giro di una ventina d'anni, non era riuscito a tedeschi ed inglesi, riesce a cinque brasiliani di cui uno - Sergio Pereira Alves - è un ex dipendente della Federazione e un altro - Francisco José Rocha Rivera - è un ex poliziotto privato. Due del gruppo, la sera del 19 dicembre 1983, entrano nella sede della Federazione, minacciano il custode con pistola e coltello,
Un immagine di Jules Rimet, l'ideatore dei Campionati Mondiali di Calcio
Ottorino Barassi: fu lui a nascondere la Coppa sotto il letto per non farla finire in mano ai nazisti
Pelè e il suo Brasile '70 furono gli ultimi a sollevare la Coppa Rimet
Bobby Moore bacia la Coppa. Gli inglesi la vinsero nel 1966
La Coppa dei Misteri
TRA LE FOTO di soggetto calcistico che hanno raggiunto maggior successo, un posto a sé lo merita giustamente un'immagine scattata il 21 giugno 1970 all'Azteca di Città del Messico e che ritrae Pelé mentre alza al cielo il trofeo che la nazionale brasiliana, battendo 4-1 l'Italia e vincendo il suo terzo mondiale, si aggiudica definitivamente. Portata in Brasile con tutti gli onori, la Coppa Rimet era custodita in una sala della sede della Federcalcio a Rio. Pochi sanno che fu rubata e, dopo avere a lungo sperato di ritrovarla, arrivò la conferma che la Vittoria alata stile liberty realizzata alla fine degli Anni Venti da Abel La Fleur fu trasformata... in lingotti d'oro che sono stati venduti!
Ripercorriamo le principali vicissitudini della Coppa Rimet.
LA PRIMA VOLTA
Quando Jules Rimet, facoltoso signore francese e presidente di quella Federazione decise di dar vita al Campionato del mondo, dopo aver vinto la sua battaglia, nel 1928 diede incarico ad Abel La Fleur, orafo parigino cresciuto alla scuola di Cartier, di realizzare un trofeo che avesse per tutti lo stesso enorme significato che l'idea meritava. A quei tempi, il liberty e l'art déco stavano vivendo i loro ultimi momenti di auge per cui nessuno si meravigliò quando La Fleur propose il suo progetto: una statua rappresentante una vittoria alata che regge una coppa ed appoggiata ad un piedistallo di marmo a base ottagonale. Peso complessivo: 4 chilogrammi di cui un chilo e otto etti di oro a 18 carati. Messa in palio la prima volta a Montevideo nel 1930, la Coppa raggiunse l'Uruguay a bordo del piroscafo italiano Conte Grande e per quattro anni rimase nella capitale uruguaiana. A Roma dal '34 al '38. vi ritornò all'indomani della seconda vittoria azzurra ai Mondiali di Parigi ed è proprio da noi che il trofeo visse il primo dei suoi momenti difficili. Allo scoppio della guerra, la Coppa Rimet era a Roma in quanto l'Italia ne era stata l'ultima vincitrice acquisendo il diritto di tenerla presso di sé sino al momento di consegnarla alla Nazione che avrebbe organizzato il Mondiale successivo. A conservarla fu l'ingegner Ottorino Barassi, segretario della Federcalcio, che la nascose a casa sua, in piazza Adriana. Quasi due chili d'oro, per una Nazione come la Germania che aveva bisogno di metallo giallo come dell'aria e che cercava di ottenerne con tutti i mezzi, anche i più illeciti, facevano gola. Ecco allora che dalla «Platzkommandantur» di Roma parte un ordine: recuperare la Coppa Rimet ad ogni costo.
SOTTO IL LETTO
La soluzione del problema viene affidata ad SS e Gestapo che si presentano a casa di Barassi. Il tono è perentorio e la richiesta precisa: fuori la coppa sennò son guai: Barassi guarda i suoi interlocutori come fossero marziani e poi dice che lui la Coppa non ce l'ha perché l'hanno portata a Milano quelli del Coni e della Federazione. Spiacente, non può essere di nessun aiuto. Per una volta i tedeschi si lasciano convincere e, dopo aver perquisito la casa di Piazza Adriana da un capo all'altro, escono a mani vuote. Barassi, finalmente solo, si lascia cadere su di una poltrona mezzo morto dalla paura ma anche soddisfattissimo per aver salvato un trofeo così importante! Subito dopo, ringrazia il Padreterno perché i tedeschi, che pure gli hanno messo a soqquadro la casa, non hanno guardato sotto il letto, luogo da sempre deputato a miglior nascondiglio di tutto e di tutti! Nel '46 in Lussemburgo (la guerra è finita da poco) il mondo cerca di riassaporare la pace e, tra le cose cui affida questo messaggio di speranza, è anche il calcio, rappresentato nella fattispecie dalla Coppa Rimet che tutti vogliono organizzare al più presto e che Barassi porta nel Granducato!
lo legano e salgono al nono piano dove, nell'ufficio di Giulite Coutinho, fa bella mostra di sé il trofeo che il Brasile si è aggiudicato definitivamente in Messico. Presa la coppa, i due se ne escono tranquillamente col loro tesoro sotto il braccio, certi che nessuno li disturberà in quanto hanno lasciato il custode legato come un salame. L'allarme scatta a notte fonda e il primo a confermare ufficialmente che, sì, il trofeo rubato è proprio la Rimet, è Althemar Dutra Castilhos, presidente degli arbitri. A questo punto, la sola cosa che ancora manca è la certezza che l'oro del trofeo sia stato fuso, il che avviene alcuni giorni più tardi quando la polizia comunica ufficialmente che, trasformati in lingotti, i 1800 grammi d'oro più famosi del calcio mondiale (valore oltre 200 milioni dell'epoca, senza considerare quello affettivo) sono stati fusi e venduti esattamente per un quarto. Un prezzo davvero stracciato!
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