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L'Associazione Italiana Calciatori (AIC) è il sindacato dei calciatori, fondato il 3 luglio 1968 su spinta dell'avvocato Campana, già calciatore di Lanerossi Vicenza e Bologna.
Ecco la sua lunga ed appassionante storia...
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Cronistoria del
"Sindacato dei piedi"


Tutte le conquiste sociali del mondo del pallone. Con solo e sempre un uomo solo al comando: Sergio Campana
PROLOGO
Quel 3 luglio 1968 nello studio del notaio Barassi campioni del calibro di Bulgarelli, Castano, Corelli, De Sisti, Losi, Mazzola, Mupo, Rivera e Sereni diedero vita al sindacato dei milionari, come venne subito definito con malcelata ironia. Tutti giocatori che non avevano di certo bisogno di chi tutelasse i loro interessi.
«Per questo l'iniziativa partita dai campionissimi è ancor più meritoria. Ricordo che avevo smesso di giocare l'anno prima, ricevetti la telefonata dal ritiro della nazionale: "Sergio, stavamo pensando a un organismo in grado di tutelare i giocatori meno fortunati. Sono tanti, sai". Li conoscevo tutti come avversari, io ero laureato in Giurisprudenza e per quello avevano pensato a me. Ci mettemmo in moto trovando subito l'adesione di tanti calciatori di serie A. L'anno dopo arrivarono quelli della B».
Una crescita immediata: «La categoria dimostrò subito
grande compattezza, qualità che ha conservato. Del resto all'epoca il calciatore era considerato dalle società una sorta di proprietà privata. Doveva chiedere il permesso se intendeva cambiare residenza, andare in auto, non parliamo delle moto...».
Il famigerato vincolo a vita: dopo le tante conquiste, va considerato l'età della pietra...
«E beh, sì. All' epoca non esisteva uno status giuridico ed eri costretto ad accettare anche clausole assurde come quella delle 24 partite»
Le ventiquattro partite?
«Era uso comune legare il pagamento del quaranta per cento degli emolumenti al raggiungimento da parte del giocatore delle ventiquattro presenze in prima squadra. Da uno studio attento scoprimmo che il novanta per cento dei giocatori arrivava al termine della stagione con ventitrè presenze...».
LA PREISTORIA
AGOSTO 1945
Nasce in Italia una prima corporazione dei piedi, dal nome già "importante": A.I.C., Associazione Italiana Calciatori. L'idea se la sono messa in testa tre professionisti del pallone: Borel II, Frossi e Camolese. Il primo, centravanti, soprannominato "Farfallino", ha segnato a raffica nella Juve del quinquennio, facendo incetta di scudetti; il secondo, noto come l'occhialuto "dottor Sottile" del calcio italiano, ala destra, è stato stella dell'Ambrosiana-Inter e della Nazionale olimpica, con cui ha conquistato a Berlino il massimo alloro nel 1936. Il terzo, Bruno Camolese, già buon mediano della Lazio, ancora gioca nel Vicenza, in Serie A.
Ma soprattutto è avvocato e tiene studio in una cittadina veneta a pochi chilometri da Vicenza con la predestinazione a diventare l'epicentro del sindacato dei piedi: Bassano del Grappa. A lui viene affidato il ruolo di presidente (una premonizione?), mentre Annibale Frossi, laureato in giurisprudenza, recluta due avvocati: Carlo Masera e l'ex giocatore (di Seregno e Novara) Angelo Longoni, ed è al primo che passa il ruolo di segretario quando decide di saltare il fosso, diventando allenatore.
Se rimanesse in carica, si troverebbe in un classico caso di conflitto di interessi.

30 DICEMBRE 1948
Il Supplemento Illustrato della Gazzetta dello Sport elenca gli obiettivi dell' A.I.C.: «Organizzarsi in sindacati professionali, ottenere rappresentanti presso gli enti della Figc accanto ai rappresentanti delle società e degli arbitri; avere una Cassa di Previdenza per infortuni, malattie e vecchiaia; sottoporre alla Federazione un progetto di regolamento professonistico, elaborato dai legali Muserà e Longoni e da specialisti in materia sindacale».
Progetti ambiziosi e lungimiranti, il primo dei quali tuttavia (la costituzione di un sindacato professionale) dimostra il carattere ancora non ben definito dell'associazione. La quale, nonostante l'imponente sostegno di «circa 2500 iscritti tra Serie A, B e C», non riesce a decollare...

MARZO 1950
Dal "Calcio e Ciclismo Illustrato", ovvero ancora buoni propositi e poco più: «L'Associazione Ita-
liana Calciatori, proponendosi l'assistenza in ogni campo agli associati, non poteva trascurare la loro tutela legale nelle vertenze con le società: così ha istituito un ufficio per il contenzioso che è stato affidato all'avv. Angelo Longoni. Sul suo tavolo, nello studio di via Chiossetto a Milano, si ammonticchiano le pratiche di molti giocatori, anche di buona fama, che chiedono: «Mi è capitato questo e questo; cosa posso fare? Come devo regolarmi? Come è la procedura e la forma del ricorso?». Il legale dell'A.I.C. allora risponde, consiglia, chiarisce, qualche volta stende anche il ricorso materialmente. Di più, per ora, non può fare perché le norme federali vietano l'assistenza legale degli associati nella forma della rappresentanza. Il calciatore, cioè, non può dare il mandato di curare i suoi interessi al difensore, ma deve firmare personalmente e sempre i ricorsi cosicché spesso, per ignoranza non certo lodevole delle norme procedurali, va "fuori termine" o cade in vizi di forma, tanto da non poter far valere i suoi diritti
».
Un "sindacato" marginale, dunque, più che una istanza rappresentativa della categoria. Col tempo, di questa istituzione si perdono le tracce. Non riconosciuto come controparte da Federazioni e Leghe, ma neppure come proprio rappresentante dai calciatori. Gli avvocati sono indispensabili, ma quando la direzione effettiva passa in mano a persone estranee al mondo del calcio, il distacco diventa inevitabile. Quello del pallone è un microcosmo chiuso, attraversato da personalismi e piccole invidie, soprattutto per quel tasto economico che non è quasi mai consigliabile trattare (inflessibile l'omertà, anche tra compagni di squadra, sull'ammontare dei rispettivi ingaggi).
Così il sindacato c'è, ma è come se non ci fosse. E al Palazzo va bene così...
GLI "AZZURRI" CARBONARI
LUGLIO 1967
Durante gli anni Sessanta l'idea di un sindacato "vero" ha preso a serpeggiare tra i giocatori più svegli, di pari passo con lo scontento per quell'associazione così in difficoltà a farsi apprezzare. In un'intervista a Lino Cascioli, il capitano della Roma, Giacomo Losi (detto "core de Roma", foto a fianco), esce allo scoperto, denunciando l'esperienza frustrante vissuta dai giocatori giallorossi.
La Roma, alle prese con una pesante crisi economica, aveva deciso di fare un pò di salutare economia, partendo... dagli stipendi dei giocatori, vistosamente tagliati d'imperio. I giallorossi, punti sul vivo, non avevano gradito, il sindacato era intervenuto inutilmente e la questione aveva trovato soluzione solo grazie a un intervento politico, per interessamento di un onorevole tifoso: «Il sindacato?» si lamenta Losi «Fumo per gli occhi. Adesso quando mi arriva la circolare da leggere ai giocatori, i commenti dei compagni sono sempre gli stessi: "Ah, il
sindacato. Bella roba!" e si tira via, senza nemmeno leggere. Ci siamo rimasti tutti scottati. Dovrebbero occuparsi di queste cose dei giocatori di calcio. L'uomo adatto sarebbe Campana, che è laureato in legge e conosce tutti i nostri problemi. Ecco, con Campana a guidare un sindacato penso che si iscriverebbero tutti».

Come dire: ecco uno che guarda lontano. Lo stesso Losi dimostra idee chiare sui compiti, tremenda-mente concreti, che il sindacato "vero" si troverebbe di fronte:
«Assicurare un avvenire a tutti. Ne ho visti, durante la mia carriera, di giocatori rovinarsi, restare al verde, essere costretti a emigrare per non morire di fame. Siamo degli sbandati ai margini della società. La gente si diverte, ci paga, ci porta alle stelle. Poi si spengono le luci della ribalta e ognuno resta solo, con le proprie miserie. E se non è stato abbastanza furbo da rinunciare ai facili lussi per mettere da parte, resta un fallito, un uomo su cui la gente punta il dito per poter dire: "Ecco come vanno a finire". E credo che dicendo così i borghesucci si prendano una specie di rivincita. È giusto tutto questo? Noi non vogliamo i grandi soldi. Vogliamo la sicurezza, la tranquillità, come ce l'hanno tutti, come la pretendono tutti».
LUGLIO 1967
L'idea circola, ma tradurla in pratica non è facile. I grandi capi dei club, della Federcalcio e delle Leghe non possono apprezzare un'iniziativa che mira a limitarne il potere assoluto di decisione riguardo ai calciatori. La stessa "base", cioè i prestatori d'opera del pallone, abituata a diffidare del sindacato, opporrebbe una tenace resistenza prima di lasciarsi convincere della bontà della nuova istituzione. L'unica possibilità di muovere le acque è in mano ai big, i campioni affermati, i più dotati di prestigio e potere contrattuale nei confronti delle "controparti".
E in grado anche, sull'onda dell'affetto dei tifosi, di vincere la diffidenza della gente.
Il sindacato diventa così un affare da "cospiratori" e la carboneria della situazione ha le maglie azzurre della Nazionale, i cui ritiri concentrano i massimi esponenti del campionato.
L'anno, il Sessantotto dei grandi rivolgimenti, è propizio, e tanto più la primavera, consumandosi in questo periodo quella, effimera e tragica, di Praga e il famoso "maggio" degli studenti francesi. In vista della partita del 6 aprile a Sofia contro la
Bulgaria per l'andata dei quarti dell'Europeo, gli azzurri allenati da Ferruccio Valcareggi vivono sott'aceto a Coverciano per qualche giorno e là, nelle lunghe ore libere dagli allenamenti, un gruppetto di loro decide di passare all'azione. Vengono stese le basi della nuova organizzazione e si conviene che ad assumerne la direzione debba essere un "professionista": della legge, ma anche del calcio.
Il perfetto identikit di Sergio Campana, già tracciato da Losi.
Campana, raffinato interno di Vicenza e Bologna, ha chiuso da un anno la carriera dei piedi e ha avviato come procuratore legale quella della testa. Mazzola, Rivera e soci gli scrivono una lettera, chiedendogli di mettersi alla testa dell'iniziativa. Per la cronaca, a Sofia gli azzurri perdono 2-3 e lo sfortunato Picchi vi rimedia un infortunio così grave da indurlo a chiudere la peraltro longeva carriera. Auspici solo apparentemente negativi: la strada azzurra avrà come approdo il titolo europeo (tuttora l'unico della storia). Ma torniamo al sindacato. Dopo qualche giorno di riflessione, Campana pronuncia il fatidico "sì".

17 MAGGIO 1968
L'operazione accende i motori in una riunione a Bologna tra i rappresentanti delle squadre di A e B. Ai comandi, Sergio Campana, assistito da un altro calciatore laureato in giurisprudenza, il terzino della Reggina Carlo Mupo. Fissati i punti programmatici, stabilito il contenuto dello statuto, il nuovo sindacato dei calciatori è pronto a rullare sulla pista.
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