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STEFANO CHIODI
POCHI GOL, MA BELLISSIMI
«Agivo da unica punta, mi muovevo orizzontalmente per fare spazio agli altri. Il pubblico mi voleva bene lo stesso»
Se ne andò da Bologna a nemmeno 22 anni: da lucente 'stellina' , gli si prospettò di salire a conquistare l'agognata 'stellona' rossonera.
Ci riuscì subito, al primo colpo...
Sarà un caso, o l'ennesimo caso, ma la prima rete in serie A Chiodi la segnò, nella partita d'esordio, proprio al Milan. Anno '75: lui neanche vent'anni, della classe '56.
«Altro gran bel gol: e così divenni titolare».
La stagione seguente, altra rete al Milan. Un vizio, o la spiegazione del perché, nel '78, a un miliardo e 800 milioni, l'acquistarono.
In realtà, arrivò a San Siro grazie a Liedholm. «Chiodi fortissimo, diceva il barone. Se lui e Rivera fossero rimasti, avremmo rivinto lo scudetto: lo spogliatoio, vero motore di una squadra, erano loro. E poi c'era la società, grandissima anche allora».
Cresciuto nel Progresso (a 15 anni in Promozione), rifiutò subito Torino.
«Con Graziani e Pulici non avrei mai giocato, me lo confessò disperato, nell'under 21, Garritano». Scelse Bologna (casa e tifo): prima nella Primavera di Pecci, Colomba e Paris e poi, dopo una gavetta a Teramo, in prima squadra, campionato '75-76, l'ultimo prima delle grandi sofferenze di fine decennio.
Da lì parte la sua storia negli almanacchi. Storia piena di grandi personaggi e veri amici.
«A novembre, il Milan della stella si è ritrovato insieme ad Abano Terme a casa di Bigon: una grande emozione. Mancavano solo Novellino e Capello: di Walter mai avrei detto che sarebbe riuscito a far l'allenatore, gran ragazzo ma un po' troppo nervoso; di Fabio invece ne ero certo, capiva già tutto da giovane».
«Il calcio mi piace, belle partite e tanti campioni. Il campo mi manca, dopo l'esperienza nelle giovanili del Bologna (ho avuto anche Cipriani), ma ormai ho deciso di seguire da vicino le mie attività».
Appena può, però, va a giocare con le vecchie glorie, senza risparmiare spallate e gol. Per Chiodi il grande amore continua ad essere rotondo.
Quella di Stefano Chiodi fu una carriera fulminante, un veloce giro di valzer a cavallo fra gli anni '70 e '80, legata al Bologna e al Milan (con intensa parentesi laziale) e conclusasi precocemente, a soli 26 anni. Luminosa come una cometa rimasta in orbita troppo poco.
Quella polvere di stelle, adesso che fa l'oste in provincia, Chiodi se la ricorda alla perfezione: gli anni rossoblù, i primi gol, i consigli di Gringo Clerici, i trionfi milanisti, con grandi campioni e grandi uomini, Liedholm e Rivera in testa, il rigore sbagliato a Roma con la maglia della Lazio, il ritorno a Bologna, funestato dalla retrocessione e dalla gran capocciata fiorentina con Graziani che lo lasciò in coma per una notte, disarcionandolo da una carriera che era solo al suo giro di boa.
Testo di Fernando Pellerano
LA SCHEDA:
Stefano Chiodi è nato a Bentivoglio (BO) il 26/12/1956. Cresciuto nel Castelmaggiore, passa al Bologna che lo gira in C al Teramo per un anno. Rientra in rossoblu ed esordisce in serie A il 19/10/75 in Bologna Milan 1-1, rimane sotto le due torrifino alla stagione 77/78. Passa al Milan giusto in tempo per conquistare lo scudetto della stella, condito da 7 reti (si cui ben 6 su rigore). Nel 80/81 scende con la Lazio in serie B prima di ritornare per una breve e amara esperienza a Bologna (solo 15 presenze e un gol). Nel 83/84 ultima stagione da professionista nel Prato in C1, poi, a neanche trent'anni, conclude malinconicamente tra i dilettanti.


Chiodi di fatto si fermò lì, dopo un altro anno alla Lazio, e poi gli ultimi spiccioli di professionismo a Prato, nel Campania, a Rimini, Lugo e infine Pinerolo. A 30 anni lo stop e il richiamo dell'amata "bassa" . Nel suo Ristorante del Teatro, a Budrio, piccolo feudo dove amministra diverse attività, cè la foto del tiro al volo col quale inchiodò un immobile Ivano Bordon. Era il 29 gennaio 1978.
Sembra ieri.
«Il mio gol più bello: io segnavo d'istinto e quindi mi venivano bene», dice. Da record lo score nel Milan della stella: 7 reti, di cui 6 su rigore.
«Agivo da unica punta, mi muovevo orizzontalmente per fare spazio agli altri. Il pubblico mi voleva bene lo stesso, sul dischetto tiravo una gran botta, ne sbagliai solo uno, alla Lazio, non andammo in A e fu una mezza tragedia. Cose che càpitano, acqua passata».
CHI LI HA VISTI...?
Chiamiamoli pure gli Eroi della Generazione Panini. Volti che vanno a colpire come una frusta la nostra memoria-bambina. Chi è stato un campione, chi un onesto gregario, chi ha promesso tanto, chi invece ha deluso tanto. Ma tutti, per sempre, indimenticabili...