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GUIDA alle SEZIONI
"Il calcio è straordinario proprio perché non è mai fatto di sole pedate.
Chi ne delira va compreso..."

PROLOGO
Più imperioso di Schiavio anche se meno romantico, Silvio Piola è il goleador del passato che più verosimilmente si può avvicinare al goleador d'oggi, precisando che nessuno di quelli d'oggi, dopo il ritiro di Riva, sa attingere come il vercellese alle doti atletiche ed acrobatiche vere e proprie per risultare lo sfondatore proverbiale.
Il ruolo di centravanti, si può dire, era ideale per quel giovanottone vercellese dagli zigomi alti e gli occhi sereni. Era il 1913 quando il Silvio nasceva e la nostra Italia era piuttosto un'Italietta a pensarla com'è oggi, va bene che usciva la prima Lancia «Theta» e che nasceva sempre a Torino con «Cabiria» il cinematografo, ma ancora non erano stati assassinati l'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando con la moglie Sofia, cagione della prima terrificante guerra mondiale e le prime lampade elettriche che rischiaravano appena le notti nelle città e nei paesi, ma tutto era alquanto diverso, il calcio ad esempio era tante parrocchiette che non riuscivano a farne una, la Nazionale era neonata, se me occupavano dilettantisticamente signori estremamente seri e ligi, i quali erano costretti a convocare giocatori della Pro Vercelli, o dell'Ausonia, o del Casale, o del Piemonte, o del Milan, o dell'Inter, o della Doria o del Genoa, non essendosi ancora affacciata alla gloria la Juve.
Che poi si trattasse di gloria, in quegli anni, per quei grossi uomini dalla larga mutanda e che le fotografie ufficiali fanno rivedere come tristi e tonti, non si può che ipotizzare, il calcio era football, era fatto periferico e avventuroso, ancora non era arrivato a guidare la Nazionale con le sue guance rubizze e i suoi occhi cilestrini quel Rangone, grand'intenditore di pallone nel tempo che gli lasciavano le strabilianti mangiate che faceva.
LA PRO COME PRIMA CASA
Il primo vero calcio, inteso come tempesta del cuore, come passione, si giocò a Vercelli. Che poi la città non fosse adatta a incamerare il calcio come faceva col riso, è un altro discorso.
Il destino di Piola era scritto. Non sarebbe invecchiato come Ardissone nella «Pro».
Il Silvio era un adolescente oltre il metro e ottanta che cavava dal destro tiri rotondi e se ne accorse per primo il portiere della Pro Cavanna, che era anche suo zio e che ci sapeva fare, un tipotto molto moderno, un portiere elegante e fantasioso come ne nascevano in quei giorni in cui volare era una vocazione.
Fu il capitano vercellese Ardissone, che menava i novellini perché imparassero a non tirarsi indietro, ad insegnare al Silvio come si fa e fu così che il Silvio già trentottenne, al Novara, continuava a sgambettare come un pivello, aveva conservato baldanza atletica e migliorato la scienza del tiro.
In un amen gli si vide fare alla «Favorita» una rovesciata prodigiosa e il pallone partito dal destro del Silvio nazionale s'insaccò nel «sette» alla destra dell'ingegner portiere Gino Pendibene del Palermo. Ma non divaghiamo e torniamo indietro.
Piola con la magica maglia della Pro Vercelli
C'era una volta il football...
C'era una volta un grande calciatore e un grande personaggio che intese il calcio come sfida, sinfonia, romanzo ma mai come lavoro
Siamo nel campo della gloria vercellese che ahimé è rimasta tale, archiviata con quel calcio di medaglie, targhe e discorsi patriottardi, la «Pro» di Ardissone, di Ara, di Milano, prima dei tempi del calcio nuovo, post prima guerra mondiale, annunziati ed innalzati dal Peppino Meazza primo “professional metropolitano”, anche primo divo, con tutta l'educazione di quei tempi e proseguiti dal Silvio che ne doveva prendere il ruolo di centravanti nella Nazionale.
LA FILOSOFIA DI SILVIO
Piola non intese mai il calcio come lavoro, lo viveva invece come sfida, come ardore, come sinfonia, come romanzo, anche come farsa, tutto, ma non come lavoro. Di allenarsi non gli piacque mai molto, però si allenava nel tempo libero con camminate interminabili per andare a cacciare, che era la sua seconda passione e la terza erano i cani, fu divo anche lui, propagandava certe lamette e certi profumi, aveva questo viso glabro, quest'aria candida ed un po' sorniona, questo labbro un po cascante come tutta la figura, che si ingrandiva a prendere slancio e armonia, nella corsa.
Raccontava: «A sedici anni davo del lei ad Ardissone. Ti dava di quelle stecche se non obbedivi... Era molto autoritario. Io non avevo fatto granché nel mio esordio in prima squadra, ma lui mi prese a simpatia e disse ai dirigenti che avevo tutte le doti per sfondare. E così andai a giocare anche la seconda partita in serie A, ricordo che si giocava a Brescia... E qui m'è capitato il primo episodio importante, perché c'era un terzino perfino più alto di me e molto più grosso, “sgneppa” mi ha detto, che in lombardo vuol dire beccaccino, indicandomi la linea dei sedici metri, se la passi ti mozzo le gambe... Mi sono spaventato e sono corso da Ardissone. Ehi, capitano, quello lì mi ha ha detto che se entro in area mi mozza le gambe. E Ardissone, senza guardarmi: e se tu vieni indietro te le mozzo io. Sono andato avanti, mi sono battuto... Il nostro allenatore era Guido Ara, nessuno aveva il coraggio di parlare quando era adirato... Aveva giocato nella Pro Vercelli, era stato centromediano. Valeva molto di più degli allenatori di oggi... Per me si è data troppa importanza all'allenatore. E' la squadra che fa l'allenatore. Se metti in campo undici brocchi li puoi allenare come vuoi ma non ne esce niente, io più che altro l'allenatore lo vedo sul piano umano. Si, è stato Pozzo il vero allenatore, il più vero e il più grande...».

LE CIFRE DI UN FENOMENO
Il Silvio nazionale esordiva in Nazionale A a Vienna il 24 marzo 1935. L'arbitro era l'inglese Lewington ed il momento era solenne, giustappunto solenne, perché era l'Austria di Sindelar, dei prati di calcio più verdi e delle ville più lussuose, di un calcio radioso per finezza tecnica individuale. Noi le beccavamo puntualmente, come pure dall'Ungheria o dalla Cecoslovacchia, e a Piola toccava sostituire quel genio di Meazza.
Eravamo riusciti a piegare l'Austria di Sindelar a Milano la prima volta nel '37, con un Meazza danzante alla faccia di Hiden, autore di un gol alla sua maniera, mandando in barca tutta la difesa avversaria ed entrando in porta col pallone. E Piola si dimostrò degno di ogni paragone, perché l'Italia finalmente violava lo stadio viennese, segnando le due reti della vittoria , al sesto minuto e al 37' della ripresa. Cominciava così il fulgido Piola azzurro, nel '35 l'Italia non era più un'Italietta, alzava la voce nel concerto delle nazioni, con la sua voce appunto unica, insostituibile, la voce di Predappio.
Italia autarchica era, piena di speranze ed illusioni, i figli maschi benedetti, quelli femmine un po' meno, l'Italia demografica guerriera, libro e moschetto italiano perfetto.
E Silvio Piola «suonava» i portieri avversari, come Platzer quel dì a Vienna, Stadtischer Stadium.
Riassumiamo, prima di proseguire, le cifre del fenomeno Piola: nella sua carriera avrebbe segnato 395 gol ufficiali, 30 in Nazionale A, 11 in Nazionale B, 11 in Coppa Europa, 4 in Rappresentative, 290 in serie A, 27 nel campionato Alta Italia, 6 in Coppa Italia, 600 partite ufficiali giocate, 34 in Nazionale A, 6 in Nazionale B, 544 in serie A, 30 in serie B, 24 in campionato Alta Italia, 2 in Rappresentative Europee, capo cannoniere assoluto nel '38.

Piola e la Nazionale. In alto, in azione in Italia Germania 3-1 del 1939. Sopra, con il suo Maestro, Vittorio Pozzo
MAI SACRIFICI
«Sarei stato più contento — disse — se avessi potuto giocare in una squadra più forte della mia Lazio. Chissà quanto avrei vinto. Perché allora non è come oggi. Il Nord dominava, dominava. Soprattutto la Juve. Ma non è vero che il gioco era più lento e che per il centravanti era più facile, io ero picchiato e malmenato e dovevo picchiare e malmenare a mia volta per farmi rispettare. Mi ricordo ancora il dolore per un calcione assestatomi da Gigi Allemandi alla schiena. Era un calcio più ricco, più ricco dentro, noi giocavamo tutto in certe partite, non per i soldi, non per i soldi...».
E poi ancora: «A Roma ci sono stato molto bene. Non ero un santarellino, non ho mai fatto sacrifici per giocare a calcio... Tre giorni alla settimana andavo a caccia, Zenobi me l'aveva proibito per contratto, poi cambiò idea dopo che diventai campione del mondo. Un altro dirigente, Bornigiafi mi ha regalato un'auto per avere segnato il gol della vittoria in un derby... Era una macchina americana scoperta, una 2500 del corpo diplomatico, l'ho dovuta vendere per disperazione, beveva troppa benzina... io avevo un cane di nome Frem, con lui passavo ore bellissime a caccia... Tirando alle allodole mi allenavo meglio che con Viola o Alt...».

SUL TETTO DEL MONDO
Il Silvio fu campione del mondo nel '38, vale a dire a venticinque anni e lo sarebbe stato sul piano morale anche a trentanove, nel '52.
Tra queste due date, 1938 e 1952, si contempla la sua carriera mostruosa, vi sta chiusa, un centravanti che aveva le qualità leggendarie di un ruolo ormai perito (è nata la punta, che può essere centrale o esterna), fortissimo in acrobazia anche in mischia dunque, fortissimo nella lotta aperta, il suo compasso di gambe si distendeva e faceva il vuoto.
I suoi tiri al volo, le sue rovesciate, te sue potenti incornate. Quella Nazionale 1938 che ha racchiuso il sogno del calcio rapsodico, come la lirica dei libretti di Verdi o di Bellini. Olivieri, Monzeglio, Rava, Serantoni, Andreolo, Locatelli, Pasinati, Meazza, Piola Ferrari, Ferraris II. I venti giorni di ritiro a Stresa.
Con la maglia del Novara, nel dopoguerra
Quel Piola è come il Coppi del '48, del '49. Su tutto volava. Era una fiaba di campione. Lui era la forza italica propagandata dal Fascismo. Ed erano d'acciaio i bulloni delle sue scarpe di calcio, non erano di cartone come le scarpe dei nostri poveri soldati. Quanta retorica.
«Gli azzurri di Mussolini continuano a dare prova del valore e di indomita volontà di vittoria. Gli azzurri hanno trionfato per la seconda volta nel torneo mondiale», inneggiava il «Corriere della Sera».
Piola proseguiva, andava soldato, riprendeva a correre e battersi nel dopoguerra. E nel '52, si era di maggio, il 18 per l'esattezza, quasi a quarant'anni, concludeva la sua carriera azzurra con l'1-1 con l'Inghilterra. Mai l'aveva potuta battere. Ma il nostro calcio, seppur mondiale, era ancora indietro storicamente e tecnicamente, rispetto a quello.
Come singolo, Piola ne era degno. Fu definito eroico il passato dei Piola e dei Rava. Non è mica vero. Erano uomini semplici. Servirono in qualche modo il Paese che allora era patria.
Ma la grana di cui erano fatti non esiste più; i calciatori di oggi son tutti fatti in serie. Forse perché il calcio è diventato lavoro e non si divertono. Piola ha il rammarico di non essersi divertito di più, guadagnando di più. Un giocatore così, più completo dello stesso Riva che era un mancino, in una Juve avrebbe fatto sfracelli di altri scudetti. Però Piola bisogna archiviarlo com'è.
Campione ingenuo e quasi anarchico di una Lazio che non avrebbe più avuto un centravanti così, che cacciava i gol come le allodole, sparando nel sole.
testo di Vladimiro Caminiti
| Stagione |
Squadra |
Serie |
Pres. |
Reti |
1929-30
1930-31
1931-32
1932-33
1933-34
1934-35
1935-36
1936-37
1937-38
1938-39
1939-40
1940-41
1941-42
1942-43
1944
1945-46
1946-47
1947-48
1948-49
1949-50
1950-51
1951-52
1952-53
1953-54 |
Pro Vercelli
Pro Vercelli
Pro Vercelli
Pro Vercelli
Pro Vercelli
Lazio
Lazio
Lazio
Lazio
Lazio
Lazio
Lazio
Lazio
Lazio
Torino
Juventus
Juventus
Novara
Novara
Novara
Novara
Novara
Novara
Novara |
A
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B
A
A
A
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17
37
31
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9 |
0
13
12
11
15
21
20
21
15
8
9
10
18
21
27
16
10
16
15
4
19
18
9
5 |
| |
Totale |
|
619 |
333 |
L'immagine accanto al titolo è stata estratta dalla copertina del libro "Silvio Piola, il senso del gol"
Autore: Lorenzo Proverbio
Edizioni Mercurio, 2006
LA BELLE EPOQUE DEL CALCIO