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Quando lo svedese Arne Selmosson passò dalla Lazio alla Roma quasi scoppiò una rivoluzione. L'estate del 1958 i tifosi laziali la passarono in piazza, ma mai nessuno se la prese con «Raggio di Luna»...
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Altre volte, nella lunga storia di Roma e Lazio, era accaduto che un giocatore passasse agli odiati rivali.
Gli anziani si ricordavano di uno Ziroli che, nel campionato '27-'28, segnò il gol numero uno della storia della Roma e due anni dopo, l'8 dicembre del '29, partecipò al derby numero uno Lazio-Roma, però nelle file della Lazio; e di Ferraris IV, «còre de Roma» e della Roma che, nel '37, spese a favore della Lazio gli ultimi spiccioli d'una avventurosa carriera; e nell'immediato dopoguerra, d'un terzino piccolo e cattivo, Sandrino Ferri.
Q
uell'estate del '58 la gente della Lazio la passò per strada. A protestare. Protestarono i duri e puri contro la società che aveva appena ingaggiato come allenatore Fulvio Bernardini, il «Fuffo nostro» della Roma di Testaccio. Protestarono tutti contro la cessione di Arne Selmosson alla Roma.
Arne Selmosson
DERBY per il RAGGIO di Luna
Nel 1958 fece molto discutere il suo passaggio da una sponda all'altra del Tevere: segnò nel derby romano con entrambe le maglie.
M
a faceva troppo male che Bernardini bandiera della Roma diventasse laziale, e il laziale Selmosson bandiera della Roma. E scoppiò la rivolta popolare.
Nessuno, in realtà, se la prese con Selmosson che era un calciatore-gentleman , quasi laureato, uno
svedese di buonissime maniere proprio come ci si immaginava a Roma un uomo del grande nord; il Selmosson «Raggio di Luna» tanto bianco di pelle che, appena un'altra mano di bianco madre natura gli avesse spennellato addosso, sarebbe riuscito albino; il Selmosson mezzala o ala sinistra che badava soltanto a fare gol, era geloso d'una sua vita privata peraltro castissima e non s'interessava di rivalità cittadine.
E
ra stato ingaggiato dall'Udinese il campionato '54-'55, e grazie ai suoi 14 gol in 34 partite si era classificata al secondo posto. E grazie a Magli e Menegotti, due veterani che vennero poi ingaggiati dalla
Roma, i «nonni di Da Costa» come vennero qui chiamati per via che il brasiliano Da Costa stava cercando qualche nonno o bisnonno italiano allo scopo di oriundizzarsi. Ne aveva appena trovato uno Julinho il campione della Fiorentina: ma poi si venne a sapere che quel nonno era un arciprete di specchiata moralità...
La Lazio stava malissimo a soldi: tra i sogni di gloria del presidente Tessarolo, un banchiere veneto colto, in piena età della ragione, da un' inesplicabile passione per la Lazio, e la mania di grandezza del conte Mario Vaselli, «er sor conte» che spingeva alla pugna i suoi prodi riempiendogli le tasche di marenghi d'oro.
Sul mercato Selmosson dell'Udinese costava una fortuna, Tessarolo-Vaselli super-indebitati non potevano permettersi la spesa e infatti se la permisero.
A
ssieme a «Raggio di Luna» arrivò a Roma teatro Sistina «La padrona di Raggio di Luna», una rivista di Garinei e Giovannini
che raccontava la storia del calciatore «Raggio di Luna», l'attore Robert Alda, lasciato in eredità alla vedova, la grande Andreina Pagnani, debuttante nel teatro leggero. La storia, protagonisti il principe Raimondo Lanza di Trabia, presidente del Palermo, e sua moglie, l'attrice Olga Villi, era vera, salvo che il testamento del principe morto suicida lasciava ad Olga Villi la mezz'ala del Palermo Martegani.
Il vero Raggio di Luna prese il posto del danese John Hansen, il glorioso «Enrico Toti» semovente su una gamba buone e su metà dell'altra.
Entrarono in squadra due giocatori Muccinelli e Vivolo, di stampo aristocratico: non per niente venivano dalla Juventus.
Dal dodicesimo posto del campionato '54-'55 la Lazio di Selmosson salì al terzo. In tre campionati Selmosson giocò 101 partite e segnò 31 gol.
M
a, nell'estate del '58, il disavanzo della società era salito a lire 818.558.547, e i 135 milioni offerti da «Anacleto V» Gianni presidente della Roma avrebbero quantomeno ritardato istanze di fallimento e sequestri giudiziari.
Anche nella Roma Selmosson giocò tre campionati, sempre più pallido, il ciuffetto adesso più bianco che biondo, lo scatto appena appena ammorbidito, quel suo micidiale virtuosismo di calciare senza mai cambiare passo, rallentato talvolta dal bisogno di prendere fiato. Ma, nelle 87 partite giocate, i suoi bravi 30 gol li segnò. E poi se ne tornò a Udine, «prima che», lo disse proprio nel romanesco che in sei anni aveva imparato, «la caciara tra romanisti e laziali mi intronasse del tutto».
Testo di Sergio Valentini
La Scheda:
Aprì e chiuse a Udine
Arne Selmosson era nato in un piccolo paese della Svezia, Sil, il 29 marzo del 1931. La sua prima squadra fu il Jonkoeping, da cui l'Udinese lo acquistò nel 1954.
Alla prima stagione in Italia regalò subito 14 gol (senza rigori) e un traguardo storico al club friulano: il secondo posto dietro al Milan. Se ne accorse allora la Lazio, che si svenò per portarlo a Roma: 10, 12, poi 9 reti nei tre campionati biancocelesti. In grave crisi economica, la Lazio nell'estate '58 fu costretta a cederlo alla Roma.
In giallorosso, Selmosson segnò complessivamente 30 reti: 16 nel primo campionato, 13 nel secondo e una nel terzo.
Solo quattro le presenze nella Svezia del «Gre-No-Li». Selmosson lasciò Roma e la Roma nel 1961, pochi mesi dopo la conquista della Coppa delle Fiere.
Tornò a Udine, la sua Udine, dove chiuse la carriera nel 1964.
E' morto a Stoccolma il 22 febbraio 2002.