grandimisteri
Fu il primo scandalo del calcio italiano. Un giallo che a distanza di oltre 80 anni svela un finale a
sorpresa con troppi colpevoli. E senza alcun vincitore...
Parte il nuovo Campionato
Ma come si presenta la nuova creatura? Di sicuro più snella: delle 44 squadre che, dis­seminate tra
leghe, gironi regio­nali, semifinali interregionali, finali di lega e finali nazionali, avevano affrontato il
campiona­to precedente, ne restano 20, di­vise in due gironi da 10. Senza alcun criterio geografico.
Al gi­rone A sono iscritte Alba Roma, Brescia, Casale, Genoa, Hellas Verona, Inter, Juventus, Mode­na,
Napoli e Pro Vercelli. Al gi­rone B: Alessandria, Andrea Doria, Bologna, Cremonese, Fortitudo Roma,
Livorno, Milan, Padova, Sampierdarenese e Torino. Le migliori tre di ogni raggruppamento si
qualificano per la poule finale, che asse­gnerà il titolo. Squadre da batte­re: la Juventus, campione in
ca­rica, il Bologna, finalista l'anno precedente e il Torino. In secon­da fila le milanesi e il Genoa.
Pronostici rispettati: da una par­te passano al girone finale Juve, Inter e Genoa; dall'altra Torino,
Bologna e Milan. I superstiti tor­nano in pista a marzo e dopo quattro giornate tutti hanno chiara la
trama del film: se la giocheranno fino alla fine il Bo­logna di Schiavio, Della Valle e Muzzioli e il
Torino del supertrio Baloncieri, Libonatti, Ros­setti (44 gol in tre nella prima fase del torneo). Il 15
maggio è il gran giorno: le due regine di fronte al Filadelfia. Segna Libo­natti all'inizio del secondo tem­
po, il Bologna barcolla, sbuffa, si riprende e assedia. Nel finale l'area del Toro è un fortino: So­sia, il
portiere, arriva a far scudo col proprio corpo durante una furiosa mischia sulla linea di porta.
«E'dentro», gridano i bo­lognesi. «Sarà, ma io non ho vi­sto un bel nulla», indietreggia l'arbitro Pinasco,
la faccia stra­volta di uno che non ci capisce più niente e vorrebbe solo riab­bracciare i propri cari. 1-0,
fini­sce così: Torino a 8 e Bologna a 6, raggiunto anche dalla Juven­tus.
Un derby in... giallo
Comincia il ritorno e il vantag­gio granata
aumenta, grazie a una vittoria esterna
con l'Inter, mentre Juve e Bologna si
neutra­lizzano nello scontro diretto. Ul­
tima speranza di riaprire il tor­neo: il
derby, che all'andata aveva vinto la
Juve. Il conte Marone, presidente del
Toro, stavolta ci tiene a fare bella figura
e scommette una cena col "colle­ga"
Edoardo Agnelli. Arbitro della
scommessa il Principe di Piemonte,
nientemeno. Prima di partire per l'estero
il signor con­te si raccomanda: «Ci sono
par­tite che bisogna vincere a tutti i costi.
Questa è una di quelle». Ma nella vita,
purtroppo, c'è sempre qualcuno che
prende le cose alla lettera e Marone
Giustizia è fatta?
I protagonisti dell'intrigo vengo­no convocati e sottoposti a con­fronti incrociati. Oltre ad Alle­mandi, sono
invitati a presentar­si a Bologna, davanti al Diretto­rio federale, altri due juventini: Munerati e
Pastore. L'inchiesta procede fino all'inizio di no­vembre, quando ormai la stagio­ne sportiva 1927-28 è in
pieno svolgimento. Il 3 novembre, tre giorni prima di un importantissi­mo Italia-Austria valido per la
Coppa Internazionale, Nani crolla, trascinando con sé il truce Gaudioso. E Arpinati non perde tempo,
benché si sia a po­che ore da un incontro tanto de­licato. Il 4 novembre un comuni­cato della Federcalcio
costringe molti giornali all'edizione straordinaria:
«Il Direttorio fe­derale, accertato anche per con­fessione del dottor Nani, consi­gliere del
Torino, che egli ha versato al signor Gaudioso, pu­re confesso, lire 25.000 destina­te a
taluno dei giocatori della Juventus per assicurare illegitti­mamente al Torino la vittoria
nella gara del 5 giugno, delibera di togliere al Torino il titolo di campione assoluto d'Italia,
per l'anno sportivo 1926-27».
A To­rino restano di sasso, mentre l'I­talia si interroga: cosa nasconde quel "taluno"? Arpinati scioglie il
dubbio quarantatt'ore dopo in un'intervista alla Gazzetta dello Sport:
«Non sono uomo da mi­steri. Dite pure, prima ancora che esca il comunicato ufficiale, che
stanotte mi è stato possibile individuare il giocatore verso il quale il signor Gaudioso
avreb­be esercitato con successo la propria opera di corruzione. Si tratta dell 'ex juventino
Allemandi che ho intenzione di squalifi­care a vita. Ove altre responsa­bilità venissero alla
luce, col­pirò con la medesima fermezza: ne potete essere certi».
La sen­tenza definitiva arriva il 21 no­vembre ed è per certi versi sor­prendente:
«Il Direttorio federa­le conferma le precedenti deci­sioni e squalifica a vita Luigi Allemandi,
della cui colpevolez­za è stata pienamente raggiunta la prova; richiama il giocatore
Munerati a una più esatta com­prensione dei suoi doveri in quanto un calciatore tesserato
non può accettare doni di qual­siasi entità o natura da iscritti ad altre società; deplora e
proi­bisce il malcostume delle scom­messe anche di lieve cifra, spe­cie quelle tenute contro
le sorti dei propri colori e ammonisce per questa trasgressione il gio­catore Pastore, lieto
di constata­re come l'episodio che ha dato luogo alle accennate sanzioni sia circoscritto a
un solo gioca­tore e non possa quindi gettare ombra né onta sulla grande massa dei
calciatori italiani».
Il caso è chiuso.
il nuovo presidente della Federcalcio. Fascista della prima ora, il ro­magnolo Arpinati nel '26 è un uomo
in vertiginosa ascesa: po­destà di Bologna, segretario della Federazione provinciale, vice segretario del
Partito, de­putato alla Camera.
Ma è anche un personaggio enigmatico, in grado di conciliare gli ideali anarchici e le cariche fasciste,
l'amicizia con Mussolini e le spietate critiche che mai risparmierà al Duce e che segneranno la fine
prematura della sua car­riera politica.
Con l'elezione di Arpinati la Fe­dercalcio si trasferisce a Bolo­gna, nonostante le resistenze delle società
e della stampa del Nord. Proteste che il nuovo pre­sidente non si preoccupa di met­tere a tacere.
Al noto giornalista Renato Casalbore (il fondatore di Tuttosport) che porta avanti una furiosa
campagna contro di lui, si limita a inviare un tele­gramma: «Letto suo articolo. Ha torto. Continui
sua campagna. Rideremo prossimo incontro». Misteri dell'animo umano (o della storia): l'uomo
che nel 1920 aveva condotto, pistole al­la mano, un manipolo di camicie nere all'assalto di Palazzo d'Ac­
cursio, quando si trova ad occu­pare cariche pubbliche, dimo­stra in genere una liberalità sor­prendente.
Appena insediatosi nella nuova carica, nomina se­gretario Giuseppe Zanetti, uno dei massimi esperti
di calcio in circolazione. Giocatore all'alba del secolo in Germania e in Svizzera, fondatore del Modena,
ha un solo insuperabile difetto secondo i papaveri del Partito: non ha mai voluto prendere la tessera
del PNF «Ma io non ho chiesto un fascista», fa sapere Arpinati. «Ho chiesto un compe­tente e un
galantuomo». Qualità che presto sarebbero state messe a dura prova. Arpinati e Zanetti si mettono
al lavoro e a ottobre, finalmente, si parte.
Un immagine del derby dello scandalo:
era il 5 giugno 1927.
Il centravanti granata Rossetti sfiora
il gol di testa
Il caso Pinasco
La festa, però, dura poco: in set­timana arriva in sede un tele­gramma che sulle prime fa pen­sare a uno
scherzo. Il senso è più o meno questo: cari amici, ricor­date il match d'andata col Bolo­gna, vinto 1-0?  E
ricordate an­che quel gol-non gol dei rosso­blu che sarebbe valso il pari? Bene, anzi malissimo. Il signor
Pinasco, l'arbitro, ha ammesso davanti alla CITA (una commis­sione che svolgeva anche le fun­zioni del
giudice sportivo) di aver preso un abbaglio. E allora, poiché trattasi di errore tecnico, la gara è da
ripetere. E quando? Si chiedono sgomenti quelli del Toro. Il 3 luglio, una settimana prima dell'ultimo
turno di cam­pionato. Poco importa che al­l'ultima giornata sia in program­ma il ritorno, al Littoriale: Tori­
no-Bologna e Bologna-Torino, tutto in sette giorni. E la classifi­ca? Torino 10, Bologna 9. Lo scudetto è di
nuovo in bilico. Come reagisce la cosiddetta opi­nione pubblica? Carlin, storica firma del Guerin
Sportivo, scri­ve: «La CITA, soltanto quando ha letto l'esito della partita Torino-Juventus, s'è
accorta di un errore tecnico nella partita Tori­no-Bologna, avvenuta quasi un mese prima»,
E Arpinati? Non è dato sapere. L'impressione è che non avesse gradito affatto il gen­tile omaggio al
"suo" Bologna, proprio nel momento in cui mezza Italia lo accusava di es­sersi portato, con il
trasferimen­to della Federcalcio a Bologna, il lavoro a casa. Di fatto il Resto del Carlino, di cui Arpinati
era, come si direbbe oggi, azionista di riferimento, diede pochissimo rilievo alla ripetizione della par­tita,
nonostante l'importanza della gara.
I duellanti nel frattempo comin­ciano a dare i primi segni di ce­dimento: il Bologna pareggia col Milan e
perde con l'Inter, il To­ro perde col Genoa, ma batte il Milan, portandosi sopra di due alla vigilia del
doppio spareggio. Ma che strano: chi va ad arbitra­re l'incontro di Torino? Tale Da­ni di Genova, uno
che aveva diretto la stessa gara nella pri­ma fase del campionato (il 16 gennaio) e che sull'1-1 aveva
assegna­to ai granata un contestatissimo rigore trasformato dall'infallibile Balacics.
Co­sì, sei mesi do­po, il prode Dani torna sul luogo del de­litto e... conce­de il bis: rigo­re per il Toro, gol
del solito Balacics e proteste molto più sommesse, benché di fatto quel gol assegnasse lo scudetto.
Il giorno dopo, sul Carlino, un trafiletto col risultato e, più in evidenza, il telegramma di feli­citazioni che
Arpinati aveva spe­dito al Torino fresco campione d'Italia. L'impressione è che si fosse ovviato in
maniera artigia­nale - e soprattutto poco rumo­rosa - a una palese ingiustizia: il nuovo presidente della
Federa­zione, per evidenti motivi di op­portunità politica, non poteva permettere che il Bologna vin­cesse
uno scudetto a quel modo. Inutile a questo punto il ritorno al Littoriale, che infatti il Toro affronta con
una squadra imbot­tita di riserve. Vince 5-0 il Bolo­gna, ma la goleada serve solo a consolidare il
secondo posto dei rossoblu.
La lunga estate calda 
Estate torrida, quella del '27. Al­la pensione di piazza Madonna
degli Angeli le finestre sono bocche spalancate in cerca d'os­
sigeno. Allemandi è in partenza: la villeggiatura, poi il probabile
trasferimento al Bologna, dove avrebbe fatto coppia con un altro
formidabile terzino, Monzeglio. Prima di partire, però, deve ave­
re una risposta. Da Gaudioso. Che in un giorno di fine luglio si
presenta nella stanza di Gigi con una cattiva notizia: «Nani non
scuce». Sì, i soliti nomi: Nani, Gaudioso, Allemandi. I soliti so­
spetti, anche. Ma allora, che co­sa era successo alla vigilia di quel
derby, che il Toro doveva vincere "a tutti i costi"?
Era suc­cesso che lo sprovveduto diri­gente del Torino aveva
accettato la proposta di Gaudioso e aveva allungato 25.000 lire
ad Alle­mandi con la promessa di far­gliene avere altrettante a
partita giocata (e vinta). 50.000 lire... 50.000 lire erano cinque
Balilla una dietro l'altra. 125 volte lo stipendio mensile che gli
passa­va la Juve.
Poi, il match era an­dato come era andato: il Torino aveva vinto,
sì, ma Allemandi in campo si era fatto in tre, come al solito. E
Nani non aveva nessu­nissima intenzione di sganciare la seconda
rata. Questa era la ri­sposta che attendeva quel giorno di fine
luglio Allemandi, questo gli fece sapere Gaudioso. E que­sto fu
quanto venne a sapere -troppo calda quell'estate, troppe le
finestre aperte, troppo affolla­ta la pensione di piazza Madon­na
degli Angeli - l'uomo che oc­cupava la stanza vicina.
Ferminelli era un giornalista ro­mano trapiantato da qualche an­
no a Torino, dove, dopo un breve periodo di apprendistato alla
Stampa, era stato assunto come redattore al Paese Sportivo.
Tipo permaloso, questo Ferminelli: a inizio stagione il Torino non
lo aveva incluso nell'elenco degli aventi diritto alla tessera perma­
nente per il Filadelfia. Lui (sem­bra storia di oggi...) se n'era la­
gnato con la società, che si era scusata per l'equivoco e lo aveva
invitato a passare in sede per ri­tirare l'agognata tessera. «Eh
no», era stata la risposta. «Sta a voi farmela avere al
giornale».
Polemicuccia meschina fin­ché si vuole, ma sta di fatto che il Toro
non spedì un bel nulla e Fermi­nelli mai si de­gnò di alzare il
posteriore dal­la sua confor­tevole poltrona. In compenso, però,
vergò per tutta la stagione articoli di fuoco contro il Torino, che
comparvero pure su un foglio milanese, Lo Sport, e su un
settimanale satiri­co romano, Il Tifone. Anche Fer­minelli
boccheggiava per il cal­do in quelle interminabili gior­nate di fine
luglio, a Torino. Abitava in pieno centro: in una pen­sione di piazza
Madonna degli Angeli.
Figurarsi il godimento dello scriba quando le urla sempre più alte
di Allemandi e Gaudioso in­vasero la sua stanza. Un pezzo
sensazionale, servito a domici­lio, e perdipiù capace di affossare
l'odiato Torino. Su Lo Sport uscirono poche righe. I redattori
milanesi vollero affrontare l'ar­gomento con tanta cautela da rendere le allusioni contenute in un breve
trafiletto assolutamente incomprensibili. Quelli del Tifo­ne, invece, spararono un bel tito­lo: «C'è del
marcio in Danimar­ca». E sotto, la piccata ricostru­zione dei fatti del Ferminelli che avanzava sospetti
sulla legitti­mità dello scudetto appena asse­gnato. Poi, il silenzio. Silenzio espressamente richiesto dalla
Federazione al direttore del fo­glio romano: era scattata l'in­chiesta e non erano gradite inter­ferenze. Il
giallo richiedeva un ispettore: fu Giuseppe Zanetti, il segretario della Federcalcio che aveva rifiutato
la tessera fa­scista.
«Fu una inchiesta minu­ziosa», ricorderà lo stesso Za­netti molti anni dopo, «condotta in tutta
segretezza con indagini svolte in Piemonte, in Lombar­dia e in Sicilia. In uno di questi
viaggi venne visitata la pensione che ospitava Allemandi, Gau­dioso e il giornalista per
rileva­re l'ubicazione delle camere. In quella di Allemandi vennero no­tati dei pezzettini di
carta nel ce­stino, pezzettini di carta che ven­nero raccolti pensando che avessero potuto
avere un riferi­mento con la questione che inte­ressava. Infatti, incollati questi pezzettini su
della carta traspa­rente (lavoro che durò ben di­ciotto ore) si potè ricostruire una lettera
con cui Allemandi si lagnava del mancato versamen­to delle venticinquemila lire, so­
stenendo di aver collaborato e non poco alla conquista dello scudetto da parte dei granata.
Non occorreva altro, ma era co­munque necessario arrivare alla prova dei fatti senza far
uso di quella lettera dalla quale non si riusciva a capire il perché non era stata spedita ma
gettata nel cestino».
Virginio Rosetta, difensore della Juventus
aperto inspie­gabilmente le gambe al passag­gio del tiro non irresistibile di Balacics, che aveva
consentito al Toro di pareggiare?
Gianni Brera, nella sua Storia critica del calcio italiano, la ri­solve così: «A questo punto, non
sembra necessario essere Sherlock Holmes per appurare come sia andata, e subito dopo
capire come abbia potuto Allemandi militare nell'Inter di Giovanni Mauro, vicepresidente
della Fe­derazione e temibile capo degli arbitri. I sottili ricatti reciproci avevano lasciato
alla Juventus il terzino più dotato di classe (Ro­setta) e avevano impedito al Bo­logna di
acquistare un terzino che avrebbe fatto irresistibile coppia con il suo Monzeglio ai Mondiali
1934».
Il sacrificio di Allemandi, insomma, giova pa­radossalmente alla Juventus, che in questo modo evita
di perdere altri giocatori. E perché una vol­ta tanto l'inflessibile presidente non usa il pugno di ferro?
Chis­sà. Certo, è curioso notare che solo un anno prima (il 2 maggio 1926) Edoardo Agnelli, per conto
del padre Giovanni, aveva ceduto ad Arpinati l'intero pac­chetto azionario degli Stabili­menti Poligrafici
Riuniti, società editrice del Resto del Carlino. E benché Arpinati, come pare, si fosse deciso all'acquisto
più per pressioni esterne che per un ef­fettivo interesse, l'affare appena concluso lo collocava in una po­
sizione di evidente soggezione nei confronti della potente fami­glia torinese. Inconvenienti - mettiamola
così - del conflitto di interessi...
E Allemandi? Non volle più tor­nare sull'argomento. Solo nel 1976, poco prima di morire, con­fessò a
Carlo Moriondo di Stam­pa Sera: «Sì, e 'era stato qualco­sa di poco chiaro quel giorno. Ma il colpevole
non ero io...».

La colpa dei campioni                                                          
L'impressione che il losco trian­golo Nani-Gaudioso-Allemandi non fosse che la punta dell'ice­berg la dà
peraltro lo stesso Ar­pinati quando spiega perché non sarà il Bologna, secondo classi­ficato, a fregiarsi
del titolo di campione d'Italia. Dalla Gazzet­ta dello Sport del 7 novembre 1927:
«Il titolo passerà ora al Bologna? Assolutamente no. Il risultato dell'inchiesta è tale che ho
riportato l'impressione pre­cisa che talune partite di cam­pionato abbiano falsato l'esito del
campionato stesso. Il Bolo­gna non avrà perciò il titolo tol­to al Torino; il campionato 1926-
27 non avrà il suo vincito­re».
Probabile che Arpinati si ri­ferisse anche al caso Pinasco (l'arbitro che ammise l'errore tecnico in
Torino-Bologna con un mese di ritardo) o ad altre vi­cende mai venute in superficie. Eppure nel corso
degli anni da Torino e da Bologna si sono susseguiti a intervalli più o me­no regolari appelli, raccolte di
firme e addirittura interrogazio­ni parlamentari, per riaprire il fascicolo e assegnare una volta per tutte
lo scudetto di nessuno. Uno scudetto che però non può andare a Torino perché - fosse o non fosse
Allemandi l'unico colpevole - è provato che la corruzione avvenne, anche se Nani agì, come continuò
a ripe­tere, a titolo personale.
Uno scudetto che, tutto sommato, non può neppure scendere sulla maglia dei secondi classificati, sui
quali si allunga, inquietante, l'ombra dello spinoso e mai del tutto chiarito caso Pinasco. Se Arpinati non
premiò il "suo" Bologna, lasciando che il primo campionato della sua gestione si chiudesse senza un
vincitore, non lo fece, evidentemente, so­lo per dimostrarsi al di sopra delle parti.
La morale, per chi ne sentisse il bisogno, è unica, ritagliabile e sovrapponibile alle tristi vicissi­tudini
odierne. Scrisse un anoni­mo editorialista del Resto del Carlino 74 anni fa: «Purtroppo il football ha
assunto in qualche località aspetti diremo quasi in­dustriali: le società sono orga­nizzate
come grandi aziende, dove lo sport, che dovrebbe esse­re sempre sinonimo di cavalleria e
di purezza, deve camminare a braccetto con l'interesse».
Era il 5 novembre dell'Anno del Signore 1927...
Il sacrificio di Allemandi
Chiuso? Beh, insomma. La sen­tenza che sancisce la
squalifica a vita del povero Allemandi (pe­raltro
amnistiata nel giro di un anno) se la cava con un simpati­
co buffetto a Munerati, che - a quanto si desume -
avrebbe ac­cettato un "dono" da parte di una società
avversaria (e Alle­mandi cosa aveva fatto?) e a Pa­store
che addirittura avrebbe scommesso sulla sconfitta della
propria squadra. Il finale poi ha tutta l'aria di una
giustificazione non richiesta (accusa manifesta, dicevano
i latini): l'episodio è circoscritto - si sottolinea - e non
scredita la «grande massa dei calciatori italiani».
Insomma, le zone d'ombra sono parecchie.
Perché Allemandi pretende con tanta foga la seconda
rata del pa­gamento di Nani, pur essendo stato uno dei
migliori in campo nel derby incriminato? Forse perché
era un semplice inter­mediario che doveva girare i
soldi ai diretti interessati? Il torinista Baloncieri qualche
anno dopo lascerà ai posteri una frase sibillina: «Un fatto
dubbio si era presentato agli inquirenti: quel­lo di
sospettare di un altro atle­ta che, per la sua dirittura
mora­le, era inattaccabile». Magari quello che aveva
Luigi Allemandi, pietra dello scandalo. Dopo
l'amnistia in seguito alla squalifica a vita,
divenne campione del mondo nel 1934
Prologo
Doveva essere una stagione storica, e a suo modo lo fu. Il
campionato di calcio che cominciò il 3 ottobre 1926 dove­va essere
celebrato come il pri­mo a carattere nazionale, l'anti­camera del girone
unico. Dove­va essere ricordato come il cam­pionato degli stadi
monumentali (l'iperbole allora andava parec­chio di moda): il
Filadelfia di Torino, il San Siro di Milano e il più maestoso di tutti, il
Littoriale di Bologna. Doveva essere la vetrina più luccicante per
ma­gnificare, agli occhi dell'italiano medio, le gesta del regime: an­che
il calcio, da quel momento, avrebbe indossato la camicia nera. Una
stagione storica, appun­to. E in effetti lo fu, ma per tutt'altro motivo: il
primo cam­pionato della nuova era sarebbe stato, nell'ultracentenaria
storia del calcio in Italia, l'unico a chiudersi senza aver designato una
squadra campione. «Stagione 1926-27: Torino (revocato)»,
dicono così, ancora oggi, gli al­manacchi.
Questa è la storia del­l'unico scudetto rimasto senza un vincitore.

L'uomo della Riforma
Il 1926, per l'Italia del pallone, è l'anno della riforma. Una riforma
finalmente capace di dare una struttura nazionale a un campionato
ancora organiz­zato sulla base di raggruppa­menti regionali e di due
leghe che trova un brillante interprete in Leandro Arpinati,
1927: Lo scudetto di nessuno
Leandro Arpinati
Il Torino 1926/27
dovet­te rendersene conto in quella cir­costanza. L'uomo del destino è un dirigente granata e si chiama
Nani. Ci tiene da matti a dimo­strare il suo zelo e stenta a cre­dere alle sue orecchie quando ta­le
Giovanni Gaudioso, studente catanese di ingegneria, gli sbatte sotto il naso la proposta indecen­te:
«Sono a pensione in piazza Madonna degli Angeli». «Embè?». «Conosco bene Allemandi,
dorme lì anche lui. Vo­lendo, si può trattare...».
Luigi Allemandi, aveva 24 anni, ed era uno dei più forti terzini in circolazione. Cresciuto nel Le­gnano
come mezzala, era stato retrocesso in difesa per poter sfruttare al meglio la sua strari­pante potenza.
Gianni Brera lo descriveva così: «Era una forza scatenata della natura. Portava la zazzera
ricciuta e aveva del diavolo. I suoi spunti veloci im­pressionavano come i suoi balzi
acrobatici. Entrava primo sull'avversario lanciato al goal ed erano veri sfracelli».
Alla Juve l'aveva portato Virginio Roset­ta, che si era preso la briga di andarlo a vedere di persona.
Combi, Rosetta, Allemandi: l'imbattibile difesa della Juve campione d'Italia era stata tra­sferita in
blocco in Nazionale il 17 aprile di quel 1927, a Torino, per un'amichevole (vinta 3-1) col Portogallo.
Combi, Rosetta, Ailemandi, Barale, Viola, Bigatto, Munerati, Vojak, Pastore, Ferrerò, Torriani: si
presenta così la Juve al Fila­delfia il 5 giugno, per il gran derby. E il Torino: Bosia, Balacics, Martin,
Colombari, Janni, Sperone, Carrera, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni. E allora? Attacca il Toro,
ma dalle parti di Combi non si passa. Scrive Bruno Roghi, inviato della Gazzetta dello Sport: «I to­
rinesi lavorano a maglie fitte, ma Allemandi è imbattibile, in­terviene, è sicuro e potente».
Al 44' il colpo di scena: passa la Ju­ve, con Vojak. La ripresa è un assedio granata e quando l'arbi­tro
Gama assegna al Torino una punizione dal limite si presenta sul pallone il potente terzino un­gherese
Balacics: il tiro rasoter­ra non è irresistibile, ma la palla buca la barriera, gol. Traiettoria strana,
secondo Roghi, il nostro "testimone oculare": il pallone è passato tra le gambe curiosa­mente divaricate
di uno juventi­no. Allemandi? No, Rosetta. E il Gigi? Continua a darci dentro: il Toro non trova altri
spazi. Fin­ché un bianconero non ha la bel­la pensata di farsi cacciare, per una reazione ingenua e
spropo­sitata. Allemandi? No, il centra­vanti Pastore.
A un quarto d'ora dalla fine, la Juve, in dieci, an­naspa e il Toro con Libonatti se­gna il gol della vittoria.
Gol che potrebbe rivelarsi decisivo perché consente ai granata di mantenere inalterato il van­taggio sul
Bologna ( 12 a 9) e di far fuori la Juve (rimasta a 7). A tre giornate dalla fine. Il Conte Marone brinda,
Agnelli paga pe­gno e insomma al Toro, mai co­sì vicino allo scudetto, festeg­giano tutti. Tutti tranne
Nani, quello della proposta indecente. Chissà perché.
Storie di Calcio  • email info@storiedicalcio.it
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