L'ERA BOSKOV
La squadra fu quindi affidata a Vujadin Boskov che, nonostante
l'enorme esperienza accumulata all'estero, in Italia era considerato
un allenatore emergente. Il saggio serbo, uomo intelligente e
navigato, non avrebbe comunque tardato a dare una precisa
fisionomia alla Samp. Senza paura, avrebbe lanciato giovani
sconosciuti, pescati nel vivaio blucerchiato: Maurizio Ganz e
Antonio Paganin avrebbero fatto le loro prime apparizioni sul
palco della A proprio in quella stagione. Alle spalle di Bistazzoni,
portiere titolare, premeva un ragazzone bolognese, Gianluca
Pagliuca, prelevato dalle giovanili rossoblu. Avrebbe avuto
occasione di dimostrare il proprio valore, con Boskov in panchina.
In più, gli arrivi del roccioso Briegel, difensore che aveva
conquistato lo scudetto a Verona, e del giovane Fusi dal Como
diedero più compattezza al giovane organico.
Fu la classica annata di transizione, che vide i blucerchiati, sesti al termine della stagione, perdere il posto-
Uefa solo dopo uno sfortunato spareggio col Milan. Nonostante l'amarezza finale, le note liete non
mancarono: Vialli, notevolmente irrubostito fisicamente, stava definitivamente affermandosi come
implacabile bomber, mentre il Mancio, finalmente libero dai tormenti di Ulivieri e Bersellini, pennellava
capolavori. Mancava ancora la malizia, alla Samp, sempre più squadra-simpatia. Giovane e brillante, ma
generosa con gli avversari nei momenti topici. Sai che soddisfazione: la simpatia non finisce mica in bacheca,
e i miliardi spesi da Mantovani reclamavano ben altri allori. Occorreva l'uomo che riuscisse a far quadrare il
cerchio, che sapesse offrire esperienza ed entusiasmo, che sapesse sacrificarsi senza storie. Per farla breve:
occorreva Toninho Cerezo, un trentenne brasiliano troppo frettolosamente ripudiato dalla Roma.
Perché il buon Toninho, che faceva parte della generazione dei vari Falcäo e Zico, non apparteneva alla
schiera dei fenomeni conclamati. Il suo compito, in sostanza, era correre, e tanto, anche per chi credeva che
per essere campioni bastasse avere piedi fatati. Mai acquisto fu più saggio, da parte della dirigenza.
L'arrivo del sudamericano coincise con l'inizio della stagione dei trionfi: subito quarti in campionato e vittoria
in Coppa Italia, tanto per gradire.

La stagione 1988-89, quindi, vide la partecipazione della Samp alla Coppa delle Coppe, che avrebbe
riservato ai blucerchiati una grossa amarezza a Berna, contro il fatal Barcellona. In prima squadra si
affermarono stabilmente Pagliuca, che dopo le due apparizioni della stagione precedente aveva scavalcato il
vecchio Bistazzoni, e il genovese Marco Lanna. L'acquisto più importante, comunque (registrato per
dovere di cronaca quello dello spagnolo Victor), fu quello di Beppe Dossena. Dato per finito dopo l'amaro
epilogo della sua lunga avventura al Torino, Dossena aveva saputo rifarsi nella quiete di Udine. Ma le
ambizioni dei friulani erano troppo modeste, per l'antico guerriero granata: a Genova avrebbe ritovato la
serenità e la gioia dei primi anni torinesi. Anni trionfali, in cui il paragone col leggendario Valentino Mazzola
corse spesso fra i tifosi anziani senza suonar bestemmia. Fu probabilmente la stagione della maturità, quella:
la Samp si rese conto finalmente delle proprie reali capacità, nell'amara serata della sconfitta in finale di
Coppa delle Coppe. Era ormai una squadra capace di competere su ogni fronte, in Italia come in Europa.
Ancora una Coppa Italia, quindi, per tentare di nuovo l'avventura europea forte dell'esperienza accumulata.
PRIMI IN EUROPA
Boskov si era guadagnato alla grande la conferma alla guida dei blucerchiati, per la prima volta seriamente
intenzionati a conquistare il titolo di Campioni d'Italia. Perché le coppette andavano bene, però per avere la
tanto agognata supremazia cittadina occorreva il colpo grosso, quello che fa entrare nella storia del calcio. Ma
la rivalità di campanile poco contava, secondo il presidente, che giustamente non vedeva nel Genoa un
avversario all'altezza delle pretese doriane: «I nostri nemici non stanno a Genova: stanno a Firenze,
a Milano, a Torino. Sono quelli che hanno paura che noi poi si finisca per scalzarli in
classifica. Perché sanno che li scalzeremo». Nel maggio del 1989 arrivò la grande professione di fede
dei giocatori blucerchiati, nel momento di maggior pressione da parte della Juve, che in tutti i modi cercava di
strappare alla Sampdoria i suoi gioielli. Si trovarono a cena in tanti (Mancini, Vialli, Vierchowod,
Pagliuca, Mannini e Pari), con le rispettive famiglie, in ansia per il proprio futuro. A un certo punto, Mancio,
leader, in campo e fuori, si alzò e strinse un patto con i compagni presenti: nessuno si sarebbe mosso da
Genova finché non si fosse vinto lo scudetto. Quanti giocatori, oggi, avrebbero il coraggio di rifiutare la
Juventus, sinonimo di alti ingaggi, popolarità e vittorie? Anche il Milan, nell'estate dell'86, aveva incassato il
secco no di Vialli, fermamente intenzionato a vincere con la maglia blucerchiata.

Difficile comprendere queste scelte, non conoscendo il presidente Mantovani. Mancini si giustificò così: «Se
non sono andato via è stato anche per lui: credo che i rapporti umani nella vita valgano
molto e non me la sentivo di voltare le spalle a chi mi aveva voluto bene». Così compattata, la
Samp si presentò al via del campionato 1989-90 coi nuovi arrivi Invernizzi, Lombardo e Katanec.
Quest'ultimo, una specie di bisonte sloveno proveniente dallo Stoccarda, fortissimo di testa, avrebbe dato
quella fisicità che mancava al centrocampo blucerchiato. Nonostante l'ottimo rendimento della squadra, a un
certo punto della stagione il tecnico slavo rischiò seriamente l'esonero, dopo avere paragonato il proprio cane
all'uruguaiano Perdomo, allora in forza ai cugini del Genoa: «Il Genoa ha speso un miliardo e mezzo
per Perdomo, ma se io lascio libero il mio cane, gioca meglio dì lui». Anche questo episodio, che
può apparire per certi versi comico, contribuisce a rendere l'idea del personaggio Paolo Mantovani, sempre
lontano dalle polemiche e da qualsiasi tipo di faziosità. Fortunatamente il diesse Borea ricucì lo strappo:
quello fu l'anno della definitiva consacrazione dei ragazzi di Boskov, che a Goteborg conquistarono
finalmente la Coppa delle Coppe ai danni dei belgi dell'Anderlecht. Nuovamente quinti in campionato, ma
con grandi ambizioni per il futuro.Eccellente l'innesto di Lombardo, un'ala che si era rivelata preziosissima.

Vero leader della squadra si era affermato, stupendo tutti quelli che ne avevano prematuramente inciso
l'epitaffio, il nonnetto Toninho Cerezo, reduce da una onorata carriera da gregario: «Giusto così. In mezzo
a Socrates e gli altri il più brocco ero io. Toccava a me correre per tutti. Ma adesso che i
grandi nomi vanno diminuendo, che il calcio ha trovato valori un po ' più dimezzati, ecco che
il sottoscritto può proporsi nel ruolo di leader. In mezzo a Victor e Pari mi sento un leone,
con meno ossigeno ma con molto fosforo in più». Intanto, i Mondiali italiani erano in vista: Vialli era
la stella della Nazionale azzurra: affiancato dall'astro nascente Roberto Baggio avrebbe dovuto fare sfracelli.
L'uomo dell'estate fu Totò Schillaci, destinato a conoscere brevi fortune: Vialli, invece, firmò un torneo
disastroso e si trovò in prima fila tra gli imputati di alto tradimento.
FINALMENTE IL TRICOLORE
Nessuno credeva realmente nella squadra di Boskov, alla vigilia della
stagione 1990-91, soprattutto dopo il pessimo Mondiale del suo
bomber principe. L'unica novità di rilievo, d'altronde, era costituita
dall'arrivo del fuoriclasse ucraino Mikhailichenko, stella della
Nazionale sovietica e della Dinamo Kiev. Ma a credere nel
biondissimo centrocampista erano davvero in pochi, viste le magre
raccolte dai suoi connazionali Zavarov e Alejnikov. Dal munifico
Bologna, poi, era arrivato Ivano Bonetti, reduce da due ottime
stagioni in rossoblu. In lotta per la testa della classifica fin dalla
prima giornata, i blucerchiati, trascinati proprio da Vialli e da un
superbo Mancini, non abbandonarono mai il gruppo delle grandi,
che via via andò perdendo pezzi, come una fragile Juve targata
Maifredi, che resse soltanto mezzo campionato. Solo verso il
termine del girone di andata, proprio dopo la clamorosa
affermazione ai danni dell'Inter, la Samp accusò una brusca
flessione: due sconfitte consecutive, in casa col Torino e a Lecce,
parvero confermare la cicalesca vocazione dei blucerchiati, belli ma
mai capaci di accumulare punti facili per i tempi difficili. Campione
d'inverno fu quindi l'Inter, con la Doria seconda a inseguire
staccata di due lunghezze.
E in anni di totale zona-mania. Boskov venne da più parti accusato di difensivismo e di obsoloscenza calcistica.
Per nulla preoccupato, il volpone dei balcani rispondeva   ai suoi     detrattori: «Sarei pazzo se giocassi a
zona, avendo in Vierchowod e Mannini i campioni del mondo della marcatura individuale».
Sarebbe stato un estenuante testa a testa con l'Inter, che si sarebbe protratto fino all'indimenticabile domenica
di San Siro, che annunciò l'imminente trionfo doriano.
Fu un rotondo zero a due, con reti di Dossena e Vialli. Ma l'eroe della giornata fu Pagliuca, che parò un
rigore all'infallibile Matthäus. Soltanto alla penultima giornata, dopo avere sonoramente schiaffeggiato il
povero Lecce, potè avere inizio la festa, che vide un insospettabile Cerezo capofila dei goliardi blucerchiati.

ULTIMI FUOCHI E ADDIO AL PRESIDENTISSIMO
Sarebbero stati gli ultimi splendori di una grande squadra, quelli della stagione 1991-92, che coincise con
l'inizio dello strapotere del Milan di Capello, davanti al quale la pur munita armata doriana potè ben poco.
L'arrivo del brasiliano Silas al posto dello sfortunato Mikhailichenko fu sintomatico dell'inversione di rotta.
Eppure arrivò sesta, la Samp, e conquistò il diritto a disputare la finale di Coppa dei Campioni, a Wembley
contro il Barcellona. Ancora bruciava la sconfitta nella finale di Coppa delle Coppe patita pochi anni prima, ma
la sete di rivincita non bastò a consegnare ai ragazzi di Boskov il più prestigioso trofeo continentale.
Era la fine di un sogno, e il giocattolo si ruppe irrimediabilmente, complice il male che stava minando il
Presidente. Vialli fu ceduto alla Juve, un trasferimento che fece epoca e avrebbe decretato la fine del
paradiso doriano, della squadra-simpatia e di tutti gli altri miti che si erano creati attorno al club blucerchiato.
Al momento del passaggio in bianconero, il bomber blucerchiato dichiarò: «Abbiamo convenuto che
fosse meglio mantenere in A la Samp senza Vialli piuttosto che ritrovarla tra qualche anno
con Vialli in Serie B».
Tutto crollava, ma il peggio doveva ancora venire. Intanto, anche lo zio Boskov faceva le valige per fare posto
al profeta della zona Eriksson. Finché fu in sella Paolo, comunque, i piazzamenti della Doria si mantennero
sempre su buoni livelli, e altri campioni ebbero il privilegio di indossare la maglia blucerchiata, come Gullit,
Jugovic e Platt. Il 14 ottobre 1993, però, il presidentissimo, l'uomo che aveva creato un sogno partendo
dalla B, si spense. Con lui morì definitivamente la Samp che si era fatta amare da tutta Italia.
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scudettistorici
1990/91: Il talento di Mancini e Vialli, la saggezza di Boskov, il fosforo di Cerezo, la sicurezza di
Pagliuca. Una squadra che ha rallegrato il calcio. Fatta di campioni e di uomini veri, uniti nel nome di
un grande presidente: Paolo Mantovani
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