Quando nel 1978, a quattordici anni ancora da compiere, arrivò a Bologna per un provino incantò
tutti: lo presero al volo, versando all'Aurora di Jesi cinquecentomila lire. Era tra i bam­bini del
Bologna il più bambino di tutti: giocava con compagni più vecchi di lui di due anni, cosa che gli valse
un soprannome difficile da smaltire (Bimbo) e le attenzioni interessate degli os­servatori. Il prezzo
della precoce scalata? Gli scherzacci da caserma dei più grandi, mica roba di poco conto: «Passavo
le mie serate chiuso in camera a elaborare piani di fuga. Poi però, quando sentivo i miei al
telefono, mi sforzavo di non lasciare trasparire nulla: ero arrivato fin lì e avrei sopportato di
tutto pur di giocarmi le mie carte».

A tirarlo fuori dalla caserma fu Tarcisio Burgnich. Che nel 1981 aveva preso il posto di Gigi Radice
sulla panchina del Bologna. Alle porte una stagione difficile: il presidente Fabbretti aveva pochi soldi
da spendere e la squadra che aveva messo in mano al suo allenatore non lasciava presagire
giornate radiose. Mancini avrebbe dovuto esordire con la Primavera: stava per compiere 17 anni.
Ma il 12 settembre, alla vigilia della prima giornata di campionato, non parte coi compagni per
Rimini: «Tu resti a Bologna» gli dice Burgnich, con una faccia che non c'entra niente con le parole
che gli escono di bocca. «Sei a disposizione della prima squadra per il match contro il Ca gliari».
Bella mossa, vecchio Tarcisio. Aveva capito subito che con quei chiari di luna il Bimbo avrebbe potuto
tornargli utile, molto utile.
«Mancini doveva andare in prestito al Forlì. Io mi opposi, lo tenevo d'occhio fin da prima
dell'estate. "Tratteniamo lo", dissi al presidente. Davanti avevo Chiorri e Fiorini, ma quel
ragazzo avrebbe potuto contendere il posto a entrambi».
Il giorno dopo - a 16 anni, 9 mesi e 17 giorni - Roberto Mancini esordisce in Serie A. Il padre, Aldo,
che era andato a Rimini per vederlo giocare con la Primavera, sgomma verso Bologna e arriva
appena in tempo per vedere il pargolo muovere i primi passi nel grande circo.

Diciassette minuti, appena. Quanto basta a Burgnich per capire che il Bimbo tra i grandi non
sfigura affatto. Saranno dodici la domenica successiva, ventotto quella dopo. A fine campionato
Mancini avrà giocato 30 partite su 30: come debutto, niente male.
In che ruolo gioca il piccolo genio? Ha sempre giocato sulla trequarti, da rifinitore. Ma Burgnich ha
soprattutto bisogno di attaccanti e lo schiera da seconda punta, anche perché il ragazzo ha fiuto da
attaccante: nove gol a fine torneo fanno convergere su Roberto le attenzioni di tutte le grandi.

L'uomo del destino si chiama Paolo Borea, è ferrarese ed è arrivato a fare il direttore sportivo del
Bologna dopo qualche anno di inevitabile gavetta: Prato, Modena, Parma. Ora ha l'occasione della
vita: il petroliere Paolo Mantovani gli offre un posto alla Sampdoria e lui ricambia con la dritta
giusta: «Se vi interessa Mancini è il momento di chiudere. La Juve si è già fatta sotto». Buono a
sapersi: la Sampdoria non perde tempo e chiude la trattativa con Fabbretti, che ha un disperato
bisogno di denaro contante. Due miliardi e mezzo più Galdiolo, Roselli e Logozzo, cifra
astronomica per un ragazzino di diciotto anni. Che ancora non sa nulla: è in campeggio, coi suoi, a
Senigallia e proprio lì lo raggiunge Borea al suo primo giorno da direttore sportivo della Samp.
Borea conosce bene il Bimbo, lo ha vi sto crescere e sa quali corde toccare: «Mantovani vuole
costruire una grande squadra. E tu puoi diventarne la bandiera».
Del destino di Roberto Mancini la gioventù è sempre stata, e continua a essere, il
tratto distintivo. Aveva 13 anni quando i genitori, acconsentirono a portarlo da Jesi
a Casteldebole, il centro di allenamento del Bologna, per assecondare il desiderio
del loro bambino di provare a fare il calciatore; ne aveva 16 quando l'allora
allenatore del Bologna, Tarcisio Burgnich decise che quel ragazzino poteva
debuttare in serie A.
E ne aveva 17 quando Paolo Mantovani firmò un assegno record per eleggerlo
trave portante del nascente progetto-Samp; ne aveva 20 quando si precluse una
storia azzurra più consistente di quella che sarebbe stata litigando con Bearzot per
una notte di libera uscita a New York; ne aveva 36 quando un' indubbia forzatura
regolamentare lo depositò sulla sua prima panchina - ovviamente di serie A - a
Firenze
Aldo Mancini firma per il figlio ancora minorenne un contratto quadriennale a scalare: 40 milioni
per la prima stagione, poi 60, 80 e 100. Non male per uno che al Bologna guadagnava novanta mila
lire al mese come rimborso spese. Il giorno dopo si presenta a Senigallia un uomo della Juventus.
Ha un contratto da far firmare a un ragazzino che promette bene. Non sa di essere arrivato troppo
tardi. Tutti quei soldi per un ragazzo sono una follia - sentenziarono i soloni del mercato, che non
avevano firmato un assegno del genere solo perché Mantovani e Borea non gliene avevano la­
sciato il tempo. Quando Mancini arriva a Genova, si sente addosso gli occhi di tutti: stiamo a
vedere se li vale davvero - pensano e dicono un po' tutti. Peso enorme per le spalle di uno che fino
a un anno prima sognava l'evasione dalla clausura di Casteldebole. E il signor allenatore come
accoglie l'ultimo arrivato?

Il signor allenatore è Renzo Ulivieri, uno che detesta le prime­donne come solo le primedonne
sanno fare. «Tu, bimbo, in che ruolo giochi?», gli fa il giorno del raduno.
«Mi piace stare dietro le punte, partire da lontano». Risata: «E tu al Bologna avresti fatto nove
gol partendo da lontano? Ma va... Tu sei un attaccante centrale e con me giocherai là davanti».
Insomma, non c'è il cosiddetto colpo di fulmine, mettiamola così. Anche per ché il ragazzino è
introverso e orgoglioso quanto basta. Renzo Ulivieri che a distanza di tempo ricorda: «Ai miei
tempi, Roberto era un ragazzo, un calciatore in formazione. Il ruolo? Sì, ci fu qualche
problema: io lo vedevo prima punta, lui non ci ha mai creduto. So che la carriera che ha poi
fatto sembra dargli ragione, ma io resto con vinto che da attaccante puro avrebbe potuto fare
di più».
Prima ancora che lo diventasse, Ulivieri aveva già bocciato anche il Mancini allenatore: «Gli manca
la paraculaggine, è troppo spontaneo. E in questo mestiere bisogna saper fingere».

Fortuna che a Genova c'è Paolo Mantovani: il presidente si innamora dal primo momento di quel
ragazzino con un broncio troppo più grande di lui. Lo tratta come un figlio, al punto che Mancini
arriverà a chiedere proprio a lui - al suo datore di lavoro - di amministrargli i guadagni. È l'unico
che riesce a riprenderlo senza trovarsi di fronte un muro. Negli anni, gli inviti a pranzo diventano
sempre più fitti e le prediche hanno un finale scontato: «Roberto, ma vaffffanculo», così, alla
romana. Poi però, quando c'è da parlare di soldi, Mantovani spara più alto della cosiddetta
controparte, che si può permettere anche il bel gesto: «Presidente, facciamo un po' meno».
Scenari ai confini della realtà che diverranno abituali più tardi, quando la Samp diventerà il club
esclusivo e surreale dei "sette nani", con Vialli e Mancini felici e vincenti.
Ma all'alba degli anni Ottanta, in una Samp da costruire, Mancini non è ancora Mancini e deve fare
i conti con le scelte di Ulivieri che lo vede prima punta e con i rancorosi silenzi del sergente
Bersellini, che non ne apprezza gli svolazzi di fantasia e glielo fa capire in maniera fin troppo
brusca. Figurarsi la reazione. Come la racconta oggi, il tecnico? Così: «Che Mancini avesse rare
qualità dal punto di vista della tecnica, non l'ho mai messo in dubbio. Ma sostenevo che
andasse incanalato dal punto di vista tattico. Per capirci: volevo che tornasse, quando il
pallone l'avevano gli altri. Ho fatto di tutto per scuoterlo e ho usato anche le maniere forti:
non sono riuscito a ottenere granché. Lui faceva resistenza e si chiudeva sempre di più».

Storia di reciproche incomprensioni, che oggi Mancini rilegge con relativo distacco: «Con lui ho
perso due anni. Alla fine arrivai a chiedere a Mantovani di prestarmi al Bologna, in B. Un
allenatore deve dare alla squadra un'impronta, ci mancherebbe. Ma non può ingabbiare la
fantasia di certi giocatori. Se c'era una cosa che Bersellini non mi perdonava era il colpo di
tacco. Non importava che mi riuscisse o meno, era l'idea che lo infastidiva. Ma se sono di
spalle - gli dicevo io - perché devo fare la fatica di girarmi?».

Eugenio Bersellini, che probabilmente sbagliò nei modi, forse non ave va tutti i torti: quanto fosse
difficile da gestire il giovane Mancini lo capii subito anche Bearzot. Che, dopo averlo preso in consi­
derazione per i Mondiali dell'82 (Mancio faceva parte della rosa dei quaranta), lo fece esordire
durante la tournée americana del maggio 1984. Un tempo contro il Canada, un tempo contro gli
Stati Uniti, a New York. La sera, Mancini, con Tardelli e Gentile, abbandona il ritiro per tuffarsi
nella Grande Mela. «Andammo allo Studio 54, in altri locali alla moda. Avevo vent'anni e
vedevo l'America per la prima volta. Il giorno dopo saremmo tornati a casa e insomma pensai
che un giro per il centro non avrebbe fatto male a nessuno. Ma Bearzot non la prese al
trettanto bene: ero l'ultimo arrivato e forse da me si aspettava il rispetto delle regole più
elementari. Il giorno dopo mi fece una scenata e se ne andò con queste parole: "Tu con me hai
chiuso ". Testuale. Fu proprio così: non mi richiamò mai più in Nazionale. Con una telefonata
magari avrei sistemato tutto, ma allora mi rodeva il pensiero di essere stato l'unico a pagare».

Mancini giocherà la sua terza partita in Nazionale solo nel 1986 quando Vicini prenderà il posto di
Bearzot. Nel frattempo si era guadagnato il ritorno in azzurro guidando la fantastica Under 21 di
Azeglio in un sontuoso campionato europeo chiuso a un passo dal trionfo. Rapporto complesso,
quello tra Vicini e il Mancio. Fu amore a prima vista: la felice esperienza dell'Under convince il neo
Ct, appena salito al soglio, a richiamare il reprobo. E tanto ci tiene l'Azeglio al suo gioiello da
arrivare a disattendere le norme di comportamento fissate da Carraro. Succede nel gennaio del
1987: la domenica Mancini se ne esce con una sparata sconcertante, al termine di Atalanta-
Sampdoria. Rimprovera all'ar­bitro Boschi di non averne azzeccata una e conclude: «I tifosi invece
che picchiarsi tra loro, dovrebbero invadere il campo e suonarle a certi arbitri». Boom. Ora, visto
che il commissario federale Carraro aveva aperto il nuovo corso azzurro dicendosi contrario alla
convocazione in Nazionale di giocatori squalificati, nessuno si aspettava la chiamata di Mancini,
destinato a sicura sanzione disciplinare.
Convocazione che invece arriva puntuale il giorno dopo. Solo la reazione sdegnata dei
commentatori convincerà il Ct a fare marcia indietro, mentre Mancio pentito si straccia le vesti: «È
stata una follia, a freddo non avrei mai detto certe cose. Ma mettetevi nei miei panni, voi che
ora mi dipingete come un terrorista. A tredici anni sono stato preso e portato a Bologna, dove
il calcio mi obbligava a essere già grande. Ho studiato fino al quarto geometri, ho letto, ma
poco, perchè il calcio non ti dà respiro: uno o due allenamenti al giorno, mangiare, dormire, il
ritiro, non rimane mai un pò ' di tempo per pensare e vivere come quelli della tua età. E ogni
giorno in testa c'è la partita, la partita che non si può perdere... Poi la perdi, in quel modo, e
per una volta nella vita si esplode. Ho fatto la parte del grande fino a domenica, poi non ce
l'ho fatta più». Chi parla è un ragazzo di 23 anni che tutti chiamano il Bimbo e che ha il riampianto
di non esserlo mai stato davvero.

Mantovani non gli risparmierà una delle sue tirate bonarie (con la solita, inevitavile, conclusione) e
anche Vicini aspetterà la quiete dopo la tempesta. Ma continuerà a puntare su di lui in vista degli
Europei del 1988 che infatti il Mancio gioca da titolare. I guai vengono dopo: Vicini comincia a
studiare nuove soluzioni e ai Mondiali del 1990 non concede nemmeno un minuto al suo ex pupillo.
Che sul momento non la prende bene: «Giocare in una squadra come la Samp può essere uno
svantaggio: godi di meno considerazione da parte della stampa nazionale».

Alla quale del resto aveva già riservato inequivoca bili apprezzamenti dopo l'unico gol segnato agli
Europei tedeschi, coronando la sua esultanza con una serie di gesti all'indirizzo dei giornalisti
presenti allo stadio. Ma Vicini? «Io non pretendo niente. Chiedo solo che mi si offra la possibilità
di competere con gli altri. Se mi convocherà ancora, bene; altrimenti me ne farò una ragione».

La delusione mondiale di Mancini - e anche di Vialli escluso proprio sul più bello - fa bene alla
Samp, che dopo l'arrivo di Boskov (nel 1986) era andata lievitando: dopo due coppe Italia e una
Coppa delle Coppe, nel 1991 arriva lo scudetto. Il vecchio Vujadin è uomo di mondo e sa come
gestire i suoi galletti. Lascia sfogare Mancio in campo e fuori delegando a papà Mantovani il ruolo
del "fustigatore".
All'epoca Mancini la raccontava così: «Eravamo abituati alla caserma del sergente Bersellini:
durante gli allenamenti non doveva volare una mosca. Quando è arrivato Boskov ci è sembrato
di rinascere: adesso non vedo l'ora di cominciare l'allenamento perché ci divertiamo,
scherziamo e quella vecchia volpe trova ogni giorno il modo di farci sorprendere, di farci
sudare in allegria».
Non sempre le storie d'amore finiscono di colpo. Spesso si trascinano nel ricordo e vanno avanti
per anni, tra crisi e apparenti ritorni di fiamma. La stessa cosa è successa a Mancini e alla Samp.
Quando è cominciata la fine? Il 20 maggio 1992, quando Mancini abbandonò Wembley in lacrime
dopo aver lasciato al Barcellona la Coppa dei Campioni? «Avessimo vinto quella sera, sarebbero
cambiate molte cose», dirà. Oppure un mese dopo, quando Vialli si trasferirà alla Juventus e
anche zio Vujadin lascerà a Eriksson la sua panchina? Più facile collocare l'inizio della fine in quel
tragico - tragico per davvero stavolta - 14 ottobre 1993, il giorno della morte di Paolo Mantovani.
Al quale Mancini dedicherà parole cariche di nostalgia e gratitudine nella sua autobiografia: «Caro
Presidente, grazie ancora e sempre per avermi trattato come un quinto figlio e per avermi
fatto il com plimento più bello che io abbia mai ricevuto in vita mìa, quando disse: "Spero che
tu possa avere un figlio uguale a te". Grazie per avermi capito più a fondo di tutti».

Perso il suo secondo padre, Mancini non sarebbe più stato lo stesso. Il 5 novembre 1995, quando
Nicchi lo ammonisce per simulazione dopo uno scontro in area con Pagliuca, l'Italia scopre che il
Mancio è un campione coi nervi a fior di pelle. Si toglie la maglia, si butta a terra, chiede a Eriksson
di essere sosti tuito e quando inevitabilmente Nicchi lo espelle, lui abbandona il campo gridando a
squarciagola di aver chiuso col calcio e con gli arbitri. Pochi mesi dopo una scena analoga con
Bettin. Anche Eriksson resta senza parole: «Bisogna accettare il fatto che qualcosa in lui si è
rotto».

Enrico Mantovani, che ha rilevato il posto del padre, non è d'accordo: quando Moratti fa un'offerta
delle sue a Mancini per portarlo all'Inter (novembre '96), il nuovo presi­dente fa valere il contratto in
essere e il Mancio si presenta alla stampa con un foglietto spiegazzato sul quale ha scritto: «Resto,
ma sono deluso».
A 32 anni, Mancini è un uomo in fuga da un passato troppo ingombrante. Ha rinunciato da un pezzo
anche alla Nazionale, forse per risparmiarsi l'ennesi ma disillusione. Le ultime comparsate gliele
aveva concesse Sacchi prima dei Mondiali americani: «Ma dopo dieci anni di tentativi avevo
capito che in azzurro non avrei mai sfondato. Colpa mia, del mio carattere particolare, della
fiducia incondizionata che ho bisogno di sentire. Mi resta il rimpianto di non aver trovato un
tecnico che mi dicesse "punto su di te a prescindere, per dieci partite sarai titolare". Sacchi?
Con me è stato corretto, e lo stesso discorso vale per Vicini. Non ho rancori. Arrigo mi ha
insegnato molte cose: trovo che sia il miglior tecnico del mondo nel fronteggiare il possesso
di palla avversario. Quando la palla è nostra, invece, sono meno d'accordo con la sua
impostazione: un copione toglie agli attaccanti la libertà mentale che crea il passaggio
inatteso o il tiro improvviso».

L'addio alla Sampdoria è ormai un passo inevitabile: nell'estate del '97 Mancini segue Eriksson alla
Lazio ed Enrico Mantovani stavolta ammaina la bandiera blucerchiata senza troppi rimpianti:
«Il nostro rapporto è andato in crisi quando ho iniziato a trattare Mancini da persona adulta,
dopo anni di esagerato trattamento paterno. Mancini è un ragazzo viziato a cui tutto era
dovuto. Pretendeva di scegliere i giocatori, voleva il pullman da mezzo miliardo e tante altre
cose che io non sono in grado di garantire».
Mancini non replica. Pensa alla Lazio e soprattutto al futuro: Cragnotti gli promette un posto in
società, ma il Mancio non sa resistere al richiamo del campo. Meglio la panchina della scrivania.
Eriksson sa come prenderlo. Lo lascia sfogare, poi lo convin ce biascicando con la sua impagabile
flemma poche parole. Il loro rapporto è tutto in una parti ta di tennis, appuntamento fisso di ogni
settimana. Sven è un terribile pallettaro: si piazza sul fondo e fa correre l'avversario. Che si fa
prendere dalla foga e attacca. «Calma, Roberto, ci vuole calma», ripete Eriksson dopo averlo
mortificato con un passante dei suoi.
«Se davvero vuoi fare l'allenatore, devi essere freddo e saper gestire la situazione. Impara a
stare a fondo campo».

Prima o poi Manini deve aver battuto Sven se è vero che un bel giorno, il 30 marzo 2000, lo
svedese si è presentato a diri gere l'allenamento con un colla boratore in più.
Poche ore più tardi un comunicato di Cragnotti ufficializzava «l'ingresso del calciatore Roberto
Mancini nel lo staff tecnico della società. Mancini, pur continuando a pre stare la sua opera
come calciatore, inizia da oggi a collaborare con lo staff tecnico alle dipendenze di Sven Goran
Eriksson». Giocatore e allenatore: anche da tecnico Mancio brucia le tappe. Resterà in campo ancora
per poco: giusto il tempo di vincere il secondo scudetto della carriera. Poi l'incarico come allenatore
in seconda, che potrebbe diventare anche qualcosa di più dopo l'esonero di Eriksson. «Ma io non
voglio fare il traghettatore», dice Mancio prima di andarsene.

Dove? In Inghilterra a giocare - sì giocare - le ultime partite di una carriera infinita. A Leicester però
Roberto resta solo un mese: arriva la telefonata di Cecchi Gori . Può il signor Mancini (che peraltro
non ha an cora il patentino di prima categoria) passare nell'arco della stessa stagione dalla panchina
della Lazio a quella della Fiorentina? Gli allenatori, Vicini in testa, dicono che no, non può proprio.
Ma un conto è fare l'allenatore un conto il secondo e insomma Petrucci partorisce la cosiddetta
interpretazione estensiva che risolve i guai di Cecchi Gori e avvia la seconda vita del bambino
prodigio. Sempre in anticipo, oggi come ieri. Un caso? Mica tan to. Intervista alla rivista ufficiale della
Sampdoria, settembre '96: «Cosa farò da grande? L'allenatore. E lo farò dove mi consentiranno
di lavorare senza frequentare il corso. Se la Samp mi permetterà di allenare con un direttore
tecnico vicino, resterò qui, altrimenti emigrerò all'estero».

Con la Fiorentina tanto per gradire vince subito la Coppa Italia ma l'avventura in riva all'Arno dura
poco: nel gennaio del 2002, dopo 17 partite, si dimette dopo che alcuni tifosi viola lo minacciano per
scarso impegno. In realtà il mancio sente aria di bruciato, e non a torto visto che a fine stagione i
viola retrocedono e la società fallisce. Nel 2002/2003 ritorno alla Lazio con buoni risultati, sebbene la
società è colpita da diverse vicissitudini finanziarie che culmineranno con le dimissioni del Presidente
Sergio Cragnotti. Arriva quarto in campionato al suo primo anno, centrando la zona Champions.
L'anno dopo vincerà la Coppa Italia  contro la Juve, ma viene eliminato dalla coppa Uefa in semifinale
con un sonoro 4 a 1 dal Porto di Josè Mourinho. In campionato giunge sesto dopo una lunga lotta
a tre tra Inter, Parma e Lazio per il quarto posto.
Estate 2004: il matrimonio con l'Inter di Moratti, più volte annunciato da giocatore si corona nella
veste di allenatore. E nella prima stagione arriva la prima vittoria in dieci anni per i nerazzurri: la
Coppa Italia. Nel frattempo Calciopoli assegna virtualmente il primo scudetto dell'era Moratti,
tricolore bissato nel biennio successivo nonstante il fuoco delle polemiche sia sempre pronto a
soffiare sulla panchina più pagata d'Italia. Ma sono soprattutto gli scarsi risultati in Champions
League (sempre fuori agli ottavi) a segnare il naturale divorzio con Moratti che si libera di uno
degli allenatori più vincenti della storia nerazurra per lasciare il posto allo Special One Mourinho.

Dopo un anno sabbatico, nel dicembre 2009 firma a sorpresa un contratto triennale con il
Manchester City, sostituendo l'esonerato Mark Hughes. La prima stagione inglese i conclude al
quinto posto, valido per la qualificazione in Europa League. Nel tentativo di migliorare il
piazzamento appena ottenuto, Mancini e il City movimentano il mercato estivo: arriva Mario Balotelli
(allenato già all'Inter), David Silva e Yaya Touré. Il City vince la F.A. Cup interrompendo un digiuno di
titoli che durava da ben 35 anni. Alla fine della stagione la squadra si piazza al terzo posto
qualificandosi direttamente alla Champions League per la prima volta nella sua storia.

La stagione successiva vince la Premier League battendo all'ultima giornata il QPR per 3-2,
ribaltando nei minuti di recupero il risultato e in agosto vince il terzo ed ultimo trofeo della sua
esperienza inglese, battendo il Chelsea per 3-2 nella finale di Community Shield.
L'avventura inglese finisce con la deludente stagione 2012/13 che vede il divorzio del Mancio e il suo
approdo in Turchia, sponda Galatasaray. Un'avventura effimera (una sola altalenante stagione) cui
segue il ritorno in Italia, ancora Inter....
Storie di Calcio  • email info@storiedicalcio.it
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