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Gli inizi
Arrivo al Cagliari
A Cagliari il calcio era sbarcato come al solito con gli inglesi delle navi che erano alla fonda nel porto. I marinai di Albione scendevano a terra e improvvisavano partite combattutissime.
Si era a cavallo della prima Guerra Mondiale e l'esempio fu presto raccolto da alcuni giovani del luogo, come è avvenuto in ogni parte del mondo.
Fino al 1930, quando cioè la Federazione inserendo il professionismo non diede al calcio italiano una struttura di campionati organizzati convenientemente, il Cagliari prese parte ai tornei Sardegna con altre squadre dell'isola.
Poi con il campionato '30-31 il Cagliari è ammesso alla serie B e l'allenatore è Egri Erbstein, che sarà poi uno dei costruttori del grande Torino e perirà nella tragedia di Superga.
Non è una grande storia, quella del Cagliari, è una continua altalena tra B e C con intermezzi piuttosto tristi come nel '34, quando la società è costretta a chiudere per mancanza di mezzi finanziari e nell'epoca della seconda Guerra Mondiale quando il calcio, a differenza di altre regioni, scompare quasi del tutto dal panorama dell'Isola.
Nel dopoguerra il Cagliari risorge e partecipa nel '45-46 e '46-47 a tornei con sole squadre sarde, nel 47-48 è ammesso alla serie B Nazionale ma retrocede e rimane in terza serie fino al '51-52 quando vince campionato e finali ed è ammesso alla B Nazionale, dove rimane per otto anni consecutivi.
Ricade in serie C e disputa due campionati di preminenza, ma solo al secondo tentativo, dopo aver debellato la resistenza di Anconitana e Pisa, riesce a ritornare in seconda serie con prospettive discrete di rimanervi per un pezzo visto che la struttura societaria si è irrobustita convenientemente. Il presidente Rocca e il Vice Arrica sono riusciti a formare un consiglio direttivo funzionale nel quale si intravvedono gli interessi di molti industriali del Continente che hanno creduto nel futuro della Sardegna.
Poi c'è stato l'incontro felice fra la dirigenza cagliaritana e Arturo Silvestri, il non dimenticato «Sandokan» del Milan, un allenatore che come Rocca e Arrica non nasconde le proprie ambizioni.
Vuol far carriera così come i due timonieri vogliono portare la società rossoblu all'approdo della serie A.
Si parte dalla terza serie, la strada è lunga e anche difficile perchè dopo dieci partite del campionato 1961-62 (serie C) il Cagliari ha conquistato solo nove punti sui venti disponibili.
Silvestri è discusso, si parla di esonero, ma Rocca e Arrica lo difendono a spada tratta e dimostrano di avere ben riposto la loro fiducia, perchè il Cagliari riesce finalmente a prevalere.
C'è poi un campionato di consolidamento in serie B e finalmente arriva l'anno della grande conquista, 1963-64, con Gigi Riva che disputa il primo torneo professionistico della sua carriera.
Riva gioca ventisei partite nel campionato della promozione, alternandosi con Congiù e Ghersetich nel ruolo di ala sinistra. Parte alla grande, ed infatti nelle prime tre partite mette a segno tre gol, uno al Prato e due al Napoli di Canè, Corelli e Gilardoni.
Le assenze di Gigi si hanno nel periodo centrale del campionato, dovute ad infortuni e riposo cautelativo per tenerlo fresco per la volata finale.
Ed infatti «Sandokan» non aveva sbagliato i suoi calcoli: è proprio Gigi che pareggiando il gol di Selmosson in quel di Udine alla penultima giornata, assicura la promozione matematica ai rossoblu.
Nella prima stagione di serie A ha segnato nove gol, non sono molti ma nemmeno pochi per un esordiente che ha appena venti anni e che si migliora continuamente poiché per Gigi il gol è come una scarica nervosa e si allena metodicamente proprio per migliorare la precisione e la violenza del tiro.
Un giovanissimo Riva ai tempi del Legnano
Ecco Riva ventenne all'arrivo a Cagliari. Nella sua prima stagione in serie A segnerà 9 reti
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Gli allenamenti di Riva fanno sovente sorrridere i giornalisti del Continente. Per quanto riguarda atletica e corse, Gigi le fa con gli altri, poi si apparta con una infinità di palloni e comincia il suo bombardamento verso il malcapitato che è tra i pali.
Nove volte su dieci il tiro centra la porta ed è più o meno difficile da parare, ma sempre teso e potente, tanto è scagliato con coordinazione perfetta.
Dopo un altro anno di apprendistato è pronto ad esplodere alle alte vette della classifica dei cannonieri, la speciale graduatoria nella quale riuscirà a prevalere per tre volte come Giuseppe Meazza.
E intanto intorno a lui Arrica aveva costruito una buona formazione...

Arrica moltiplicò le sue capacità di persuasore e riuscì a vincere le perplessità del giocatore, strappandogli la promessa di una visita a Cagliari per la fine del campionato.
Le perplessità di Gigi nascevano principalmente dalle esperienze passate. All'epoca dell'interessamento del Cagliari, Riva aveva compiuto da qualche mese il diciottesimo anno di età, essendo nato il 3 novembre del 1944 in quel di Leggiuno, in provincia di Varese. Solamente da poco aveva raggiunto una certa tranquillità familiare nella casa della sorella Fausta, che in pratica gli aveva fatto da madre dopo la scomparsa prematura dei genitori.
Ma c'erano state esperienze tutt'altro che piacevoli, come la solitudine mai dimenticata del collegio nel quale aveva passato tre lunghi anni ad applicarsi ad uno studio che non lo interessava.
A quindici anni potè finalmente uscire e trovò lavoro in una officina, come apprendista meccanico. La meccanica delle auto lo aveva affascinato da sempre, sognava motori d'auto elaborati, condotti alle vittorie più prestigiose da Manuel Fangio, il pilota argentino che aveva colpito la sua fantasia di ragazzo.
Ma l'auto era il lavoro, il pane del futuro, per divertirsi giocava al calcio, in ogni ritaglio di tempo che il lavoro in officina gli concedeva. A Leggiuno era un piccolo Dio, nei Tornei notturni spopolava, qualcuno si interessò di lui e gli fece firmare il cartellino del Laveno che disputava il campionato Dilettanti. Soldi pochissimi, quei pochi per le bibite e le prime sigarette. Ma erano le prime conquiste della vita e gli davano tranquillità, sicurezza.
Poi venne il provino all'Inter, la squadra del cuore, il giudizio affrettato di qualcuno che non gli concesse appello.
Il calcio era ancora un gioco per Gigi e l'amarezza del provino fallito non lasciò strascichi pesanti. C'era chi aveva fiducia nelle sue qualità di calciatore, Carlo Zanardi, ad esempio, che vista fallire la strada dell'Inter, fece in modo di provocare l'interessamento del Legnano ed il trasferimento fu cosa fatta per poche centinaia di biglietti da mille.
A Legnano Riva si sentì appagato, felice della sua situazione. Lavorava al mattino in officina, seguiva gli allenamenti di Luciano Lupi, allenatore della squadra lilla, giocava alla domenica in un campionato di serie Nazionale, poteva contare su di uno stipendio complessivo discreto per un ragazzo di diciotto anni. Ma soprattutto gradiva la libertà che assaporava per la prima volta con sottile piacere e la tranquillità confortante del trovarsi in famiglia non appena lo volesse.
Ecco, le perplessità di Gigi nell'accettare il trasferimento a Cagliari nascevano da tutto questo. La dislocazione lontana, gli avrebbe pregiudicato il calore degli amici e della famiglia. Non voleva rinunciare a queste conquiste, sperava ardentemente che Dall'Ara si decidesse ad accettare le proposte del Legnano.
Bologna era vicino casa, non avrebbe dovuto rinunciare a nulla di quanto gli era più caro. La decisione di continuare a giocare al calcio gli era stata in pratica imposta dalla selezione per la Nazionale Juniores.
Fino ad allora Gigi pensava agli allenamenti e alle quattro pedate domenicali come ad un sano e divertente passatempo, ma non aveva fatto piani futuri, non aveva ancora pensato al calcio come ad una professione.
Ma Beppe Galluzzi, selezionatore della Nazionale Juniores che doveva disputare in Inghilterra l'annuale Trofeo dell'UEFA, era stato un tempo allenatore a Legnano ed era rimasto in ottimi rapporti con Luciano Lupi che stravedeva per il lungagnone dal tiro folgorante, e la selezione fu cosa fatta.
L'Italia doveva affrontare la Spagna per qualificarsi al girone finale e il debutto della formazione italiana avvenne a Siviglia il 2 marzo del 1963, con questo allineamento: Terreni; Luise, Poppi; Bovari, De Paoli, Garbarmi; De Bernardi, Giannini, Bercellino II, Salvi, Riva.
La Spagna disponeva di una formazione piuttosto ostica tutta incentrata su un diciottenne dalla dinamica impressionante, José Martinez Pirri che diventerà poi una grande figura del Real Madrid.
I rossi passarono in vantaggio due volte, ma Bercellino II riuscì nelle due occasioni a riportare le sorti della gara in perfetta parità. A Roma gli azzurrini, con il debutto del napoletano Montefusco, riuscirono a prevalere abbastanza agevolmente, anche se nel finale gli spagnoli riuscirono ad accorciare le distanze fissando il punteggio sul 3-2.
Per Gigi c'era stato il battesimo del gol nel secondo incontro con gli spagnoli e tanto gioco sulla fascia sinistra che gli valse la conferma per il girone finale in Inghilterra.
In terra inglese gli azzurrini batterono molto agevolmente l'Ungheria (3-0) e la Francia (4-1), ma con la Bulgaria, nonostante un gran gol di Gigi che aveva procurato il vantaggio al 35' del primo tempo, uscirono sconfitti di misura (1-2) e la bella avventura finì alle soglie delle semifinali. Ma la trasferta era stata decisiva per il futuro di Riva.
Per la prima volta si era reso conto appieno del suo valore, si era convinto che del calcio poteva farne veramente una professione, per di più con l'incentivo molto interessante del divertimento che lo appagava completamente.
Quindi pur sperando sempre in una telefonata decisiva del commendator Dall'Ara, nel maggio del '63 Gigi parte per la Sardegna per il primo contatto di prova, per rendersi conto di quale ambiente lo aspetti, nel caso che il suo trasferimento al Cagliari sia l'unica soluzione di un certo valore per la prosecuzione della carriera.

Esempio di calciatore e uomo,
bandiera della Sardegna e dell'Italia intera
Gigi Riva
TANTO D'ESTRO, TANTO SINISTRO
Nell'aprile del 1977, la notizia era nell'aria da tempo.
Ad ogni annuncio dei giornali sul suo prossimo ritorno,
un balzo al cuore, seguito ben presto dalla delusione del rinvio, poi la notizia definitiva della rinuncia e vista la serietà dell'individuo non c'è da pensare ad un eventuale ripensamento.
Luigi Riva ha chiuso dicendo: «Non me la sento di ingannare il pubblico tornando sul campo in condizioni menomate. Avrei potuto farlo, ma preferisco che ricordino il Riva delle giornate migliori».
...e furono anche le note che in margine ad un «rapporto di osservazione» spinsero Andrea Arrica ad andare a visionare quel lungagnone secco secco che aveva già giocato nella Nazionale Juniores in Inghilterra e snobbato dall'Inter. C'era un interessamento del Bologna, ma la società nicchiava, vista la grossa cifra che il Legnano chiedeva. Arrica sapeva tutto questo e da osservatore smagato e competente capì subito le ragioni e le perplessità di chi non concedeva fiducia al numero undici del Legnano.
Innanzitutto il destro usato per lo più come stampella. Riva toccava sempre con il sinistro, con l'altro piede non eseguiva neanche gli appoggi più banali.
Poi giocava in pratica da tornante, lasciando spessissimo il proprio settore per dare man forte alla difesa. Era magro come un chiodo e di solito chi è disposto a spendere la cifra che il Legnano richiedeva, cerca soprattutto l'atleta completamente formato sul piano fisico.
Ma Arrica aveva notato una cosa che cancellava tutte le componenti negative del giudizio. Quello smilzo aveva un tiro potente e preciso nel quale scaricava una energia nascosta, che non si capiva da dove arrivasse.
Colpiva secco di collo sinistro, anche dopo sgroppate velocissime: segnò un gol di forza sotto gli occhi di Arrica e l'inviato del Cagliari, dopo l'incontro del campionato di serie C, non ebbe dubbi di sorta. Raggiunse un accordo di massima con la società sulla sulla base dei trentasette milioni per la cessione definitiva, anche se alcuni dettagli molto importanti erano da definire, visto che Riva aveva espresso delle riserve piuttosto decise sul suo trasferimento nell'isola.
E' stato grande anche nel chiudere, poiché sono pochissimi i campioni che hanno saputo cogliere convenientemente l'attimo del ritiro. Chiusa la pagina dell'attività agonistica ci rimane di Riva la cifra dei suoi record ed il ricordo vivido, incancellabile, dei suoi splendidi gol con la maglia azzurra, delle sue esecuzioni perentorie di testa e di piede, quando portò il Cagliari alla conquista di uno scudetto strameritato. Il tiro violento e preciso, la capacità di centrare la porta nove volte su dieci con quel sinistro favoloso, furono le caratteristiche peculiari del suo bagaglio di calciatore....