In un freddo pomeriggio di ottobre a Perugia nel corso di un match con la Juventus,
si consuma il destino del piccolo grande Renato Curi
Renato Curi
si sacrificano per il bene comune. E in cui peraltro non mancano individualità magari non di
assoluto spicco, ma certo di valore. Se Novellino ha le stimmate del campione, due centrocampisti, il
regista Curi e l'interno Vannini, l'uno il più pic­colo del torneo (1,65) l'altro l'a­nima più lunga (1,90),
sono con­siderati esponenti tipici delle mi­gliori qualità della provincia. Hanno classe insomma,
eposso­no portare lontano la squadra.

La partita con la Signora del Trap è di quelle bloccate, marto­riata da una pioggia battente, su un
terreno zuppo d'acqua, fatico­sissimo da tenere per i giocatori. Nel primo tempo Curi, uno dei
migliori in campo per la puntua­lità della gestione della manovra, si infortuna leggermente in uno
scontro con Causio. Nella ripresa tuttavia rientra, ma dopo cinque minuti, sotto la pioggia, si acca­
scia improvvisamente al suolo.
Il gesticolare disperato dei giocato­ri juventini accanto a lui, Benetti, Bettega e Scirea, fa pensare a
qualcosa di grave, ma nessuno riesce a comprendere, non essen­dosi visti contrasti di gioco vio­lenti.
Arriva la barella, il giocato­re esanime viene portato fuori dal campo.
I medici del Perugia gli praticano due iniezioni, il massaggio cardiaco, la respira­zione bocca a bocca:
Curi è pao­nazzo, il battito del cuore è incep­pato. Mentre la partita, tra com­pagni e avversari ignari,
prose­gue, viene caricato su un'au­toambulanza e portato al Policli­nico di Perugia. Dove tuttavia ar­
riva praticamente cadavere: i tentativi di rianimarlo proseguo­no per una quarantina dì minuti, finché,
alle 16,30 (in lugubre, perfetta contemporaneità con la fine della partita fischiata dal­l'arbitro
Menegali) il giocatore viene dichiarato ufficialmente morto. Una fine terribile per la sua fulmineità.

Come sempre accade, un atti­mo dopo sì scatenano le polemiche. Si apprende che il giocatore
ammetteva senza problemi, scherzandoci su, di avere "il cuo­re matto", dunque i medici po­
trebbero avere avuto qualche responsabilità nella sua tragica fine. Perché non gli era sta­to impedito
di mettere a repen­taglio la propria vita? E poi: il giocatore era reduce da un infor­tunio a una caviglia,
fino all'ulti­mo la sua presenza in campo era stata incerta.
Curi era importan­tissimo per il gioco del Perugia e anche dal punto di vista psicolo­gico contava
averlo in campo: suo era stato il gol alla Juventus che nell'ultima giornata del campionato 1975-76
aveva sottratto lo scudetto alla Signora, regalan­dolo al Torino. «In termini clini­ci» aveva
assicurato il medico del Perugia alla vigilia «il gioca­tore è perfettamente guarito: le uniche
perplessità riguardano la sua attuale tenuta atletica». E al­lora non era stato forse forzato quel
rientro? Due giorni dopo, martedì 1 novembre, la "Gazzet­ta dello Sport" annuncia: «Curi non è stato
fermato in tempo». Decisiva la dichiarazione del pro­fessor Severi, autore dell'auto­psia: «È stata
trovata una malattia cronica del cuore capace di dare morte improvvisa».
Le pole­miche sì scatenano furiose, per placarsi a poco a poco, secondo consolidato quanto cinico
copio­ne, dopo qualche giorno, sull'ur­gere dì altre attualità. Il compa­gno di squadra Lamberto
Boranga, portiere e medico, avanza l'ipotesi che il giocatore conosces­se i rischi cui andava incontro,
ma li mettesse nel conto della sua passione per il calcio, cui gli sa­rebbe parso impossibile rinun­
ciare.

Ma chi era Renato Curi? Non un campione nel senso pieno del termine, forse stava diventando­lo,
come spesso capita al culmi­ne di carriere nate in sordina e costruite con serietà e professio­nalità
anno dopo anno.
Era nato ad Ascoli Piceno il 20 settembre 1953 ed era cresciuto nel Giulianova, con cui aveva
esordito in Serie D. Quattro stagioni, con la promozione in C, e il posto da ti­tolare a diciassette anni,
segno di un talento autentico. Instanca­bile motorino di centrocampo, aveva il dono di saper far girare
i compagni, trovandosi sempre nel vivo del gioco. A vent'anni, la prima occasione gliel'aveva of­ferta
il Como, ma quella stagione in B non era stata esaltante. Al­lora lo aveva preso Castagner al Perugia,
venendone ripagato con la pronta promozione in A. Un evento storico, così come la bril­lantissima
salvezza dell'anno successivo. L'umile gregario, avanzando l'esperienza, si sco­priva regista di
eccellente pun­tualità anche nella massima se­rie.
Riaffiorano i brividi, sull'onda di un singolare
scambio via radio. «Scusa Ameri, qui a
Perugia...» «Ho già capito tutto, Ciotti, e ti passo
la linea». Ma il grande En­rico Ameri non poteva
immagi­nare, come tutti gli sportivi in ascolto
quella maledetta dome­nica, che Sandro Ciotti
non chie­deva il collegamento per intervi­stare
qualche personaggio cattu­rato al volo dopo il
calcio minu­to per minuto, ma per consegna­re
un terribile annuncio: «Il cen­trocampista Curi
del Perugia è morto».

Domenica 30 ottobre 1977. A Perugia, nello
stadio di Pian di Massiano, si gioca Perugia-Ju­
ventus. Gli umbri, guidati da Ila­rio Castagner,
sono protagonisti di un piccolo miracolo di
provin­cia e benché il campionato tocchi quel
giorno appena la quinta giornata, il primo
posto in gra­duatoria a pari merito con le grandi
Juventus e Milan ha acce­so nuovamente i
riflettori su que­sta nuova realtà del calcio italia­
no. Fatta di un modulo in qualche modo "totale"
(in omaggio alla moda dei tempi), che significa
so­prattutto una squadra in cui tutti corrono e
Renato Curi: Morte nel pomeriggio
Ma a ventiquattro anni appe­na il suo sogno doveva essere
spezzato. In una intervista, così aveva spiegato il "moto perpe­tuo "
del suo gioco: «Non so dire come mai corro tanto. Ho pol­moni
come gli altri, una certa vo­cazione per la corsa, da ragazzo ero
buon mezzofondista, 800, 1500, 3000 metri. E poi ho un cuore
matto, capriccioso. Dice­vano che ero malato, pensate un pò. Dal
Giulianova al Como eb­bi un intoppo. E mi mandarono al Centro
Tecnico di Coverciano perché il cuore aveva battiti irre­golari.
Però è un cuore di atleta, si assesta appena compio degli sforzi.
Quando corro, quando mi affatico, i battiti diventano per­fetti.
Come capitava a Bitossi, il campione ciclista che chiamava­no
appunto Cuore matto»
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La vicenda giudiziaria si tra­scinò per qualche anno, chiuden­dosi in primo grado con l'assolu­zione e
poi in appello con una lieve condanna (un anno coi benefici di legge) per il medico del Perugia e
quello del Centro Tec­nico di Coverciano. Il pubblico ministero nella sua appassionata arringa aveva
detto: «Quando un giocatore entra in una squa­dra professionistica, diventa solo un numero per
tecnici, medici, dirigenti».