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DICO A PESAOLA: — Bruno, lo sai che a Bo­logna c'è molta gente che non ti può soffrire? Stai antipatico come uomo e come allenatore, quelli che sono venuti a farti feste all'aero­porto quando calasti su Bologna da Napoli, era­no tuoi amici, mica rappresentavano l'umore del­la città intera...
Pesaola mi interrompe, allunga le gambe sotto il tavolo, poi prende a parlare: « So, so, non sono un ingenuo. Ho abbracciato quegli amici con piacere, ma sapevo benissimo cosa mi aspettava. E se bo accettato ugualmente l'invito di Conti, ho avuto le mie buone ragioni».

—  Vuoi dire i tuoi buoni milioni....
«Guarda, il denaro è molto, ma non è tutto nella vita. E io, grazie al cielo, di milioni ne avrei potuto intascare anche senza tornare a Bo­logna. Io sono un uomo come tutti gli altri, pos­so risultare simpatico o antipatico, dipende da come mi presentano a quelli che non mi hanno mai conosciuto di persona. Perché, credimi, quel­li che conoscono il Pesaola uomo in genere di­ventano miei amici».

—  Ma il Pesaola tecnico, ecco, era di quello che intendevo parlare....
«E parliamone. Nel calcio io sono molto pole­mico. Se qualcuno dice, di me, cose fuori posto, io non so tacere: reagisco, a volte aspramente, e questo non mi crea certo degli amici. Ma io so dì essere un competente, anzi uno dei più competenti in assoluto, in fatto di calcio. E le castronerie non posso sopportarle».

—  Ma a Bologna c'è gente che dice che le ca­stronerie tu le fai; o, meglio, le hai fatte nel Bologna del passato....
«Lo sapevo. Siamo alle solite accuse sulle ces­sioni e gli acquisti del Bologna negli anni della mia prima permanenza nella società di Conti. Ero preparato, accetto il dialogo, in maniera globale. Sperando di chiarire molti punti oscuri una volta per tutte. Chiedi pure».

—  Ti dico un nome: Adriano Fedele...
« Benissimo, vedo che vuoi cominciare dal prin­cipio. Dunque, arrivo a Bologna e trovo una squadra impostata... su un terzino; bravo, bra­vissimo, ma sempre un terzino. Il Presidente aveva rilevato la Società da poco tempo, il po­tenziale della squadra era quello che era, dicia­molo schiettamente: roba da mettersi le mani nei capelli».

—   E tu, per ricostruire, cominciasti cedendo Fedele, il migliore di tutti....
«Io non ho ceduto nessuno. Le cose andarono così: Fedele andò dal Presidente e chiese, insi­stendo molto, dì essere ceduto ad una grande società. Puoi chiederlo a lui, non potrà negarlo. Disse che voleva giocare in Nazionale e pensava che gli sarebbe riuscito soltanto se avesse ve­stito la maglia di una grande squadra, un'Inter, una Juve, un Milan. A Bologna si sentiva sprecato. La Società aveva la necessità, impellente, di rappezzare un bilancio che faceva acqua da tutte le parti, bisognava correre ai ripari. Si fece sotto l'Inter con un'offerta ghiotta per quei tempi. Eravamo nel 1973. ì milioni erano ancora milioni, Fraizzoli ne offrì 350. Conti chiese il mio parere, dissi sta bene. Sono un allenatore come tutti gli altri, vorrei sempre avere il meglio in fatto di giocatori, sarebbe molto facile, per me chiedere al mio presidente i Graziani, i Bettega, i Causio, la bella figura, dopo, sarei io a farla. Ma sono anche un dipendente della Socie­tà che mi stipendia: e debbo tener conto delle necessità finanziarie che spesso fanno a pugni con le necessità tecniche. Così Fedele passò all'Inter, finalmente appagato per aver ottenuto quello che più desiderava per la sua carriera. E il Bologna, introitando i 350 milioni di Fraizzoli, fece un ottimo affare».

—  Ma quanti milioni dovette spendere per sosti­tuire Fedele?
« Cento. I cento milioni che girammo al Napoli per acquistare Rimbano».

—  Dopo di che...
«Dopo di che facemmo un esame generale della situazione. Te l'ho detto: c'era ben poco di che stare allegri. Mi trovavo con un gruppo di gioca­tori di scarso livello, dico i Lancini, Gregori, Scorsa, Landini, Vieri, tutti ereditati dalla pre­cedente gestione. In più Battara, Perani e Bulgarelli ormai alla vigilia di un inevitabile tramon­to, Liguori già rotto, quindi era come se non ci fosse. Bisognava rinnovare: cominciammo con Massimelli e con Gentile...».

—  Come come? Cosa c'entra Gentile? Vuoi dire il terzino della Juve e della Nazionale?
«Proprio lui. Lo avevamo trattato, assieme a Massimelli. con Guido Borghi, il giovane presi­dente del Varese. Affare fatto, Borghi junior par­te per un viaggio di lavoro in Brasile, torna e si precipita allo Chalet delle Rose con il viso con­trito. Dice: chiedo scusa, non so come sia potuto accadere, ma mentre io ero in Brasile il babbo ha ceduto Gentile alla Juventus, sapete con gli Agnelli il babbo ha un tale giro d'affari che non ha potuto dire di no. Sono desolato».

—  Una bella fregatura, perché Gentile...
«Eh, già Gentile ci avrebbe fatto comodo, co­munque arrivò Massimelli e l'anno dopo altri due giocatori che tutti ci invidiano anche oggi: Bellugi e Maselli ».

—  Pagati a peso d'oro, naturalmente...
« Bellugi 450  milioni, Maselli in  cambio di Gregori e un centinaio di milioni. Bene, sai cosa ti dico?».

—  No...
«Ti dico che la stagione successiva, una grande Società si fece sotto per avere Bellugi. Offerta: un miliardo tondo tondo. Ed anche per Maselli ci furono richieste sulla base del doppio del prezzo pagato dal Bologna al Genoa. E pensare che Maselli e Massimelli (altro giocatore sempre richiesto sul mercato, ultima offerta quella del Napoli, 500 milioni), dicevo e pensare che a Bo­logna, prima di "accettare" Maselli e Massimelli li hanno criticati per più di un anno...».

— Andiamo avanti. E arriviamo alla famosa, o fa­migerata stagione della svendita in blocco di mezza squadra, o giù di lì...
«Bene, ma cerchiamo di essere precisi: niente svendita. Due miliardi per un giocatore, io pen­so, non si possono mai rifiutare quando la Socie­tà che può concludere l'affare non è attrezzata per puntare allo scudetto. Mi spiego: se il Bolo­gna con Savoldi avesse avuto una squadra da primato, magari con il sacrificio dell'ingaggio di un altro pezzo da novanta, Savoldi bisognava te­nerlo. Il Bologna, con o senza Savoldi, non era squadra da scudetto: allora fu deciso di accetta­re la favolosa offerta del Napoli, un miliardo e 400 milioni in contanti più Clerici e la compro­prietà di Rampanti. Per me fu, e resta, un buon affare. Anche perché noi sapevamo benissimo di avere fra i rincalzi un certo Chiodi che non avrebbe fatto rimpiangere il Beppe. Vuoi che ti dica una cosa?»

—  E sennò qui cosa ci sto a fare?
«Chiodi debutta nel Bologna, gioca un campio­nato eccellente, l'anno dopo si fa sotto una grossa Società e ce lo chiede. Offerta, sempre documen­tabile: un miliardo e mezzo! Rifiutammo, Ma è chiaro che Savoldi lo avevamo rimpiazzato nien­te male».

—  Eraldo Pecci, invece...
«Ecco, siamo al punto dolente, al giocatore più rimpianto dagli sportivi bolognesi. Vediamo di mettere bene in chiaro alcune cose. Primo: Pec­ci l'ho scoperto e valorizzato io, lanciandolo in prima squadra con una robusta dose di coraggio. Avevo intuito nel ragazzo le doti adatte a farne il sostituto di Bulgarelli quando Giacomo avreb­be dovuto lasciare, lo buttai dentro, per la fidu­cia che nutrivo nei suoi confronti. Poi accadde che, nel campionato successivo, Pecci si blocca, accusa dolori alla schiena, diserta, in pratica, tutte le partite degli ultimi due mesi. Siamo mol­to preoccupati, intanto si fa sotto il Torino, offre 700 milioni (non 800 come ha detto qualcuno, in­sinuando che nel Bilancio del Bologna ci sia un buco di 100 milioni. I 100 milioni in più il Torino li versò per il cambio Cereser-Caporale, Pecci non c'entrava per niente). Dunque, si fa sotto il Torino, offre 700 milioni, decidiamo di accettare».
— E fu un grosso errore...
«Lo ammetto. Ma non fu un errore tecnico per­ché, ripeto, io ho sempre valutato Pecci per quel­lo che effettivamente vale: cioè moltissimo. Tan­to che andò nel Toro e fu subito scudetto. Ma, ripeto, fu  un errore».

—  Un errore dei medici che avevano convinto la Società che Pecci, affetto da discopatia, non avrebbe potuto più giocare?
«Questo lo dici tu, non io. Comunque, ci sono le prove».

—  Prove di che?
«Di quello che ho appena detto».

—  Scusa: ma non fu un azzardo cedere, tutti as­sieme, Savoldi. Pecci e Ghetti?
«Qui la faccenda si fa complicata ma io, per mo­tivi che ti sarà facile comprendere, non posso en­trare nei dettagli. Del resto ricordo bene: al Gallia, in quel caldo mese di luglio, c'eri anche tu. E di solito non mi pare che tu ti abbandoni a placidi sonni quando stai lavorando».
(Apro una parentesi, doverosa: Pesaola non vuol dirlo, allora lo dico io. Dunque, ceduto Pecci, il Bologna pensò di fare marcia indietro per Savoldi, i 700 milioni del Torino potevano bastare a chiudere qualche buco del Bilancio. Senonché Feriamo, che aveva ottenuto, in precedenza, un compromesso da parte del Bologna, lo aveva de­positato in Lega: e pretese che l'affare venisse concluso, nonostante la marcia indietro del Bolo­gna. Che a termini di Regolamento, non poté farci niente. Parentesi chiusa, andiamo avanti con Pesaola)...

—  Come mai anche Ghetti?
«C'erano stati dei dissapori con Pecci e noi, quando non avevamo ancora pensato di cedere Eraldo, avevamo venduto Ghetti e Landini all'Ascoli per 400 milioni. Comunque, con l'arrivo di Clerici e di Rampanti, e con il lancio di Chiodi in prima squadra. Ghetti difficilmente avrebbe trovato posto nell'attacco del Bologna ».

—  Ma rimase aperto il buco-Pecci...
«Esatto. Per tapparlo fu preso Vanello, dal Pa­lermo, per 400 milioni. Vanello era militare, per un mucchio di ragioni non poté mostrare tutto il suo valore. Ma Vanello è giocatore di classe, ora sta bene, l'ho voluto ancora con me, giocherà nel suo ruolo di "regista che ragiona". Vanello farà grosse cose per il Bologna, parola di Pe­saola».

—  E Nanni...
«Era il miglior mediano-attaccante a quel tempo sul mercato, aveva vinto lo scudetto con la La­zio, lo pagammo 400 milioni. Anche Nanni è tor­nato nella rosa, anche Nanni giocherà nel Bolo­gna di Pesaola alla ripresa del torneo. E non de­luderà, come non ha deluso tutte le volte che Io hanno fatto giocare ».

—  Una girandola di giocatori...
«E avremmo fatto altri acquisti se qualcuno non si fosse mangiato ria parola spudoratamente. Succedono certe cose, al calcio-mercato... ».

—  Vuoi essere più preciso?
«Servo subito. Con la Ternana trattammo Bea­trice e Garritano, penso siano due elementi coi fiocchi. Tutto chiaro, tutto stabilito, ed ecco che una persona perde la faccia rimangiandosi tutto. Roba da non credere».

—  Il nome di questa persona, per favore?
«Il presidente  Taddei ».

—   Allora  il  Bologna...
«Allora il Bologna continuò a perseguire quella politica dei giovani che io ho sempre adottato con immensa fiducia. I risultati si vedono. Bastano i nomi di Fiorini, Garuti, Paris, Colomba, Mei, dello stesso Chiodi. Ragazzi che tutti ci in­vidiano. Eppoi vuol che ti racconti un fatterello molto indicativo di un certo ambiente rossoblu?».

—   Sono tutt'orecchi...
« Bene, arrivo a Bologna e mi trovo presente ad un colloquio tra Filippo Montanari, Presidente uscente, e Luciano Conti. Dice Conti: scusa Fi­lippo, è vero che una grossa Società ti aveva offerto 500 milioni per Savoldi? Montanari ri­sponde: se mi avessero offerto veramente mezzo miliardo per Savoldi, lo avrei portato io di persona alla sua nuova Società! Passano tre anni e Savoldi fu quotato esattamente quattro volte tan­to. E' facile  criticare dopo...».

—  Dispiace sempre veder partire i giocatori più forti...
« Perché, credi che a me non sia dispiaciuto di dover acconsentire a tutte le cessioni di cui ab­biamo parlato? Ma io dico: prima di me il Bolo­gna cedette Mailer e Nielsen, due perle di una squadra che giocava un calcio tanto bello quale io non avevo mai visto, e non ho più visto, pra­ticare in Italia. Eppure non accadde niente. La storia è semplice: ci sono esigenze di bilancio dalle quali non si può prescindere».

—   Tuttavia il Bilancio del Bologna continua a piangere come un vitellino da latte...
«Gli acquisti e le cessioni non c'entrano. Sorto le spese di gestione che rendono impossibile il pareggio. Dai 500 milioni degli anni passati sia­mo ai 700 milioni attuali. Un peso insopportabi­le. Ma perché si vuole ignorare il valore del pa­trimonio giocatori del Bologna di oggi? Quan­do arrivai io c'erano, te l'ho ricordato, i Lancini, gli Scorsa, i Vieri, i Gregori, i Landini. Oggi il Bologna ha un complesso di giocatori di altis­simo valore: Bellugi, Maselli, Massimelli, Chiodi, Colomba, Paris, Fiorini, Garuti, Mastalli, De Pon­ti. Abbiamo ceduto dei pezzi pregiati, verissimo: ma il Bologna di oggi è enormemente superio­re come patrimonio giocatori al Bologna che, arrivando, trovammo il Presidente Conti ed io. Questi sono fatti, non chiacchiere da caffè».

—  Eppure la gente ti discute...
«Sapevo cosa avrei trovato arrivando a Bolo­gna, lo sapevo. Non ci pensavo affatto, credimi, poi Conti mi telefonò ed io accettai. Lieto per tornare a Bologna, dispiaciuto per la situazione che aveva propiziato il mio ritorno ».

—  Qual è stato il primo impatto con i tuoi vec­chi  tifosi?
«Ascolta: arrivo, vado in sede, mi dicono che forse sarebbe più opportuno disputare il primo allenamento lontano da Bologna. Rifiuto: allo Stadio o niente. Vado allo Stadio, trovo le porte chiuse al pubblico. Mi dicono che è più prudente così. Io rispondo: o aprite immediatamente ai tifosi o io me ne vado. Aprono, io entro in uno strano silenzio. Poi i primi applausi... ».

—  E se avessero fischiato?
«Sarebbe stata la stessa cosa. Io non ho paura delle mie responsabilità, sono un uomo che sa sempre quello che vuole e sa come fare per ot­tenerlo. Adesso voglio ridare a Bologna, la città che amo sopra ogni altra, un Bologna degno delle sue tradizioni.  Ci riuscirò».
Pesaola
vuota il sacco...

«...io so di essere un competente, anzi uno dei più competenti in assoluto, in fatto di calcio.
E le castronerie non posso sopportarle...»
BRUNO PESAOLA   Agosto 1978
Sotto accusa il «Petisso». Primo reato che gli si contesta: è antipatico ai bolognesi. Secondo: ha ceduto Savoldi e Pecci. Terzo... Be', a questo punto chiede la parola e dice finalmente la sua
«...Nel calcio io sono molto pole­mico. Se qualcuno dice, di me, cose fuori posto, io non so tacere: reagisco, a volte aspramente, e questo non mi crea certo degli amici. Ma io so di essere un competente, anzi uno dei più competenti in assoluto, in fatto di calcio. E le castronerie non posso sopportarle...»
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