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INTERVISTA-VERITA'
Un intervista di Gianni Mura tratta da REPUBBLICA, gennaio 2005:
"Il calcio di oggi Mi annoia profondamente... io sparerei a chi ha inventato il pressing, è come mettersi d'accordo per non giocare"
 
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Bruno Pesaola:
Sigarette e allegria
"Ma adesso il calcio è noia..."
Gianni Mura
Repubblica, 15 gennaio 2005
Bruno Pesaola ha avuto per maestro Renato Cesarini, s'è allenato con Di Stefano, ha fatto da spalla a Piola, ha allenato a più riprese il Napoli (una volta lo portò al secondo posto, miglior risultato dell'era premaradoniana), ha vinto uno scudetto a Firenze, uno l'ha perso per un punto ad Atene, all'ultima giornata, nel 1980.

«Ero al Panathinaikos, siamo andati sul campo dell'Olympiakos con un punto di vantaggio, hanno vinto loro 2-1 mi pare, ma il ricordo più forte è che la mia panchina sembrava una bancarella di frutta, ero circondato da un mucchio di arance».
Normalmente, era un mucchio di cicche, due pacchetti a partita ho letto.
«Un'esagerazione. Facciamo uno. Però è vero che la mia dose è di quattro pacchetti al giorno».
Sul whisky si glissa. Ha orari singolari, Pesaola. Deve dormire dieci ore al giorno. Mediamente va a letto tra le quattro e le cinque di mattina, i giornali li legge all'ora del tè. E' informatissimo su quel che succede in giro, cerca sempre di parlare di calcio sorridendo (lo fa ancora, su una tv di Napoli), ma da quando è morta sua moglie Ornella, vent'anni fa, sorride meno.
«Per me era tutto, poi dicono che la vita continua, ma che vita è?».
Per intervistare Pesaola bisogna essere ben allenati, mica mettersi a sbadigliare verso le 2. Ci si vedeva più spesso quando il Napoli era in A, ai tempi d' oro, e allora capitava di fare le 6 perché c' era anche la partita a carte. Siamo invecchiati, stavolta in un locale vicino a piazza Plebiscito ci si saluta verso le 4. La chiacchierata è intervallata da richieste musicali di Pesaola.
Vuol sentire "Come le viole", canta Peppino Gagliardi, io insisto per Murolo, lui rilancia con una grintosa e insieme setosa Valentina Stella. Eravamo partiti dalla sua partenza da Buenos Aires, nel '47, destinazione Roma. Il padre Gaetano, maceratese di Montelupone, faceva il calzolaio. La madre, Inocencia Lema, era nata a La Coruna...

«Papà era abbonato al Giornale d'Italia, ma in casa si parlava castigliano. E io in Italia non bruciavo dalla voglia di venirci, per noi era un paese povero, ad Avellaneda raccoglievamo fondi e viveri da mandare in Italia. Lo sanno in pochi, ma ancora prima dovevo andare al Grande Torino, ma ero militare e non potevo. Sarei arrivato prima in Italia e sarei morto prima. Nel Torino c'era Maroso, il più gran terzino che abbia visto in Europa. Dalla Roma mi son fatto dare tutto l'ingaggio in anticipo (non fidarsi è meglio) e l'ho lasciato a mia madre, che finisse di pagare la casa. Mio padre era morto da otto anni. Lui non voleva che giocassi a calcio, lei di nascosto mi buttava giù gli scarpini dalla finestra. A 14 anni facevo due ore di treno per andare a Barranca Belgrano, dove allenava Cesarini».
Cosa ricorda dell' Italia del 1947?
«La lunghezza del viaggio, con scali a Montevideo, Rio, Natal, Dakar, Lisbona dove abbiamo dormito, Madrid, Ginevra, Roma. A Ciampino e lungo la strada per il centro si vedevano macerie e tutti i segni della guerra, ma la città era piena di voglia di vivere, Cinecittà muoveva i primi passi, una pacchia per un giovane calciatore. Andavo alla rivista, Rascel, Dapporto, sono diventato molto amico di Walter Chiari. A Roma mi ha fatto da guida un argentino della Lazio, Flamini detto el Flaco, anche lui di Avellaneda. Si cenava in una trattoria di via
Frattina. Sono arrivato il 5 agosto, in Argentina era inverno. Ritiro ad Acquapendente.
L'allenatore Senkey era ungherese, parlava l'italiano come me, cioè quasi zero.
Mi sono ambientato subito, non ho saltato una partita. Il brutto è cominciato quando Gimona del Palermo mi ha rotto tibia e perone. Mi sono ripreso, ma la Roma non ne era del tutto certa e mi ha prestato al Novara. Gliel'avevo suggerito io, dopo un telegramma di Piola. Mi hanno provato in due amichevoli col fango alle ginocchia, a Mortara e Biella. Piola in quella stagione aveva 38 anni e ha segnato 22 gol, molti su cross miei, uno anche alla Roma, condannandola alla B. E in pratica impedendomi di tornare alla Roma, per regolamento. Così sono rimasto a Novara facendo la vita dell'atleta serio e aspettando la chiamata giusta: è arrivato il Napoli. Io mi definisco un napoletano nato all'estero, casa mia è qui, gli amici qui, mio figlio Roberto Diego sta a Milano, s'è laureato in filosofia, ha già scritto tre libri, si occupa anche di regie teatrali, io ho cercato di fargli fare il giornalista sportivo, si vede che non era portato, ma va bene così»

E il calcio di oggi?
«Mi annoia profondamente, solo il Milan mi diverte, a patto che giochi contro una squadra che vuole giocare. Io sparerei a chi ha inventato il pressing, è come mettersi d'accordo per non giocare. Infatti la gente si diverte sul 2-0 per qualcuno, quando saltano i benedetti schemi».

Ma era così anche prima, le squadre piccole tipo Spal, Foggia o Pro Patria cercavano di arginare la tecnica altrui con la corsa...
«Sì, ma tra grandi e piccole la differenza restava enorme. L'esasperazione atletica invece ha livellato tutto. Io non sono di quelli che dicono sempre: ai miei tempi. Oggi è più difficile giocare. Ma c'è un altro aspetto negativo: in campo non ride più nessuno, sembra un dramma greco. Gli spettatori arrivano già incazzati, forse perché i biglietti costano troppo, non si divertono e s'incazzano ancora di più. Altra cosa da rivedere: gli ingaggi. Dare 4-5 miliardi a un giocatore normale è immorale, uno basterebbe».

E la legge di mercato?
«Ma perché, se a Tizio più di uno non lo dai, dove va? Mica tutti sono richiesti dal Real o dal Chelsea. E allora si accontentano, perché un altro lavoro non lo sanno fare. Io ai soldi ho sempre badato, chiedevo tanto e mi accontentavo di meno. Sono i dirigenti ad aver rovinato il calcio. Una volta erano più in gamba. Ne voglio ricordare uno, Gioacchino Lauro. Aveva in mano il precontratto di Riva, mandò tutto a monte Moratti padre. Si era accordato con Eusebio, ma l'Italia tenne chiuse le frontiere. Dopo il nostro secondo posto, il comandante Achille lo spedì in Australia sostenendo che il figlio aveva speso troppo. Capirai, 100 milioni per Zoff, 50 per Claudio Sala. Era solo la gelosia di un vecchio».
Era difficile allenare Sivori e Altafini?
«No, ma nemmeno facile. La prima sera li ho invitati a casa mia, siamo usciti sul terrazzo che dominava il golfo. Ho detto: ragazzi, questa è come una torta e ce n'è una fetta per tutti, basta che non ci rompano le scatole. O se preferite è una vacca con tre tette, io mi prendo la tetta più piccola, cerchiamo di non litigare. La verità è che Sivori detestava aiutare Altafini, uno che rischiava poco, a differenza di Charles. Altafini è simpatico, ma quando lo vedo gli dico: hai segnato tanto, ma potevi farne 200 in più con un altro coraggio. Ma tu hai mai visto un centravanti che in vent' anni non si fa neanche un graffio? Io mai».

Si giudica migliore come giocatore o come tecnico? «Come giocatore ero un'aletta veloce, tiravo coi due piedi, crossavo bene. Un buon professionista, non un super. Fino a 36 anni ho trovato ingaggi, ho smesso con la maglia del Genoa perché uno del Venezia mi ha messo i tacchetti davanti mentre tiravo, questa era una specialità di Sivori, e mi ha rotto quattro dita del piede. Penso di essere stato più bravo come tecnico, a prevedere le partite, a scoprire giocatori, a cambiare ruoli. Ronzon era quasi una punta e l'ho messo libero, e per conto mio Ronzon è stato più forte di Baresi».

Proviamo a buttare giù il suo top 11?
«In porta Zoff, non si discute, terzini Djalma Santos e Nilton Santos, due che potevano fare anche i registi, in mezzo Scirea e Ronzon, tra parentesi Baresi. A centrocampo
Bruno Conti, Schiaffino e Valentino Mazzola, centravanti arretrato Di Stefano, tra parentesi Platini, davanti Pelè e Maradona. Come allenatore mi propongo io, modestamente».

E' vero che è più facile allenare la Juve e il Milan?
«E' vero che per Capello è più facile che per Beretta o Mazzarri. E' vero che col Milan è più facile che col Burundi. Più grandi giocatori hai più è facile, ma per me è bravissimo chi sa arrangiarsi. Ho molta simpatia per Cosmi e stimo Mazzone, sanno adattarsi alle più svariate situazioni».

Perché la nazionale non vince più?
«Perché qui arrivano ancora troppi stranieri e perché non si sanno valutare gli italiani. Quest' estate Montella lo davano per finito, adesso rivaleggia con Adriano quanto a gol. Quando sento qualcuno dire che Totti e Cassano non possono giocare insieme, mi chiedo fin dove possa arrivare l' incompetenza, io che avrei fatto giocare insieme anche Mazzola e Rivera. Ma il più grande era Valentino, sapeva fare tutto, una classe spaventosa. Mi ricordo un Roma-Torino, si va al riposo sull' 1-0 per noi, gol di Amadei, il pubblico becca Mazzola, lo vedo incupirsi e capisco che sarà dura. Finale: 7-1 per loro».

Maradona, dovevamo arrivarci.
«Per me, meglio lui di Pelè, che non s'è mai mosso dal Brasile e giocava in una squadra fantastica, capace di rivincere senza di lui i mondiali in Cile. Maradona ha vinto un mondiale quasi da solo, s'è messo in discussione in Europa. Diego è stato l'ultimo a prendere il calcio come un gioco, anche se era la sua vita, la sua fidanzata, la sua droga prima che arrivasse quell'altra. Un genio del pallone. Fuori dal campo, non era un intellettuale né un ignorante, era molto generoso, io lo so quanti soldi ha tirato fuori per gente che aveva dei problemi, a casa sua era una processione. Sul resto non posso giudicarlo, non ne ho il diritto, in un certo senso sono un tossico anch'io, lasciamo perdere».
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