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LO SCUDETTO VIOLA
Un intervista tratta dal settimanale EPOCA del Maggio 1969: "Dopo le prime partite del girone di ritorno, quando la Fiorentina, pareggiando con il Cagliari e con il Milan, dimostrò di poter competere con qualsiasi squadra. Fu allora che pensai davvero di poter vincere il campionato. Anche se non l'ho mai confidato a nessuno..."
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Bruno Pesaola:
L'allenatore che
legge Confucio
Gualtiero Tramballi
EPOCA — Maggio 1969
L'argentino Bruno Pesaola, che si considera un italiano nato all'estero, minimizza i suoi meriti per la grande vittoria: "È bastato inculcare nei ragazzi, tutti elementi di prim'ordine, la consapevolezza del loro valore, di una ormai raggiunta maturità".
Firenze, maggio 1969
Signor Pesaola, lei è ormai un uomo arrivato, ricco. Vincendo il campionato con la Fiorentina è inoltre diventato uno degli allenatori più popolari d'Europa. Ventidue anni fa,

quando lasciò l'Argentina con una valigetta per venire a giocare al calcio in Italia, pensava di poter raggiungere questi traguardi?
«I sogni di un giovane sono sempre permeati di ottimismo. Volevo riuscire, questo sì, ma certamente non puntavo così in alto. Ero convinto che fama, successo e ricchezza per me sarebbero rimasti soltanto un bel sogno.»
Bruno Pesaola sta vivendo i giorni del trionfo in un'atmosfera quasi irreale. Lui che è sempre stato un uomo estremamente positivo, ora appare costantemente distratto, lontano. E sempre molto cortese, non dice mai di no, ma si ha l'impressione che i suoi cenni affermativi siano soltanto la conseguenza di un riflesso condizionato. Si fa molta fatica a strapparlo alle sue compiaciute riflessioni, ai suoi pensieri fantastici.
Che cosa ha provato quando, dopo la partita con la Juventus, ha avuto la matematica sicurezza di avere vinto lo scudetto?
«Sono sensazioni difficili da spiegare. Un grosso scrittore potrebbe forse cavarci il suo capolavoro, ma io non ho queste facoltà. Sono sensazioni uniche, che ben raramente si provano nella vita. Ho ritrovato la soffocante felicità di quando mi sono sposato e di quando è nato mio figlio.»
Pesaola è nato a Buenos Aires nel 1925. È del quartiere di Avellaneda, dove il calcio è una specie di malattia che entra nel sangue fin dalla nascita. Figlio di una spagnola di La Coruna e di un calzolaio emigrato dalla provincia di Macerata dopo la Grande Guerra, a quattordici anni Bruno già faceva parte del famoso River Plate guidato da Renato Cesarini.
«Per arrivare agli allenamenti», ricorda adesso, «dovevo fare due ore di treno. Andavo anche a scuola, ma pensavo solo al pallone.»
Piccolo, tarchiato, con due folte sopracciglia che praticamente formano un arco unico da tempia a tempia, Pesaola dimostrò ben presto di possedere tutte le caratteristiche di una buona ala sinistra: dribbling ubriacante, scatto, velocità, tiro secco e preciso.
«L'Italia», dice, «mi attirava molto, sapevo che c'erano molti soldi da guadagnare, assai più di quelli che offriva l'America. Pertanto, quando nel 1947 fui avvicinato da emissari della Roma, non persi tempo a riflettere: firmai il contratto e partii.»
Le offrirono subito molti quattrini?
«Abbastanza. Tanti da poter sistemare mia madre che era rimasta vedova da poco.»
Gli anni della Roma servirono a lanciarlo, i tifosi cominciarono a far di lui un idolo, ma alla terza stagione fu bloccato da un grave infortunio di gioco, la frattura di una gamba. Sembrò finito, a soli ventiquattro anni, e fu in questo frangente che il sudamericano mostrò tutto il suo carattere.
«Ho ereditato dai miei genitori un temperamento fortissimo, sono molto orgoglioso e non mi andava di essere scartato. Quando Silvio Piola mi volle a Novara, compresi che quella era la mia ultima occasione. Se fallivo, potevo tornarmene in Argentina.»
Pesaola non fallì. Ritrovò il successo, sposò la più bella ragazza della città, e il viaggio di nozze lo fece a Napoli, dove lo vollero per giocare a fianco di Jeppson, il primo calciatore in Italia ad essere pagato più di cento milioni, di Vinicio, che i tifosi partenopei chiamavano «'O lione», di Amadei, il «fornaretto» di Frascati.
«Furono anni indimenticabili, anche se per tutti questi campioni io dovevo fare il gregario, il portatore d'acqua. Per loro, sacrificai anche le mie originali caratteristiche di attaccante puro, compiendo il lavoro oscuro e faticoso della mezz'ala.»
Per Bruno Pesaola la carriera di calciatore finì a trentasei anni, al Genoa. Nonostante l'età, correva ancora come un ragazzino, ma un nuovo incidente, la frattura di un piede, lo costrinse a dire basta, a chiudere.

Fu soltanto allora che decise di diventare allenatore?
«No, la decisione era maturata molto tempo prima. Avevo fatto esperienza con maestri come Cesarini, Bernardini, Monzeglio, Frossi. Di tutti, ho tentato di assimilare il meglio. Certo non spetta a me dire se ci sono riuscito.»
Iniziò in umiltà alla Scafatese, la squadra di un piccolo centro presso Pompei, dove però rimase pochi mesi. Il Napoli era infatti in serie B, andava male, e a metà campionato qualcuno pensò di mandare a chiamare quell'apprendista allenatore. Pesaola accettò l'incarico e non solo portò la squadra alla promozione in serie A, ma le fece anche vincere la Coppa Italia. Poi il Napoli finì di nuovo in serie B, e l'argentino - che nel frattempo si era ritirato in esilio perché non è mai stato tipo da accettare imposizioni o «consigli» - andò a risollevarlo una seconda volta, aggiungendo una vittoria nella Coppa delle Alpi.
Il resto è storia dell'anno scorso. Intorno alla squadra partenopea divampava una lotta accanita di fazioni, ci fu
gente che arrivò a minacciare di morte la moglie e il figlio di Pesaola. L'allenatore sopportò tutto e portò il Napoli al secondo posto della classifica generale, un risultato mai raggiunto in precedenza. Poi, a fine campionato, fece le valige e partì per Firenze.
Lei però è sempre rimasto innamorato di Napoli.
«Per forza! In questa città ho vissuto sedici anni, prima come giocatore, poi come allenatore, e ho quindi avuto modo di conoscere questo popolo stupendo, straordinario. Fossi nel Tanganika e venissi a sapere che il Napoli ha vinto il suo primo scudetto, farei carte false per tornare a vedere lo spettacolo. Darei qualunque cosa per essere io ad avere la soddisfazione di donare a questa città il titolo di campione d'Italia.»
Torniamo a Firenze Signor Pesaola. Ci sveli il segreto che le ha consentito in una sola stagione di portare la squadra toscana allo scudetto.
«Nessun segreto particolare. Giungendo a Firenze ho trovato ragazzi che sapevano giocare al calcio, tutti elementi di prim'ordine, allo stato potenziale. Da questo punto di vista non avevo nulla da insegnare a nessuno. Occorreva però convincerli di essere forti. Un lavoro delicato. Giorno per giorno ho inculcato nei ragazzi la consapevolezza del loro valore, di una maturità ormai raggiunta. Devo dire che tutti mi hanno seguito docilmente, mandando la lezione a memoria in fretta, e comportandosi sempre da veri uomini. Per questo vorrei sottolineare che la conquista dello scudetto è stata un successo soprattutto collettivo. La Fiorentina di quest'anno è stata la squadra più forte non soltanto sui campi di gioco, ma anche nella vita di tutti i giorni.»
Questo è quanto Pesaola dice della Fiorentina. E la Fiorentina, come giudica il suo allenatore?
«È un individuo con una eccezionale carica di umanità», dice il presidente Nello Baglini, «che riesce a trasmettere le sue idee e le sue convinzioni ai giocatori con una facilità sconcertante. È un ottimista nato. La fortuna se la va a cercare, non aspetta che gli cada addosso. È allegro, simpatico, arguto.»
E Giancarlo Danova, un giocatore ormai anziano che fa parte della «rosa» di prima squadra, ma che ha fatto la riserva per quasi tutto il campionato: «Non avevo mai conosciuto un allenatore come lui. È gentile, educato, sensibile, sa capire ogni problema, è sempre riuscito a non farmi pesare il ruolo di rincalzo, quasi si scusava di non potermi far giocare con i titolari.»
Ma allora, signor Pesaola, lei non appartiene alla categoria dei "duri"...
«Effettivamente, mi considero un allenatore psicologo. Se è necessario, sia ben chiaro, so usare anch'io il pugno di ferro. Fortunatamente, ne ho avuto bisogno poche volte. Non è il mio sistema, anche se, mi creda, è molto, molto più facile fare il "duro"».
Si racconta che a Napoli Pesaola sacrificò ore e ore del suo tempo libero per riuscire a "legare" due campioni come l'argentino Omar Sivori e il brasiliano José Altafini. Entrambi erano reduci da delusioni cocenti, il primo aveva "rotto" con la Juventus, l'altro con il Milan. Occorreva stimolarli, restituire loro il gusto di giocare, ricostruirli psicologicamente. L'allenatore si sottopose volontariamente a una lunga serie di pranzi e cene a tre. Serate intere a discutere, a chiacchierare, a ragionare.

«La sera della vigilia di Napoli-Juventus» ricorda Pesaola, «consigliai a Sivori di andarsene in camera presto e di mettersi a leggere. Era teso, nervosissimo. Dopo un po' di tempo il giocatore mi chiamò, dicendomi che non riusciva a dormire. Andai da lui e ci mettemmo a parlare: ricordi dell'Argentina, degli amici comuni. Ci lasciammo che era l'alba e poche ore dopo un grande Sivori aiutò validamente il Napoli a battere la Juventus».
È stato più difficile fare l'allenatore a Napoli o a Firenze?
«E difficile ovunque questo mestiere. Certo che a Firenze ho trovato un ambiente più tranquillo, senza problemi. Inoltre qui sono partito con il piede giusto e quando si inizia così, tutto diviene più semplice».
Lei, all'inizio del campionato, ha subito puntato alla conquista dello scudetto o pensava al massimo di raggiungere un piazzamento d'onore?
«Non prevedevo certamente lo scudetto, pensavo a un buon torneo e basta».
Quando ha cominciato a pensare di potercela fare?
«Dopo le prime partite del girone di ritorno, quando la Fiorentina, pareggiando con il Cagliari e con il Milan, dimostrò di poter competere con qualsiasi squadra. Fu allora che pensai davvero di poter vincere il campionato. Anche se non l'ho mai confidato a nessuno».
Si dice che lei quest'anno, fra ingaggio e premio-scudetto, abbia guadagnato una quarantina di milioni: è vero?
«Anche meno.»
Le ha fruttato di più, economicamente, lo scudetto con la Fiorentina o il secondo posto con il Napoli?
«Il secondo posto con il Napoli.»
Da qualche parte si è scritto che la Fiorentina, pur di averla come allenatore per un altro anno, le ha offerto un contratto che fra ingaggio e premi speciali prevede un compenso di cento milioni. Giusto?
«Si sta lavorando troppo con la fantasìa sui compensi destinati agli allenatori. Si sta veramente equivocando. Sono cifre ben lontane dalla realtà»
Lei ha impiantato a Napoli una coltivazione di garofani su vasta scala: ciò significa che a un certo punto smetterà di fare l'allenatore?
«No di certo, non ho nessuna intenzione di abbandonare la mia professione. Ma devo anche pensare a mio figlio, altrimenti che cosa gli lascio in eredità, il mestiere dell'allenatore?»
Quante sigarette fuma durante una partita?
«Quaranta, forse anche di più.»
È vero che fra le sue letture preferite vi sono opere di filosofia?
«Non vorrei sembrare presuntuoso, specialmente agli occhi di chi considera noi del mondo del calcio come persone un po' a modo nostro, ma è proprio così. Mi appassiona Confucio, alcune sue massime si inseriscono alla perfezione anche nel mio mestiere. Mi sono servite molto».
Suo figlio farà il calciatore?
«Mio figlio Roberto ha sedici anni e per ora fa soltanto lo studente di quinta ginnasio. Poi deciderà lui, io non voglio interferire. Certo che al calcio se la cava bene, l'ho visto nella squadra della scuola. Non dovrei dirlo perché lui legge Epoca e poi si monta la testa, ma gioca proprio bene: ala sinistra, come suo padre».
A lei piace di più il Pesaola giocatore o il Pesaola allenatore?
«Come giocatore non ero male. Ero un generoso, mi piaceva uscire dal campo con la coscienza tranquilla. Meglio però il Pesaola allenatore, senz'altro. Anche perché è molto più difficile fare l'allenatore che il giocatore. Non vi sono paragoni.»
Quasi tutti i calciatori stranieri che hanno giocato in Italia, conclusa la carriera sono immediatamente tornati al loro Paese. Come mai lei si è fermato? Forse soltanto perché ha sposato un'italiana?
«Non è per questo motivo. Non mi piace fare della retorica, ma io mi considero un italiano nato all'estero. La mia casa è qui, in Italia, e non la trasferirò mai. In Argentina tornerò soltanto per qualche visita, come farò questa estate, durante le vacanze. Porterò lo scudetto a mia madre, che ha 72 anni, e insieme penseremo a mio padre, che idolatrava il suo Paese. Sarà come averlo vicino, il mio papà: e accanto a lui godremo veramente questo momento felice della mia vita.»