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INTERVISTA-VERITA'
Un intervista tratta dal CORRIERE DELLA SERA, agosto 1997:
"A 58 anni mi sono sentito già in pensione. Le mie capacità non contavano piu' perchè ho sempre corso da solo, senza mai legarmi a qualche carro. Dei miei colleghi, stimo soprattutto Trapattoni e Capello, e considero Sacchi soltanto un bluff."
 
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Bruno Pesaola:
50 anni e un rimpianto:
non aver allenato Maradona
Mario Gherarducci
Corriere della Sera, 4 agosto 1997
Il 5 agosto 1947 sbarcò a Ciampino con un'idea: guadagnare un pò di soldi e ripartire per l'Argentina: Pesaola, mezzo secolo d'Italia. "Cinquant'anni da voi con un solo rimpianto: non aver allenato Maradona"
"Il capolavoro a Napoli: mettere insieme Omar Sivori e Josè Altafini"

"Io sono di Avellaneda, che è una provincia di Baires. Mio padre, Gaetano, era un calzolaio di Montelupone, in provincia di Macerata, emigrato dopo la prima guerra mondiale. In Argentina sposò una spagnola di La Coruna, Inocencia Lema. Avevo un fratello, Giordano, più grande di me di sette anni. Mamma mia, come giocava al calcio! A vent'anni, facendo il militare a Cordoba, il rinculo di un cannone gli distrusse una gamba, più di dieci fratture. Giordano mi portava a giocare nei campetti della provincia e mi insegnò a calciare di sinistro. Andai a provare per le giovanili del River Plate. Cercavano un mancino. Avevo 14 anni. L'allenatore era il grande Cesarini, personaggio straordinario, uomo di calcio, un maestro, boxeur di strada da ragazzo e acrobata in un circo, grande ballerino di tango. Anche lui marchigiano, come mio padre. Era di Senigallia. Giocai con Di Stefano nelle riserve».
Il 5 agosto 1947, quando sbarca a Ciampino, è un martedi'. Pesaola arriva da Buenos Aires, dov'è nato, padre marchigiano e madre galiziana.
"Giocavo nel Dock Sud di Avellaneda, al quale il River Plate mi aveva prestato durante il servizio militare".

Bruno è alto soltanto 165 centimetri e in Argentina lo chiamano "el Petisso", il piccoletto.
"Un emissario della Roma mi propose il trasferimento in Italia. Usai l'ingaggio per regalare una casa a mia madre e strappai uno stipendio ragguardevole, 120 mila lire al mese. Faccio un pò di soldi, pensai, e tra due anni torno in Argentina. Sono ancora qui".

Un volo interminabile e addosso l'abito migliore. "Con me viaggiava Osvaldo Peretti, un altro italo - argentino, che nella Roma giocò poco. Venivamo dall'inverno di Buenos Aires e piombammo in un caldo asfissiante. Attraversammo una zona di rovine archeologiche e le scambiammo per macerie di guerra. Ci guardavamo sbigottiti, chiedendoci dove fossimo capitati".

Pesaola gioca all'ala, rigorosamente a sinistra ("Il destro lo usavo soltanto per disperazione"), e in due stagioni disputa 73 partite e segna 19 gol. "Divenni un beniamino dei tifosi giallorossi". A Roma l'atmosfera è già da dolce vita e Bruno ne viene coinvolto.
"Abitavo a Trastevere, cenavo nei ristoranti alla moda, frequentavo via Veneto. Ero diventato amico del figlio dell'ambasciatore argentino, che possedeva una Studebaker decapottabile, con la quale ci appostavamo all'uscita del Teatro Valle per rimorchiare le ballerine. Conobbi attori e cantanti, Togliani e Rascel, Tognazzi e Tata Giacobetti, Latilla e la Masiero".
Scaricato dalla Roma, che dubita del suo recupero dopo un grave infortunio, Pesaola nel '50 approda a Novara.
"Confezionavo i cross per Piola, che a 39 anni segnò 21 gol e tornò in nazionale".
A Novara il "Petisso" conosce Ornella Olivieri, un'incantevole reginetta di bellezza, che diventa sua moglie e gli regala un figlio, Roberto, oggi autore, regista e attore. Un matrimonio felice, troncato nel 1986 dal tumore che si porta via Ornella.
«Andiamo a Napoli» dice lei, che conosceva "la città fantastica" perché c'era stata spesso: suo fratello lavorava alla Siae di Pozzuoli.
«A Napoli - rispose il petisso - viaggio di nozze e squadra».
Tra Capri e Positano concluse rapidamente la luna di miele e si presentò al Parker's dov'era radunato il Napoli di Monzeglio con Amadei, Casari, Comaschi, il vecchio Gramaglia, Eugen Vinyei, il terzino ungherese dal tiro potente, persino Manlio Scopigno di passaggio in maglia azzurra.
Pesaola, Jeppson e Giancarlo Vitali furono gli acquisti di Lauro per un tridente offensivo memorabile. Nella famiglia azzurra entrò un amico.
Questo fu subito Pesaola, cuore dolce, uomo generoso, argentino allegro, napoletano col cuore azzurro.
Otto stagioni partenopee, una presenza in nazionale e la trasformazione da attaccante in centrocampista di fatica. "Correvo anche per Amadei, che quando diventò allenatore pretese il mio allontanamento. Andai al Genoa, dove mi ruppi un piede e smisi di giocare. Era il '61, avevo 36 anni e m'ero sempre drogato a modo mio: due pasticche di simpamina prima di ogni partita".

Pesaola torna sotto il Vesuvio, dove ormai è di casa ("Mi sento piu' napoletano che argentino") e dove lo raggiunge un'offerta per allenare la Scafatese, che pochi mesi dopo lo lascia libero di sedersi sulla piu' prestigiosa panchina del Napoli, chiamato da Achille Lauro, il mitico "comandante", per salvare la squadra dalla serie C.
"Conquistai promozione e Coppa Italia". Arguto e sanguigno, Pesaola deve adattarsi alle stravaganti abitudini di Lauro, che alle sette del mattino si fa massaggiare e, completamente nudo, riceve politici, banchieri, collaboratori e anche gli allenatori del Napoli.
"Voleva parlare di tutto, non soltanto di calcio. Era un uomo straordinario, carico di carisma ma pure di diffidenza".

Pesaola lascia il Napoli nel '68, dopo averlo spinto nei quartieri alti della serie A anche grazie alla strana coppia Altafini - Sivori.
"Farli convivere fu il mio capolavoro. Li invitavo spesso a cena, li coccolavo".
Il "Petisso" arriva a Firenze, dove acciuffa subito lo scudetto. "Un altro capolavoro, stavolta tattico, perchè l'organico non era granche". Lo cerca la Juve, ma lui rifiuta. "Boniperti mi offriva 60 milioni all'anno, la metà di quello che mi dava la Fiorentina".
E' il '72 quando Bruno valica l'Appennino per sistemarsi a Bologna. Sei stagioni, intervallate da un ritorno al Napoli.
"Mi richiamò Ferlaino, promettendomi l'acquisto di Mazzola e Domenghini. Una balla, naturalmente".

E' col Bologna che Pesaola affronta una trasferta a Bergamo garantendo una tattica offensiva, salvo allestire un gigantesco catenaccio per strappare lo 0-0. Ai cronisti che lo rimproverano replica serafico: "Noi volevamo attaccare, ma l'Atalanta ci ha rubato l'idea". Invece a Livorno, dove il Napoli scippa la vittoria al 90', centinaia di tifosi lo aspettano minacciosi.
"La polizia mi apri' un varco, io balzai sul pullman e ordinai all'autista di partire subito a tutta velocità, lasciando a terra giocatori, dirigenti, medico e massaggiatore".

L'ultima panchina del "Petisso" è datata 1983, allorchè il Napoli lo chiama per la quarta volta, dopo che lui s'è concesso un'esperienza greca al Panathinaikos. Da allora, piu' nulla.
"A 58 anni mi sono sentito già in pensione. Le mie capacità non contavano piu' perchè ho sempre corso da solo, senza mai legarmi a qualche carro. Dei miei colleghi, stimo soprattutto Trapattoni e Capello, e considero Sacchi soltanto un bluff. Rimpianti? Uno solo. Non aver allenato Maradona perchè lo scudetto a Napoli lo avrei portato anch'io".
Di tutto quello che ha guadagnato, a Pesaola è rimasto quasi nulla. Una lunga serie di investimenti sbagliati, un pò per leggerezza, in parte per indolenza, molto per ingenuità. Due bar, una fabbrica di scarpe, un'azienda floricola, un'industria vetraria. "Pochi sanno di calcio quanto me. Avessi avuto lo stesso fiuto negli affari, sarei miliardario".
Nella sua casa al Vomero il "Petisso" vive oggi con la pensione di allenatore e qualche collaborazione giornalistica e televisiva. Non si sveglia mai prima di mezzogiorno, fuma 80 sigarette al giorno, cena ogni sera alla "Sacrestia" e alimenta la sua passione per le carte giocando a canasta con qualche vecchia amica.
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