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Intervista-ricordo di Gianni Mura per i 60 anni di Trapattoni.
Quando Rocco disse:
"Trapattoni farà carriera..."
L'Album del Trap
A Giovanni Trapattoni, per i sessant'anni, ho chiesto un regalo. Mi dispensasse dalle domande e aprisse lui l'album dei ricordi. Qualche istantanea che s'è portato dietro. Affare fatto.
"Campo della Snia Varedo, mio padre appoggiato all'inferriata. Era venuto in bici, prima volta che mi vedeva con la maglia del Milan. Ha fatto di tutto per non farmi scegliere questa strada. Mio fratello Antonio, più promettente di me, ha smesso per prendere il diploma. Questo voleva mio padre, che si studiasse per avere un lavoro meno duro del suo. Stava in ballo 14 ore al giorno, prima la fabbrica, poi cinquemila metri quadri di campi coltivati da mezzadro. Ero nelle giovanili. Quando ho esordito in prima squadra a Monza, con Bonizzoni, maggio '58, coppa Italia, non gliel'ho detto, d'accordo con mia madre, e allora chi li leggeva i giornali. Quando sono rientrato a casa mi aspettava, con una faccia triste e la voce più grave del solito. Dovevi dirmelo, mi ha detto, non so se avrò la fortuna di vederti ancora. È morto il giovedì dopo".
Altra foto. "A Cusano Milanino c'erano pochissimi televisori nel '54. Andavo all'oratorio di San Martino a vedere il mondiale. Mi piaceva Schiaffino, con la maglia numero 6. Un grande. E Pelè nel '58, si capiva già cosa sarebbe diventato. Poi l'ho marcato, in Milan-Santos, a San Siro nel 4-2 ha fatto un gol stupendo e un altro su rigore. Era così corretto che non ti passava per la testa di fargli male. Sul 3-0 di San Siro, Italia-Brasile amichevole, s'è ricamato fin troppo. Pelè è stato in campo 26' con un ginocchio gonfio così, le tariffe del Brasile allora erano 25 mila dollari con Pelè, 18 mila senza. Non era una partita vera. E non è vero che io abbia chiamato il mio gatto Pelè. Non mi sarebbe mai venuto in mente e poi non avevo gatti".
Terza foto. "Il gol di Magath ad Atene. Quella sconfitta è la cosa che più mi brucia in 40 anni di calcio. Speravo che ce l'avremmo fatta a recuperare, ma ho capito presto che non c'eravamo proprio. Me la sentivo, l'avevo detto a Boniperti e anche all'Avvocato. Loro avevano più motivazioni, dopo il mondiale vinto da noi. E correvano di più. Avevano già vinto lo scudetto e li ho visti battere l'Hertha Berlino e mandarla in B, e sul 3-0 spingevano come matti. C'era un rigore su Platini, ma non voglio attaccarmi a questo, quando fai due tiri in porta in tutto, Bettega e Cabrini, hai poco da parlare. Rolff ha spento Platini, qualcun altro non s'è mai acceso, solo Boniek ha provato a fare qualcosa. Ci hanno insegnato a leggere e a scrivere, ha detto la mattina dopo l'Avvocato. Era vero".

Quarta foto. "Il 4 e il 6, le mie maglie. Sommate, fanno 10, quelli che ero pagato per limitare. Mica solo Pelè: Sivori, Lojacono, Haller, per me uno dei più bravi in assoluto. Ma anche Rivera, che stava dalla mia. Io per Rivera ho sempre corso volentieri, patti chiari amicizia lunga. Viani diceva: se il Trap e Pelè si annullano, ci guadagniamo noi. Ma è lo stesso discorso che ha fatto Happel con Rolff su Platini. Molte cose nel calcio cambiano, altre no. A me ormai certe critiche per partito preso non fanno né caldo né freddo, andate a guardare il Panini. Platini, Boniek, Rossi e Bettega li ho fatti giocare insieme io, e anche Serena, Diaz, Matteoli, Matthäus e due che pensavano più all'avanti che all'indietro, Berti e Bianchi. Mi consolo pensando che a Rocco davano del catenacciaro. Abbiamo battuto l'Ajax 4-1 con Hamrin, Sormani, Prati più Rivera. All'inizio io ero su Swart e Anquilletti su Cruijff, si ballava un po', ce li siamo scambiati ed è andata meglio. Gli olandesi pressavano sul portatore di palla già allora. Il vecchio arnese sono io, e intanto ai mondiali 1998 Argentina e Croazia avevano fior di libero, e passi. Ma quelli che non riescono a costruire gli equilibri per permettersi una mezza punta, cosa sono? Gente come Baggio, come Zola, deve giocare a calcio come sa, la fantasia migliora lo spettacolo e aiuta la squadra.Vero che in Italia tendiamo a confondere l' estetica con la tecnica, che non è solo il colpetto di tacco. E' anche giocare a ritmo alto e palla bassa come ha fatto il Manchester, e anche il Bordeaux, per stare alle ultime partite di coppa".
Altra foto. "Questa la mostro per sincerità, perché io dai miei giocatori pretendo che mi dicano ogni doloretto. Domani giochi, mi dicono in un albergo di Ferrara Todeschini e Viani. E' l'esordio in A, siamo nel '60. Prima stavo nelle giovanili, dov'era cresciuta gente come Bagnoli, Radice, Trebbi, Salvadore. Passo la notte a sudare come una bestia, la mattina metto il termometro: 38,5 di febbre. Zitto. Non una parola. Abbiamo vinto 3-0, marcavo Morello. Ma quello che mi ha creato più fastidi, in carriera, è stato Gallina".

Anni d'oro - Sopra, Cabrini e il Trap festeggiano l'ennesimo scudetto della decade d'oro 76-86
Sotto, con Gianni Agnelli a Villar Perosa
Figurine - Trapattoni negli album Panini dei primi anni '60
Avanti. "Non c'è una vittoria che mi è particolarmente cara. Potrei dire lo scudetto al primo anno della Juve, o quello dell'Inter, o quello in Germania, ma sarebbe una scelta forzata. Allora dirò che quello che mi fa più piacere, a sessant'anni, è di essere considerato un allenatore umano. Ho sempre cercato di trasmettere ai miei ragazzi l'etica dello sport. E sono contento che mi ricordino con simpatia in Germania.
Coi calciatori stranieri ho sempre avuto un buon rapporto, ma vivendo io da emigrante, sia pure di lusso, ho capito ancora meglio i loro problemi. A quei tempi mi volevano anche in Spagna e in Francia, e sono andato a Cagliari. No, non lo considero un errore, intanto la Sardegna è bellissima, poi sono come uno che ha la patente, dipende se ti danno da guidare una Ferrari o una 600".
Si può fotografare il mestiere di allenatore? "E' molto cambiato. Prima era più facile, con calciatori più ignoranti, anche in senso buono, e più indifesi.
Oggi molti ragazzi sono più maturi ma più arroganti, pensano solo a guadagnare e quindi non pensano. Oggi l'allenatore è il vaso di coccio tra il vaso di ferro della società, che investe cifre altissime, e il vaso di ferro di una rosa sempre più vasta e qualificata, tutti i giocatori con procuratori a grappoli e telefonini che squillano in continuazione.
Più gli sponsor: è una realtà molto più complessa e difficile. Sarebbe migliore se si comprassero solo calciatori intelligenti, in grado di capire la situazione e non solo il loro interesse. Se il valore tecnico non ha anche un valore umano, non è un valore. Queste cose le ho imparate al Milan, da signori come Liedholm, che già allora dava buoni consigli ai giovani, e le ho vissute a fondo con Rocco. Quando mi danno del figlio di Rocco, è come se mi appuntassero una medaglia. E mi sono commosso quando un anziano giornalista mi ha raccontato che nel '60, alle Olimpiadi romane, il paròn gli aveva detto che io sarei diventato un buon allenatore. Aggiungendo, come faceva spesso lui: ma no sta' a scriverlo".

Foto di gruppo con colleghi: "Amici-amici due che sono fuori dal giro, adesso, Radice e Bagnoli. Amici Mazzone e Simoni. Per Lippi e Capello amicizia no, non ci siamo frequentati molto, ma stima concreta. Dei giovani, mi piacciono molto Zaccheroni e Guidolin".
Si può fotografare il futuro? "Sono molto preoccupato. Si parla tanto di spettacolo, la mia paura è che diventi avanspettacolo. E un calcio che dimentica i valori, le radici, a colpi di business diventa un circo. La Coppa
Coppa Campioni - Sul tetto d'Europa con il Milan '63. I rosseneri batterono il Benfica, il Trap cancellò Eusebio
dei campioni aveva il suo fascino, la Champions League ne ha molto meno. Sempre più partite, per vellicare il consumismo, solo fra squadre ricche e le altre a guardare. Il progresso? Lo so anch'io che un computer oggi fa il lavoro di dieci impiegati, ma se qualcuno non tira i freni il calcio diventa un'altra cosa.
Ecco, il futuro che inquadro è questo. La vita non è mai ieri e io da sessantenne ho ancora molte curiosità.
E vivo alla giornata, preciso, prima di chiudere l'album".
Sessantenne - Ecco il Trap di oggi, eterno e sempre uguale a se stesso, sempre innamorato del football
di Gianni Mura, da "La Repubblica" del 17 marzo 1999