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Gli inizi
Tra il bambino nato povero a Buenos Aires dall'emigrato andaluso Paco il sivigliano, e l'agiato signore dimorante in uno splendido palazzotto d'epoca a Rialto, nel cuore della Venezia mi­gliore dell'Italia anni Ottanta, si slarga una parentesi tutta piena di calcio, dall'inizio alla fine.
La abi­ta un uomo straordinario, inseguito da tre passioni brucianti: il dena­ro, la popolarità e se stesso, cioè Helenio Herrera. Nasce nella capi­tale argentina, nel quartiere Paler­mo. La miseria incalza e papà Pa­co, il falegname che la fortuna l'ha solo sognata, decide di tornare sui suoi passi a cercarla nuovamente altrove.
Il piroscafo questa volta fa rotta sul Marocco, Casablanca, dove Helenito a otto anni, chiama­to a un singolare incontro di boxe con un coetaneo, scopre dentro di sé un "veleno": «I soldati che ci avevano preso in simpatia mi inse­gnarono a boxare. Mi facevano combattere contro un altro ragaz­zino della mia età. Accadde così qualcosa che costituì per me un'autentica rivelazione: scopersi il veleno della popolarità. Immagi­no l'impressione che devono aver provato gli spettatori d'una riunio­ne pugilistica, svoltasi in un circo di Casablanca. Era stato annun­ciato il nome dei contendenti e sta­vano per salire sul ring. La sorpre­sa dev'essere stata enorme! Si trat­tava niente meno che di due bimbi di otto anni: io e il mio rivale. Lo sbellicarsi delle risa della folla giunse alle mie orecchie come l'e­co dì acclamazioni rivolte a un idolo. Tra quelle corde avevo la sensa-zione di essere un personag­gio molto importante. Il cuore mi batteva in fretta e sembrava ripe­termi: devi vincere, devi vincere...».
 
Helenio Herrera
Il successo sul ring lo fece diventa­re l'eroe del rione: «Fu allora che cominciai a capire che quando, ciecamente, correvo dietro un pal­lone, la miseria, la guerra, la pau­ra, non esistevano per me. A parti­re da allora cominciai a corre­re...».
Il ragazzino ha parecchia birra in corpo. Organizza partite, gioca furiosamente a calcio, fino a farsi notare e a entrare in una squa­dretta, il Roca Negra, da cui passa presto al Racing di Casablanca. A quindici anni è già in prima squa­dra, gioca (attaccante, poi inter­no, infine difensore) e alterna la­vori vari: operaio, magazziniere, tornitore. Fa parte della rappre­sentativa marocchina che incontra Algeria e Tunisia e conquista un posto in quella dell'Africa del Nord opposta alla Francia in una partita di allenamento. La voglia di arrivare gli brucia dentro. Le so­cietà francesi che cercano giocato­ri lo notano, il Club Frangais di Pa­rigi lo invita per un provino. Non ha i soldi per il viaggio, glieli pro­cura un amico e dopo avventurose peripezie approda nella capitale francese. Il Club Frangais gli offre un piccolo ingaggio (che spedisce alla famiglia in Marocco) e un im­piego, prima venditore di carbone e poi tornitore.
Bugia... Nazionale
Dal Club Frangais passa al C.A.S.G., poi allo Stade Frangais e al Charleville, indifferentemente stopper o centravanti. Helenio cor­re e corre soprattutto la sua straor­dinaria abilità di adorabile bugiar­do. La sua autobiografia, pubbli­cata in Italia nel 1964, contiene al­cune perle straordinarie. Asserisce di essere stato naturalizzato fran­cese, con annesso obbligo di servi­zio militare, per poter giocare in Nazionale e racconta pure di un suo errore tattico in una partita pa­reggiata col Belgio a Bruxelles, da terzino sinistro. Peccato che negli annali della Nazionale francese non ci sia traccia di questa militanza. Ancora: dopo la guerra, schivata nei suoi orrori grazie al­l'impiego alla Saint Gobain, conti­nua a giocare a calcio nello Stade Frangais e frequenta pure un corso per allenatori, venendone nel giro breve d'un anno immancabilmente cooptato quale professore. In que­sta veste viene spedito in Nord Africa a tenere lezioni di calcio: «Ricordo che un pomeriggio pre­senziai a una partita in un campo di prigionieri. Una squadra era impegnata contro un'altra di mori. Mi colpì subito un moretto che correva col pallone letteralmente appiccicato ai piedi. Uno straordi­nario giocatore! "Come si chiama questo ragazzo?" Doman­dai. "Larbi Ben Barek, si­gnore ". Dopo la partita mi avvicinai al giocatore e gli dissi: "Mi chiamo Helenio Herrera, e un giorno o l'altro verrò a prenderti per farti gioca­re in Francia. Con quello che sai fare guadagnerai mol­to denaro... Mi rispose con un ampio sorriso, come se gli avessi parlato per scherzo. Ora Larbi sa che Helenio Herrera gli parlava molto seriamente...».
Orbene: il grande Larbi Ben Barek, tra i primi fuori­classe del calcio africano, pratica­mente coetaneo di Herrera (era na­to il 16 giugno 1917), emigrò a Marsiglia nel 1937, venne natura­lizzato francese ed esordì tra i "Bleus" il 4 dicembre 1938 con­tro l'Italia a Napoli, ben prima del­la guerra! Ma non è finita. Herre­ra diventa allenatore. Comincia in un club dilettantistico dei dintorni di Parigi, il Puteaux, poi la fama si estende, passa allo Stade Francais. E cosa succede?
Herrera giovanissimo (contrassegnato dalla stelletta) nelle fele del Roca Negra
Larbi Ben Barek, la prima Perla Nera africana del calcio. Su di lui Herrera disse una piccola bugia...
«Il presidente dello Stade Francais era una per­sona assai facoltosa ed ambiziosa. Appena assunsi le mie funzioni gli parlai del giocatore moro che ave­vo visto all'opera nel campo di prigionieri di Ain-Seba e gli chiesi d'essere inviato a cercarlo. Aveva fiducia in me ed acconsentì. L'in­gaggio di Larbi Ben Barek costi­tuì uno dei più clamorosi scanda­li sportivi francesi. A tutti risultava assurdo che si pagasse un milione di franchi per un moro completa­mente sconosciuto. Ero il princi­pale responsabile dell'ingaggio che veniva definito pazzesco e, na­turalmente, la mia posizione era piuttosto delicata. Senonché nel formulare il mio giudizio su un giocatore io non mi sono mai sba­gliato. Alcune partite bastarono a trasformare Ben Barek da "moro dello Stade Frangais" in "perla nera " e fare di lui uno dei più grandi giocatori di tutti ì tempi».

Inutile dire che Ben Barek venne acquistato dallo Stade Francais quando era già una delle stelle della Nazionale francese. Il bugiardo però ci sapeva fare e non aveva paura di nulla.
Stando al suo racconto, in pochi mesi venne nominato Commissario Tecnico della Nazionale francese (in realtà i selezionatori nel periodo furono Gaston Barreau e Gabriel Hanot) e poi...:
«Avendomi il governo nomi­nato professore-allenatore genera­le unico, ero continuamente co­stretto a dare lezioni e conferenze a preparatori, maestri di scuola e professori di educazione fisica. Grazie ad una portentosa resi­stenza fisica e ad un ottimo equi­librio nervoso non avevo bisogno, come accade a molti allenatori, di perdere molte ore a dormire al so­le. Venni nominato anche segreta­rio della Commissione Tecnica della Federazione francese di foot­ball, con giurisdizione su tutti i problemi d'indole tecnica e, come se ciò fosse stato poco, creai il Sindacato Allenatori del quale diven­ni segretario generale con un con­gruo stipendio per la redazione e pubblicazione d'un bollettino quindicinale. Di mia iniziativa se­guii i corsi d'infermiere e massag­giatore-medico facendo pratica in un ospedale parigino ed ottenendo nell'esame finale i voti migliori. Malgrado i successi ottenuti nell'ambito sportivo non abbandonai il mio lavoro. Ero sempre capo se­zione nella fabbrica di Saint Gobain ed effettuavo frequenti viaggi ai porti in cui erano situati i can­tieri nei quali lavoravano i nostri operai addetti all'isolamento delle tubature e delle caldaie delle navi. Mi dedicavo alla mia professione con l'entusiasmo di sempre e cer­cavo nuove applicazioni per la la­na di vetro per isolare, ad esempio, batterie di autoveicoli, schermi ci­nematografici, ecc. La molteplicità delle mie occupazioni non influiva negativamente sull'efficacia delle mie diverse attività».
Nessuno avrebbe mai osato dubitarne.
Magie e additivi
Il resto del romanzo, in pillole: un doppio confronto con l'Atletico Madrid lo fa conoscere agli spa­gnoli, che si fanno avanti.
Dopo una salvezza conquistata al Valladolid per fare esperienza, si trasfe­risce all'Atletico e la bomba H.H. esplode: due titoli consecutivi e un secondo posto, poi il cambio a sorpresa del presidente, le dimis­sioni e la rottura con l'Atletico, il passaggio al Malaga, ormai con­dannato, e poi il "torneo di qualifi­cazione" per la salvezza vinto alla guida del La Coruna, infine l'ap­prodo a Siviglia. Qui, dopo tre ot­time stagioni, la morte improvvisa del presidente Sanchez Pizjuan de­teriora i rapporti con la dirigenza, che pretende il rispetto del contrat­to anche per le successive due sta­gioni.
Herrera scappa in vacanza, la Federcalcio lo squalifica, lui emigra in Portogallo, al Belenenses, infine il Barcellona lo fa gra­ziare e inizia il periodo d'oro. In Catalogna Helenio Herrera spo­pola, vincendo in due anni due ti­toli nazionali, due Coppe delle Fie­re e una Coppa di Spagna. Scivola solo in Coppa dei Campioni, sfug­gita in semifinale a opera degli eterni rivali del Real Madrid e non gli par vero, nel momento in cui improvvisamente si oscura la sua fama in blaugrana, di subire il cor­teggiamento della Mecca del cal­cio.
Il "cardinale" Valentini, l'uo­mo di fiducia del presidente del­l'Inter, Angelo Moratti, lo avvici­na e don Helenio vende cara la pel­le. Vuole soldi, tanti, tantissimi, e i premi doppi.
Abbiamo già raccontato delle pesanti ironie solle­vate dal suo contratto (ben più del triplo degli stipendi dei colleghi migliori) e anche della promessa: lo scudetto in tre anni. Helenio Herrera dà una scossa elettrica al­l'ambiente. I suoi cartelli nello spogliatoio dominano la scena: «Giocando individualmente, gio­chi per l'avversario; giocando collettivamente, giochi per te», «Il calcio moderno è velocità. Gioca veloce, corri velocemente, pensa velocemente, marca e smarcati ve­locemente».
Le partenze a razzo della sua squadra sconvolgono il campionato, obbedendo al motto del Mago Taca la bala!», mac­cheronica versione italo-ispanica del francese "Attaquez le bal­lon!").
Poi, stremata, l'Inter cede a primavera e qualcuno opina che non solo di naturale calo fisico si tratti, ma anche dell'inevitabile ef­fetto di qualche additivo. «Il primo e il secondo anno di sua milizia in Italia erano stati amarissimì» scri­verà Gianni Brera; «la gente non era gran cosa e i riti di spogliatoio, conclusi con la famosa bustina, ne facevano letteralmente strame». Su un incidente di doping ebbe pu­re a inciampare, Mago Helenio, nella primavera del 1962, quando a una squalifica di alcuni giocatori interisti rispose andandosene ai Mondiali come Ct della Spagna.
Nell'incertezza, il presidente An­gelo Moratti mise sotto contratto l'emergente Edmondo Fabbri, ar­tefice del "miracolo Mantova".
Poi, improvvisamente, Helenio tornò alla base come se nulla fos­se accaduto, e Fabbri restò col ce­rino acceso in mano, salvo riceve­re la sontuosa (ma infausta) ripara­zione della panchina di Ct della Nazionale, dopo la promessa di quella del Verona.

Trionfi e polemiche
Quel ritorno nel 1962 fece la for­tuna di tutti, all'Inter. Alla sua ter­za stagione, Herrera cominciò a vincere. Anche se il solito Gianni Brera non era proprio convinto che tutti i meriti andassero ascritti al "Mago": «Al terzo anno, il crollo si andava profilando allorché in­tervenne di persona Moratti. Ascoltando i giocatori e qualche amico (quorum ego), il presidente costrinse Herrera a metter fuori Buffon, scadutissimo, e servirsi in centro campo di Bolchi e di Ma­schio». In realtà, la svolta vera ci fu quando Herrera sacrificò il len­to Maschio al baby Sandrino Maz­zola, portatore della ventata di fre­schezza atletica e tecnica di cui la squadra aveva bisogno per imporsi nel rush finale.
La Grande Inter nacque così, tra calcio d'autore e polemiche infaticabilmente attiz­zate dal Mago per restare sempre sotto i riflettori. Con lui l'allena­tore diventava personaggio. E se ne accorse in primis Nereo Rocco, destinato ad assumere rilievo popolare solo grazie alla contrappo­sizione col chiacchierone dell'al­tra sponda, soprannominato, dalle sue iniziali, Habla Habla (parla parla, in spagnolo). La Grande In­ter fu il capolavoro di Herrera, squadra entrata nella leggenda per la raffinata quanto micidiale in­terpretazione del Catenaccio.
Il modulo, per la verità, era estraneo al tecnico al momento dell'appro­do in Italia. Ma bastarono poche partite e l'affettuosa pressione del presidente a fargli cambiare idea, realizzando tra l'altro uno dei capolavori della sua carriera: la trasformazione del discreto terzino Picchi in grande libero. E se qual­cuno osava contestare che la scelta del Catenaccio fosse farina del suo sacco, don Helenio aveva la rispo­sta pronta: il Catenaccio? L'aveva inventato lui:
«Giocavo terzino si­nistro nello Stade Francais: in una gara importante stavamo condu­cendo uno a zero ma eravamo in difficoltà; allora io, che ero il capi­tano, decisi di modificare il modu­lo a WM con cui eravamo schiera­ti: mi spostai dietro la difesa, da­vanti al portiere, e dissi al media­no di prendere in consegna la mia ala. Quando poi divenni allenato­re della stessa squadra, mi ricor­dai di quella esperienza e adottai lo schema abitualmente in trasfer­ta e per certi impegni importanti. I miei ragazzi lo chiamavano "le be­ton", il cemento, perché il libero garantiva una difesa impenetrabi­le».
Per fortuna, nessuno gli chiese mai la storia della penicillina.
Tra una chiacchiera e una trovata tattica, Helenio prese a vincere co­me nessuno.
Piazzò l'Inter prima in campionato quattro volte di fila e solo lo spareggio col Bolo­gna nel 1964 ridusse a un tris il poker di scudetti. Dall'anonimato (o quasi), l'Inter assurse a stella conosciuta su tutto il pianeta. L'incanto sfumò di colpo nella dannata primavera del 1967, quando al momento della consueta vendemmia di risultati, la squadra in un pugno di giorni deragliò da rutti i binari.
Un knock out da cui non si sarebbe risollevata più. E neppure il Mago, più o meno, che in quei giorni si dimise pure dal­l'incarico di Ct della Nazionale azzurra, condiviso per otto mesi con Ferruccio Valcareggi. Le pole­miche furono al solito aspre, qual­cuno lo accusò di utilizzare la Na­zionale come un giocattolo, ma il Mago presentiva che un'era si stava chiudendo e che il pur pa­ziente Moratti avrebbe malsopportato quell'equivoco doppio ruolo ora che il paracadute delle vittorie era venuto a mancare. Don Hele­nio provò ad avviare il rinnova­mento nella continuità, ma il quin­to posto della stagione successiva e l'abbandono di Angelo Moratti gli consigliarono di cambiare aria.
Il resto è decadenza, sontuosa secon­do personale tradizione, ma non per questo meno verticale.
Helenio Herrera
Helenio Herrera
Helenio Herrera
Helenio Herrera
Helenio Herrera
I grandi ritorni
Lo assunse alla Roma Francesco Ranucci, padre di Raffaele, ma poi dovette gestirlo Alvaro Marchini, e non furono rose e fiori. Herrera pretese un contratto principesco, salito fino a 258 milioni a stagione. Venne licenziato, per povertà di ri­sultati, nell'aprile 1971 e sostituito per le ultime giornate del campio­nato da Luciano Tessali. La rivolta di piazza fu fatale al presidente e il successore Gaetano Anzalone rias­sunse immediatamente il Mago, placando i tifosi.
In cinque stagioni la "mala suerte" limitò i successi a una Coppa Italia. Poi venne cacciato, di nuovo in aprile, nel 1973 e se ne andò offeso. A Roma aveva trovato la terza moglie, Fiora Gandolfi, che gli diede il settimo figlio della sua vita, Helios. Da Roma si mosse solo quando un ri­gurgito di nostalgia indusse Ivanoe Fraizzoli a tentare un'improbabile operazione revival. Il ritorno al­l'Inter fu malinconico. Il Mago ot­tenne finalmente ciò che Moratti sempre gli aveva negato, cioè la cessione del "nemico" Mariolino Corso, onde risparmiarsi gli im­mancabili «Tasi, mona» biascicati a commento di ogni suo appunto tecnico. Habla Habla hablava an­cora, questa volta di modulo Ajax, mentre i "boss" della squadra si lanciavano ironiche occhiate. Un focolaio di broncopolmonite l'8 febbraio 1974 lo costrinse al rico­vero in ospedale chiudendo pieto­samente il capitolo. Herrera uscì di scena.
Rimase il brillante polemi­sta, che si concesse ancora un paio di ritorni sulla ribalta. Il primo, co­me consulente del presidente del Rimini, Bonanno, in Serie B, nel marzo del 1979 per neanche due mesi. Ci aveva già provato, a torna­re in panchina al Rimini, tre anni prima, ma era venuta a galla la sto­ria di una vecchia squalifica e i 60 anni ormai compiuti gli avevano precluso la qualifica di allenatore. Poi, il Barcellona in crisi lo chiamò nel marzo del 1980: il Ma­go si scrollò di dosso venti anni e portò il Barcellona in Coppa Uefa. Pochi mesi dopo, in novembre, Nunez lo invocava ancora, dopo aver licenziato Kubala. E H.H. in­filò l'ultima perla della sua colla­na, la Coppa del Re, vinta il 18 giugno 1981 sullo Sporting Gijon nel Camp Nou ribollente di entu­siasmo. Questa volta era davvero finita.
Si ritirò a Venezia, dividen­dosi tra comparsate televisive e commenti al vetriolo. Lucido, ta­gliente, sempre aggiornato, nel suo palazzotto di Rialto trascorse anni sereni, fino alla morte, il 9 novem­bre 1997, per arresto cardiaco in seguito a edema polmonare.
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Conosciuto come "H.H." o "Il Mago", Herrera è stato uno degli
allenatori più discussi e al tempo più vicenti degli anni 60.
La "Grande Inter" fu una sua creatura


Helenio Herrera
testo di Carlo F. Chiesa
SEZIONE monografie
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