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Dal buio di Vigo alle luci di Madrid. Una sfida impossibile finita in trionfo...
Ecco una splendida rilettura del più incredibile dei trionfi azzurri
Il mondiale spagnolo è giunto alla seconda fase. Le po­tenze sono ancora tutte in corsa, anche se nella maggior parte dei casi il loro cammino non è stato trionfale: la Spa­gna padrona di casa ha superato la Jugoslavia solo in virtù di una condotta arbitrale da censura; l'Argentina campione in carica ha accusato un passo falso contro il Belgio; Germa­nia Ovest e Austria hanno fatto fuori una splendida Algeria accordandosi spudoratamente nell'ultima partita. Solo In­ghilterra e Brasile hanno ottenuto il lasciapassare a punteg­gio pieno. Addirittura, lo squadrone sudamericano ha mes­so a segno dieci reti, subendone solo due.

Quanto all'Italia, si può definire grande solo per i fasti passati. Non sembra esserci più traccia della squadra che quattro anni prima, rinnegando il cinismo del calcio all'ita­liana, ha sfiorato la finale. Nel clan azzurro c'è aria pesante, alimentata dai responsi delle premondiali: sconfitta (0-2) con la Francia a Parigi; sconfitta (0-1) a Lipsia con la Ger­mania Est; pareggio incolore a Ginevra contro la Svizzera. Addirittura sconfortante il test sostenuto a tre giorni dal de­butto contro il Braga, serie B portoghese: 1 a 0, gol di Graziani e una manovra contratta e involuta.

Bearzot è il testardo capo di questi masnadieri ormai pri­vi di nerbo. E dire che la squadra è quella presentata in Ar­gentina nel '78, salvo alcuni rimpiazzi imposti dalla carta di identità e la dolorosa rinuncia a Bettega, infortunato. Una quasi unanime campagna di stampa, nell'imminenza del mondiale, ha cercato di suggerire al condottiero friulano la chiamata del "genio" interista Beccalossi, che a 26 anni ha raggiunto i vertici della sua arte calcistica.
Ma Bearzot non ha sentito nessuno, per Beccalossi nella sua idea di squadra non c'è posto. Alla partenza per la Spagna, a Fiumicino, il commissario tecnico si è anche dovuto difendere da un in­sulto urlato con rabbia da una ragazza: «Bastardo!». Lo ha fatto rifilandole un ceffone, a scopo educativo.
I leoni in gabbia, nel "retiro" di Barcellona, non hanno certo superato le tensioni della vigilia. Anzi, il cammino fat­to nella prima fase dei campionati, benché concluso con la qualificazione, li ha messi ancor più alla berlina. Pareggio, discreto, con la Polonia; pareggio, brutto e affannoso, con il Perù; pareggio, opaco e calcolato, con il Camerun. Risul­tato: secondo posto nel girone e passaggio alla seconda fase per differenza reti, ai danni del Camerun.

Le critiche sono cresciute dopo ogni prova e dall'Italia hanno raggiunto gli azzurri nell'umida dimora di Vigo. Cri­tiche al gioco, al difensivismo a oltranza, all'impreparazione fisica, all'ostinazione di Bearzot nel tenere in campo il palli­do, smagrito e inconcludente Rossi. Già, proprio il Pablito strepitoso di Argentina, rimasto impegolato nello scandalo scommesse e uscito dai due anni di squalifica proprio qual­che settimana prima dell'inizio del mondiale.
Per il pubblico che lo attendeva come il messia quei due anni non sono passati, ma per Rossi sì. Il ragazzo sorridente e disponibile di prima adesso si isola ed evita per quanto possibile i giornalisti. Si capisce che la squalifica, per fatti di cui si è sempre dichiarato innocente, lo ha segnato non so­lo nel fisico.
Al ritiro azzurro si è presentato cinque chili sottopeso e ancora non li ha recuperati tutti. Le difficoltà evi­denziate anche nelle giocate più semplici, la condizione atletica inquietante, l'evanescenza nello scontro fisico, gli hanno rapidamente alienato i favori del pubblico. Durante un allenamento, alla vigilia dell'incontro con il Camerun, un italiano gli ha gridato al megafono: «Rossi, sei comico!». Per lui ha reagito Graziani: «Se siete venuti solo per attac­carci potevate restare a casa». Anche quando tutti ne chie­dono la testa, Bearzot continua a ritenere Rossi troppo im­portante per non attenderne il risveglio.

Ma gli strali polemici non sono venuti solo dalla stampa. Dopo la partita col Perù hanno chiesto a Matarrese, presi­dente di Lega, se Catuzzi, allenatore del suo Bari, si sarebbe comportato come Bearzot; cioè, se avrebbe mandato in cam­po Causio, e non un attaccante, al posto di Rossi. La risposta: «Non offendiamo Catuzzi». E ancora: «Al posto del presiden­te federale Sordillo non sarei sceso negli spogliatoi, perché avrei dovuto prendere tutti a calci nel sedere». E dall'Italia è giunta anche la bordata del giovane tecnico Fascetti: «Mi ver­gogno di appartenere alla stessa categoria di Bearzot».

Fin qui, rilievi più o meno tecnici. Ma c'è dell'altro. Innanzitutto la diatriba sul premio di qualificazione: si è parlato di 60-70 milioni a testa e su tali voci si sono levate proteste nell'opinione pubblica, un'interrogazione parla­mentare e un esposto alla Procura della Repubblica di Ro­ma. Poi è intervenuto Sordillo, precisando che ogni azzur­ro avrebbe ricevuto una ventina di milioni lordi. E Carraro, presidente del Coni, ha assicurato che per il pagamento si sarebbero utilizzate le percentuali sugli incassi. A questa tensione di fondo si è aggiunta poi una ventata di basso giornalismo, con volgari insinuazioni su Rossi e Cabrini compagni di camera.

Insomma, l'aria di Vigo si è rivelata umida in tutti i sensi. Così, al momento di lasciare la Galizia per Barcellona, la squadra, provata anche psicologicamente dalla passata paura dell'eliminazione, ha annunciato il silenzio stampa. Nessun giocatore, a termine indefinito, avrebbe più rilasciato dichiarazioni, salvo capitan Zoff.

Al sole di Barcellona, quindi, gli azzurri si leccano le ferite e meditano una vendetta difficilissima, considerati gli abbinamenti per la seconda fase. Con il secondo posto del turno eliminatorio, l'Italia s'è guadagnata infatti due ter­ribili compagni d'avventura: Argentina e Brasile. La prima arrivata di questo terzetto va in semifinale, le altre a casa.

Bearzot ha un unico credo: difendere i suoi, fino allo stremo. Rivelerà poi di aver visto nella fase eliminatoria, in particolare contro il Perù, la squadra letteralmente terroriz­zata dalla paura di perdere; ma intanto distribuisce ai gioca­tori elogi che, a fronte della realtà, paiono senz'altro esage­rati.

I giocatori, di conseguenza, fanno blocco in favore del loro tecnico, anche se, per la verità, qualche crepa affiora: il giovane Massaro, per esempio, è segnalato come uno dei più in forma, ma si dice sia stato "cancellato" da Bearzot do­po l'amichevole di Braga, quando il giocatore ha espresso critiche ai compagni. E Altobelli, che in allenamento segna a ripetizione, rimugina amaro sul suo ruolo di panchinaro. L'emergente Dossena, invece, che molti vedrebbero volen­tieri in squadra, si adatta di buon grado a fare il "turista".

II silenzio stampa non piace al presidente Sordillo, che prima del debutto nel secondo turno, contro l'Argentina, tenta di convincere la squadra a desistere. Zoff risponde picche.
Di fronte all'Italia di Vigo, l'Argentina sembra uno sco­glio titanico. Rispetto a quattro anni prima, i campioni del mondo hanno aggiunto al loro organico un po' invecchiato il miglior giocatore in circolazione, quel Maradona che gio­cherà davanti ai suoi prossimi tifosi, visto che ha da poco fir­mato un contratto principesco con il Barcellona. Maradona con la palla al piede fa prodigi che non si vedevano dai tem­pi di Pelè. Degli azzurri lo conosce molto bene Tardelli, che lo ha affrontato due volte: la prima con la Nazionale nel '79, a Roma; la seconda in un'Argentina-Resto del Mondo. In quest'ultima occasione Tardelli fu espulso per rudezze ai danni del giovanissimo e imprendibile avversario.
Maradona, letteralmente cancellato da Gentile nella vittoriosa partita degli azzurri per 2-1
Bearzot fa strenua pretattica, non vuole dare alcun vantaggio al carismatico Menotti, tecnico avversario, con il quale i rapporti non sono al momento idilliaci. L'argenti­no, infatti, ha imbastito critiche abbastanza dure nei con­fronti della squadra azzurra, definita "squilibrata" e netta­mente inferiore a quella presentata in Argentina. Bearzot non digerisce e rimanda al mittente: «Anche la sua squadra, durante le amichevoli premondiali, poteva essere definita squilibrata. E poi cosa ne pensa della prestazione dei suoi contro il Belgio?».

Schermaglie a parte, il cittì azzurro non ha intenzione di toccare nulla rispetto agli uomini impiegati contro il Camerun: Zoff tra i pali; Collovati, Gentile e il libero Scirea a for­mare il pacchetto difensivo, con Cabrini fluidificante a sini­stra; a centrocampo, Oriali, Tardelli e Antognoni, con il supporto di Conti; Rossi punta centrale, Graziani in appog­gio.

Rimane un unico dubbio: chi marcherà Maradona? Bearzot è indeciso fra Tardelli e Gentile. Ma Maradona gio­ca in chiave esclusivamente offensiva, e Tardelli su di lui dovrebbe fare il difensore puro, privando così la squadra di una spinta importante. Così, negli spogliatoi, a pochi minu­ti dal fischio d'inizio, Bearzot prende da parte Gentile e gli fa un discorsetto di questo tipo: «Maradona lo prendi tu. E' un grandissimo, il tuo compito è fondamentale. Ma io ho fi­ducia in te. Va' in campo e annullalo». Per uno come "Gheddafi" basta e avanza: l'ultimo momento in cui Mara­dona può muoversi senza un'ombra azzurra appiccicata ad­dosso è quello del riscaldamento.
Il piccolo Sarrià, secondo stadio di Barcellona dopo il Nou Camp, è una fornace ribollente: le prime fasi si risolvo­no in una sequela di scontri durissimi. Gli azzurri mostrano i tacchetti, ma dall'altra parte, con gente come Passarella e Gallego, non ricevono sorrisi. Maradona prova ad esibirsi, si vede che il suo bagaglio è superiore. Ma l'ombra azzurra che gli è alle costole sembra avere cento mani e cento piedi: il "pibe de oro" è trattenuto, bloccato, "massaggiato". E quando, verso la metà del tempo, riesce ad andar via e pun­tare dritto alla porta, viene steso senza pietà dal classico e generalmente correttissimo Scirea.

Si va al riposo sullo 0 a 0. Neanche male, almeno non si sono riviste le mollezze e i timori di Vigo. E nella seconda parte, dopo una dozzina di minuti, parte dai piedi di Conti un contropiede che taglia in due i biancocelesti. L'ultimo tocco è di Antognoni per la veloce sovrapposizione di Tardelli che, spostato a sinistra, piazza un rasoterra nell'angolo lontano. E' una rasoiata al petto dell'Argentina. Un sogno? Neanche per idea, perché da quel momento l'Italia tiene botta di fronte agli attacchi avversari senza concedere più nulla.

Lo stesso Gentile non ricorre nemmeno più al fallo per fermare Maradona. Gli azzurri formano ora un mecca­nismo perfetto, in cui lo stesso Rossi dà cenni di ripresa. E proprio a Rossi, poco dopo, capita l'opportunità di filare da solo verso il portiere Fillol. Al momento della battuta, in preda alla fatica e a tutte le sue tensioni irrisolte, Paolo si rattrappisce scomposto e consente a Fillol la respinta. Il mondo potrebbe crollargli addosso, se quel pallone non fosse subito artigliato e giocato magicamente da Conti, che dopo aver nascosto la sfera allo stesso Fillol, la serve indie­tro a Cabrini. Sinistro secco e 2 a 0.

Ora si va in discesa. Esce esausto Rossi ed entra Altobelli, appena in tempo per prendersi una perfida gomitata in fac­cia da Passarella. Lo stesso Passarella calcia una punizione mentre Zoff sta ancora sistemando la barriera e porta l'Ar­gentina sul 2 a 1, fra le proteste italiane. In chiusura, folleg­gia ancora Bruno Conti, capace di uscire palla al piede da un nugolo di gambe che lo falciano come motoseghe.

Cosa è successo? Non è facile spiegarlo, sta di fatto che i giocatori hanno trasformato la sindrome da assedio da cui è nato il silenzio stampa in una straordinaria forza morale. Ecco cosa meditavano i leoni in gabbia, nella tesa vigilia. Bearzot si presenta in sala stampa senza sorridere. Anche per lui è una rivincita ed evidentemente le ultime polemi­che il cittì le ha ancora sullo stomaco. Pur nel successo, ten­de ancora a giustificare le precedenti magre: «Nelle prime partite - dice - c'è mancato il colpo del k.o.».

Fra gli azzurri, molti cominciano a pensare che sarà diffi­cile fermare la "nuova" Italia. Eppure, è alle viste l'incontro con i "mostri" brasiliani, predestinati al trionfo. Intanto, c'è modo di rilassarsi. Il giorno dopo la battaglia, Graziani, Ros­si e Collovati scendono presto in sala video per rivedersi l'incontro. Gli altri dormono fino a tardi e nel pomeriggio sciamano per le vie di Barcellona in tutta libertà. Chi vuole, può tornare anche alle soglie della mezzanotte.

La mattina del 2 luglio, a Casa Italia piomba il presi­dente del Consiglio Spadolini, diretto a Madrid. Non sono momenti facili per lui e per il suo governo. Ma soprattutto non sono momenti facili per l'Italia, che si scopre infestata dalla P2 e nelle more oscure dell'affare Calvi, trovato qual­che giorno prima impiccato a Londra. Di fronte a Spadoli­ni, Sordillo si lancia in un discorso aulico, con riferimenti addirittura alla fatale avventura di Leonida alle Termopili.

Nel pomeriggio, gli azzurri si recano di nuovo al Sarrià, ma questa volta in veste di spettatori interessati: c'è Argenti­na-Brasile, un grande classico del calcio mondiale. Il Brasile signoreggia contro un avversario ormai provato. Uno, due, tre gol, a cui gli argentini oppongono solo una segnatura in extremis. Maradona si fa prendere dall'ira, piazza i bulloni sul fianco di Batista e conclude il suo mondiale con un car­tellino rosso. A scusante della sua magra pone i colpi presi contro l'Italia. «Non è ancora maturo», sentenzia il grande Pelè, che ha invece eletto Bruno Conti a suo preferito.

Italia-Brasile è quindi lo scontro decisivo. A Casa Italia i rapporti fra stampa e squadra non sono certo tornati alle­gri: fra Gentile e Lino Cascioli del Messaggero si viene quasi alle mani. Ai sudamericani basta il pareggio, per la migliore differenza reti. Bruttissimo affare: bisognerà scoprirsi. Nelle certezze del Brasile affiora comunque qualche preoccupa­zione. Il selezionatore Santana teme il contropiede azzurro e si dice ammirato dalle giocate di Conti e Antognoni. Le due squadre sono al completo, l'unico dubbio è la presenza di Zico, maestro fra i maestri, vittima di un'entrata assassina di Passarella. L'opinione comune è che fra le due formazio­ni ci sia un forte divario. Eppure, nel cammino trionfale del Brasile è possibile intravedere piccole falle, soprattutto nella scarsa affidabilità del portiere Valdir Peres e nell'assenza di un uomo d'area più prolifico di Serginho. Inoltre, gli italia­ni hanno riposato cinque giorni, i loro avversari due.

Zico passa la vigilia con la borsa del ghiaccio sul polpac­cio sinistro, ma alla fine decide di giocare. Bearzot ha previ­sto di affidarlo a Oriali, dirottando Gentile sull'ala Eder, mancino temibilissimo. Invece, proprio dieci minuti prima dell'inizio, Bearzot chiama Oriali e Gentile e rimescola le carte: «Ti ho visto molto bene su Maradona - dice a Gentile - perciò prendi anche Zico. Oriali va su Eder».
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Italia 1982: I Grandi di Spagna
Ventidue leoni in gabbia si aggirano negli spazi dell'hotel Castillo di Sant Boi de Llobregat, peri­feria di Barcellona. Ventidue uomini toccati, fe­riti e inquieti. Dal fresco di Vigo alla canicola ca­talana hanno portato sulle spalle una messe di risentimenti e una novità assoluta per il calcio italiano: il silenzio stampa.