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GIANNI BRERA, IL MAESTRO DEL GIORNALISMO SPORTIVO ITALIANO
BIBLIOGRAFIA
L'avocatt in bicicletta, Milano, 1954. Ripubblicato con il titolo: Addio, bicicletta, Milano, Longanesi, 1964; altra edizione: Milano, Rizzoli, 1980.
Atletica leggera. Scienza e poesia dell'orgoglio fisico, Milano, Sperling & Kupfer, 1949.
Il sesso degli Ercoli, Milano, Rognoni, 1959.
Io, Coppi, Milano, Vitagliano, 1960.
Atletica leggera. Culto dell'uomo (con G. Calvesi), Milano, Longanesi, 1964.
I campioni vi insegnano il calcio, Milano, Longanesi, 1965; edizione critica: Milano, Booktime, 2008.
Coppa del mondo 1966. I protagonisti e la loro storia, Milano, Mondadori, 1966.
Il corpo della ragassa, Milano, Longanesi, 1969.
Il mestiere del calciatore, Milano, Mondadori, 1972; edizione critica: Milano, Booktime, 2008.
La pacciada. Mangiarebere in pianura padana (con G. Veronelli), Milano, Mondadori, 1973.
Po, Milano, Dalmine, 1973.
Il calcio azzurro ai mondiali, Milano, Campironi, 1974.
Incontri e invettive, Milano, Longanesi, 1974.
Introduzione alla vita saggia, Milano, Sigurtà Farmaceutici, 1974.
Storia critica del calcio italiano, Milano, Bompiani, 1975.
L'Arcimatto, Milano, Longanesi, 1977.
Naso bugiardo, Milano, Rizzoli, 1977. Ripubblicato con il titolo originale La ballata del pugile suonato, Milano, Booktime, 2008.
Forza Azzurri, Milano, Mondadori, 1978.
63 partite da salvare, Milano, Mondadori, 1978.
Suggerimenti di buon vivere dettati da Francesco Sforza pel figliolo Galeazzo Maria, pubblicazione del comune di Milano, 1979.
Una provincia a forma di grappolo d'uva (con Paolo Brera), Milano, Istituto Editoriale Regioni Italiane, 1979.
Coppi e il diavolo, Milano, Rizzoli, 1981.
Gente di risaia, Aosta, Musumeci, 1981.
Lombardia, amore mio, Lodi, Lodigraf, 1982.
L'arciBrera, Como, Edizioni "Libri" della rivista "Como", 1990.
La leggenda dei mondiali, Milano, Pindaro, 1990.
Il mio vescovo e le animalesse, Milano, Bompiani, 1984.
La strada dei vini in Lombardia (con G. Pifferi ed E. Tettamanzi), Como, Pifferi, 1986.
Genoa, amore mio. Milano, Ponte alle Grazie, 1992.
Storie dei Lombardi, Milano, Baldini & Castoldi, 1993.
L'Arcimatto 1960-1966, Milano, Baldini & Castoldi, 1993.
La bocca del leone (l'Arcimatto II 1967-1973), Milano, Baldini & Castoldi, 1995.
La leggenda dei mondiali e il mestiere del calciatore, Milano, Baldini & Castoldi, 1994.
Il principe della zolla (a cura di Gianni Mura), Milano, Il Saggiatore, 1994.
L'Anticavallo. Sulle strade del Tour e del Giro, Milano, Baldini & Castoldi, 1997.
Caro vecchio balordo. La storia del Genoa dal 1893 a oggi, Genova, De Ferrari, 2005.
Il club del Giovedì, Torino, Aragno, 2006.
Un lombardo nel pallone, Milano, Excogita 2007.
Il più bel gioco del mondo, Milano, BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), 2007.
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Le cronache sportive possono diventare anche letteratura. Senza andare a scomodare Leopardi, che per un giocatore di pallone scrisse un'ode, basti pensare a Ugo Ojetti, a Orio Vergani, a Dino Buzzati, ma soprattutto a Gianni Brera, Se per Ojetti, Vergaci e Buzzati lo sport rappresentò uno dei tanti interessi, per Brera fu la passione di tutta la vita. Vi si dedicò, infatti, anima e corpo rinnovandone il linguaggio, arricchendo il vocabolario, inventando fantasiose definizioni e appioppando certi soprannomi come quello di "abatino", rimasto appiccicato addosso a Gianni Rivera quasi come una seconda identità.
Brera era innamorato dello sport e della Bassa Padana, che era la sua terra essendo nato a San Zenone Po, in provincia di Pavia, nel 1919. Suo padre faceva, allo stesso tempo, il sarto e il barbiere. Sanguigno e passionale alla pari di tutti gli uomini di quelle parti, teneva fede al personaggio sia che si trattasse di scrivere un articolo o di fare un commento televisivo sia che dovesse affrontare una tavola imbandita.
Il giornalista "breriano" Gianni Mura lo descrive così: "Brera si spende in modo incredibile. Lavora molto, forse troppo, fuma troppo (un centinaio di sigarette al giorno, senza filtro, quando non sono toscani), beve e mangia molto (l'ho seguito sul suo terreno e dopo due giorni di colloqui dovrò mettermi a dieta), ingerisce molte pillole, impreca al mondo e a se stesso, dice che sarà l'ultima volta e il giorno dopo ricomincia. Conosce l'insulto pesante e la citazione dotta, in tribuna stampa si agita e grida, da quel plebeo che si vanta di essere; risponde con larghe scappellate alle parolacce dei riveriani, non sa trattenere il pianto quando evoca il ricordo di un amico...".
Claudio Rinaldi ricorda che "stargli dietro era pericoloso. Un collega romano timido, non avendo osato desistere in tempo, fu ricoverato d'urgenza in ospedale per una lavanda gastrica".
Brera non si preoccupava mìnimamente del detto popolare sui danni di Bacco e del tabacco. Anzi, per luì fumare era una sfida e quando cominciarono le crociate antifumo con i primi divieti nei locali pubblici e sui mezzi di trasporto, accettò di fare il portabandiera dell'esercito dei fumatori, dal momento "che le rudezze di una legge conformista, bigotta e crudele ci stanno per conculcare, affliggere e disgustare fino all'irriducibile dispetto". Lanciò dalle colonne della Repubblica una vera e propria campagna proclamando: "Io intendo rumare fino all'ultimo fiato. Poi, che si arrangi la mia emoglobina. Vivere senza fumo sarebbe come dormire senza sogni".
"Da bambino volevo fare il prete o l'ufficiale di cavalleria" confessò una volta. "Dalla prima intenzione mi dissuase mio padre, segretario della sezione socialista di San Zenone; dalla seconda una cavallina che mi tirò un tremendo calcio in faccia di cui porto ancora i segni". Si buttò nel giornalismo, che definiva "la scorciatoia dei poveri".

«Il mio vero nome è Giovanni Luigi Brera. Sono nato l'8 settembre 1919 a San Zenone Po, in provincia di Pavia, e cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti (...).
Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po»
Così aumentavano gli ammiratori e i nemici. Giorgio Bocca, che cominciò con lui come cronista, ricorda il suo carattere ruvido e indisponente. "Era - dice - una carogna; una simpatica, intelligentissima carogna".
Nello scrivere usava uno stile inconfondibile, pieno di invenzioni e di neologismi, che l'hanno fatto considerare, letterariamente parlando, imparentato con Gadda o, almeno, iscritto al circolo dei gaddiani. Così la pensava Umberto Eco anche se l'interessato respingeva l'accostamento.
Se, durante una partita, il pallone entrava in porta in modo avventuroso, il portiere era uccellato. Usava termini come centrocampista euclideo (la geometria applicata al calcio), bradipsichico, cippirimerlo,fuffignare, posaglutei, presti-pedatore, tripallico e via inventando. Gli "abatini" erano per lui quei giocatori che, come Rivera e Mazzola, si comportavano in campo con eleganza e leggerezza. Perché evidentemente vedeva il calcio non come un balletto ma come qualcosa di assai più impegnativo, per gente abituata al sacrifìcio e ai metodi spicci. Il funambolismo linguistico rivelava, in ogni caso, una preparazione umanistica di primordine.
I suoi studi erano stati seri e approfonditi. Maneggiava disinvoltamente il latino. Nel 1952, alle Olimpiadi di Helsinki, inviato della Gazzetta dello Sport, era stato incaricato di intervistare il grande fondista finlandese Paavo Nurmi, forse il più grande atleta di tutti i tempi nella sua categoria. Nurmi non parlava inglese e Brera non sapeva una parola di finlandese. S'intesero nella lingua dì Cicerone.
Allo stadio si considerava, naturalmente, di casa, Negli intervalli delle radiocronache e delle telecronache era il più intervistato e le sue opinioni a caldo apparivano sempre centrate perché frutto di una non comune conoscenza della materia. Maniaco della precisione, annotava, dei momenti culminanti, non solo il minuto ma anche i secondi. Ed era il solo a farlo.
Lavoro e sport: due facce di una stessa medaglia. Un uomo, per essere completo, doveva praticare l'uno e l'altro, in pari misura.
"Non scopro niente di nuovo né di sulfureo se rapporto i giochi al lavoro, la voglia di starnazzare e divertirsi a quel plus calorico di cui ovviamente non ha parlato neppure Marx. Il diritto allo sport è venuto quando il primo dovere è stato onorato: la conquista più o meno compiuta della libertà dal bisogno".
Nella sua materia non aveva confini. Seguiva il ciclismo e il calcio, l'atletica, il pugilato e anche gli sport cosiddetti minori.
Scrisse alcuni romanzi di grande successo, come "Il corpo della ragassa", da cui fu tratto un film e che, dicono, finì per scommessa in tre settimane. Fu allora che si fece crescere la barba per non perdere tempo a rasarsi. Ma i libri rimasero per lo più all'interno dei suoi interessi: Io, Coppi; Addìo bicicletta, Il mestiere di calciatore, e soprattutto Storia critica del calcio italiano, seicento pagine, un classico nel genere.
"Anche nella storia del calcio" diceva "emerge la pistolaggine degli italiani. Altro che stivale! La nostra penisola è un simbolo fallico, i testicoli giustamente al nord, perché i settentrionali sono più scemi e noi lombardi i più scemi in assoluto".
Facile, con idee del genere, accumulare nemici. Ma aveva anche tanti estimatori, che lo ammiravano incondizionatamente.
Alle radici, la Bassa Padana, era ancorato con il corpo e l'anima e si firmava spesso: "Giuânnbrerafucarlo", Ma la sua terra lo tradì. Nel dicembre del 1992 andò a finire con l'automobile contro un'altra macchina proprio a due passi da casa. Non arrivò vivo all'ospedale.
Sulla sua tomba avrebbe voltilo che fossero scritte solo cinque parole: "Ho vissuto come volevo io". Alla sua morte lasciò orfani amici e lettori, battezzati da Gianni Mura "i senzabrera", che si riuniscono di preferenza il giovedì, a tavola, per mangiare e bere in allegria.

Aveva poco più di vent'anni quando scoppiò la seconda guerra mondiale ma già s'era fatto conoscere al Guerin Sportivo e al Popolo d'Italia. Paracadutista, si lanciò una sola volta e, alla prima occasione, piantò la divisa e raggiunse i partigiani nell'Ossola. Dopo, riprese in pieno la carriera giornalistica: redattore di atletica alla Gazzetta dello Sport, corrispondente a Parigi, condirettore del giornale con Giuseppe Ambrosini, capo dei servizi sportivi del Giorno, collaboratore del Guerin Sportivo, commentatore del Giornale di Montanelli, infine editorialista della Repubblica.
Fra gli sportivi era una firma autorevolissima, che tutti leggevano avidamente. Ma fu la televisione a renderlo popolare anche ai non appassionati di calcio con la trasmissione di Raitre "Il processo del lunedì". Piacevano quel suo modo spregiudicato e talvolta anche rude di emettere giudizi, quelle sentenze sempre definitive, senza appello. Con le polemiche andava a nozze e non aveva alcuno scrupolo nello strapazzare i suoi contraddittori anche se erano rispettabili colleghi.