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All'inizio i calciatori erano immortalati nelle situazioni più strane: fuori dallo stadio, mentre si
allenavano da soli, in mezzo ai tifosi. Oggi si rasenta la perfezione e non sono trascurati neppure i
club di C. Il primo album della Panini è del 1960: era nato un fenomeno, che dura tuttora
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il FOOTBALL come lo abbiamo SOGNATO e AMATO
Oggi è impossibile coglierli in fallo, abituati come sono alle telecamere, con le loro pettinature
impeccabili, il sorriso sicuro, la maglia in perfetto ordine. Ma, una volta, i giocatori da immortalare
nelle figurine venivano beccati dove e come capitava, sul campetto di allenamento o sui viottoli che
conducevano negli spogliatoi, addirittura a ridosso del muro di cinta degli stadi.

Era la sorte di solito destinata ai più scarsi, quelli che - molto elegantemente - non venivano mai
definiti riserve e che componevano l'esercito del «completano i quadri» o degli «altri titolari». Singolare
quanto capitato ai ternani Platto e Biagini (album 1974-75) fotografati addirittura fuori dal «Liberati».
Oppure ai napoletani Ferradini e Fontana (1972-73) costretti a palleggiare in un San Paolo vuoto,
probabilmente a fine allenamento. I granata Roccotelli, Rossi e Quadri (1974-75) furono colti in un
lugubre scenario notturno. Si vede che, quel giorno, li avevano tenuti per ultimi. E forse veniva da una
delle sue proverbiali zingarate l'attaccante Zigoni, fulminato dal flash in uno sguardo allucinato.

La storia delle figurine Panini si intreccia a quella del nostro calcio forse proprio in queste
immagini rubate, non ufficiali, segno della precarietà dei tempi. Ci piace immaginare un pezzo di
quell'Italia nel tifoso che si agita dietro la rete di recinzione o negli sconosciuti occupanti di una
panchina che fanno da cornice all'ancora più sconosciuto Renato Roffi (1972-73). Piccoli film strappati
al calcio di quegli anni, specie quando i calciatori cominciarono a essere inquadrati a figura intera o in
azione. Quel Marcello Tentorio con pantaloni lunghi e blu, a esempio, ci catapulta al polveroso stadio
Cibali dei primi anni Settanta, con i ragazzini che stanno correndo alle sue spalle.

Nello stesso anno ecco Governato tutto impettito e dietro di lui un dirigente che sta parlando con
un altro giocatore, magari quello che gli fregherà il posto. In fondo, oggi, sono queste le immagini che
intrigano di più. Il primo album, quello del 1960, fa persino tenerezza. Non c'è mai uniformità, i fondi
sono multicolori, i volti quasi stilizzati. Nelle maglie del Bari, a esempio, ci sono tre tipi di colletti
diversi, le strisce rossoblu del Bologna non hanno la stessa ampiezza, nel Padova c'è chi ha lo scudo
sul petto e chi no, persino la maglia della Sampdoria (la più bella che ci sia) ne esce sbiadita e
Skoglund non portava neppure le strisce. Ma che importava, per la prima volta le figurine entravano in
casa e i campioni degli stadi avevano finalmente un volto.
Perché non c'è storia che non cominci dall'inizio e quella della raccolta Panini ha un'origine
singolare, incarnata da un personaggio ormai mitico, Bruno Bolchi, oggi come allora soprannominato
«Maciste». Qualche decennio fa il suo volto avviò un'autentica rivoluzione, così come l'ha ricordata più
volte Giuseppe Panini. «Voglio fare le figurine dei calciatori» disse un giorno al fratello Franco e
assieme a lui cominciò a battere tutte le tipografie di Modena e provincia tempestandole con la stessa
domanda: «Da una foto come questa si può ricavare una figurina a colori?». La foto era quella di
Bruno Bolchi, mediano dell' Inter, l'unica di cui disponevano i fratelli Panini. Rispose il fotolito Badolati
di Parma: «Venite sabato prossimo, che vi faccio vedere». Una settimana più tardi, Badolati mostrò la
figurina di Bolchi, proprio come la volevano i fratelli Panini. E nacque l'album del 1961-62, il primo di
una lunghissima serie. Particolare curioso: anche Bolchi cominciò a raccogliere le figurine e non trovò
mai la sua.

Un Paese definitivamente uscito dal Dopoguerra e che comincia, finalmente, a divertirsi. Lo fa
anche col calcio, certo. E quelle undici figurine undici per ogni squadra aiutano a rendere popolari
volti di giocatori allora largamente sconosciuti. Dall'edizione successiva, la raccolta offre anche le foto
di gruppo, quasi tutte scattate allo stadio. Dal 1962-63, ci sono anche le immagini rappresentative
della città, cartoline che ci restituiscono piccole finestre sugli anni Sessanta: mai vista piazza Duomo
con le auto? Da non perdere, nelle ultime pagine, la rassegna delle vecchie glorie, utile anche ai lettori
di oggi. Valentino Mazzola, Meazza e Piola in maglia azzurra sono camei da conservare per sempre.

Dal 1963-64 c'è gloria anche per la serie B e i ragazzi del tempo scoprono la figurina con due
giocatori, uno affiancato all' altro. Confuso a tutti gli altri, ultimo della brigata, nel Cagliari c'è un
giovane Gigi Riva, allora noto solo come Luigi. La grinta è già quella del futuro Rombo di Tuono. Prato
e Pro Patria, che oggi si scornano nelle serie inferiori, allora dividevano un'intera pagina della B. Non
tutti Carneadi quei giocatori, Regalia e Veneranda diventeranno allenatori. E nel Verona riecco Bruno
Bolchi, stavolta, lontano dalla notorietà, sembra più sereno: meglio i Carletti, Cappellino e Maschietto
che la solita intervista sulla prima figurina.

In quell'album finalmente vediamo da vicino gli assi stranieri, sono appena 4 ma bastano per tutti
gli altri. Ecco Di Stefano e Puskas, per il Real Madrid, ed Eusebio e Coluna del Benfica. Ben presto
l'Europa comincerà a parlare anche dei nostri perché sta arrivando l'epoca dei grandi successi
internazionali di Milan e Inter ed è bello rivedere, 5 anni dopo la prima figurina, il volto vincente di
Gianni Rivera, stavolta nell' album 1964-65. Ora è lui la stella che brilla di più, con tutto il rispetto
per Cesare Maldini e Giovanni Trapattoni, sempre l'uno accanto all'altro in tutte le raccolte di quegli
anni. Molti anni dopo siederanno, in tempi diversi, anche sulla panchina della Nazionale
Tanti degli allenatori di ieri e oggi allora calcavano i campi, da Ottavio Bianchi (Brescia) a Giancarlo
De Sisti (Fiorentina), da Cesare Maldini e Giovanni Trapattoni (Milan) a Bruno Bolchi e Luigi Simoni
(Torino). Nelle pagine della Spal troverete anche la storia di un' amicizia. Ecco, giovanissimi, Edoardo
Reja e Fabio Capello, mezzala destra e mezzala sinistra (allora si diceva così) di una squadra che a
fine stagione avrebbe colto una sofferta salvezza. Capello l'ha sempre ricordato in ogni occasione:
l'unico vero amico nel mondo del calcio è per lui proprio Reja. Entrambi della provincia di Gorizia e
quasi coetanei (Reja è del '45, Capello del '46), allora erano sempre assieme e in trasferta
dividevano la stessa camera d'albergo. Dopo pochi anni le loro strade calcistiche si sarebbero divise,
il legame rimase ed è tuttora saldo.

In quella stessa squadra, e nello stesso campionato, ecco Osvaldo Bagnoli, allora uno dei senatori
del gruppo: la sua espressione è già quella del futuro allenatore campione d'Italia col Verona nel
1985. Quell'album entrò nella leggenda anche perché, per la prima volta, ospitava le figurine degli
arbitri. La rassegna, ovviamente, era aperta da Concetto Lo Bello, celebre «fischietto» degli anni
Sessanta che ispirò addirittura un film. I colleghi di oggi gli invidieranno soprattutto la divisa che
sembra quella di un ambasciatore, con stemma federale e vistoso colletto bianco.

Nel campionato di serie B, invece, un piccolo omaggio ai tifosi del Trani: da allora in poi la loro
squadra non ha più disputato un torneo cadetto. Gli eroi del tempo si chiamavano Pappalettera e
Crivellenti, Barbato e Galvanin. In un certo senso, indimenticabili anche loro. L'operazione nostalgia
riguarda anche i tifosi del Lecco, quando sfoglieranno l'album del 1966-67 con le figurine dell'ultimo
campionato in A. Qui abbondano i nomi famosi, con Sergio Clerici e Antonio Angelillo in testa e c'è
pure l'ennesimo allenatore dei tempi nostri, Antonio Pasinato. Nessuno sorride, fra i 18 della rosa, né
nelle foto individuali né in quella di gruppo. Come se già presagissero la futura retrocessione: la sola
eccezione è quella di Malatrasi, che le sue soddisfazioni, in fondo se l'era già prese, ai tempi
dell'Inter.

Dal 1967-68 si arricchisce, negli album, la parte informativa, ogni figurina presenta una
dettagliata biografia del calciatore e così vivono un piccolo momento di gloria società semisconosciute.
Alla voce Alberto Spelta (Mantova) scopri che ha cominciato nel Fanfulla, nel passato di Amedeo Stenti
(Napoli) ci sono anche Fedit Roma e Tevere Roma. Ma il '68, oltre che per la rivoluzione studentesca,
verrà ricordato anche per quella dei giocatori di B che finalmente, quell'anno, hanno diritto a una
figurina propria, senza doverla dividere con un invadente compagno. Ecco, allora i primi piani di
giocatori che prima si intravedevano appena, c'è gloria per i Mario Zimolo (Catanzaro) e i Claudio
Galassi (portiere di riserva del Padova), per gli Elio Rinero (Verona) e i Renato Caocci (Genoa). Oltre,
ovviamente, all'immancabile allenatore del futuro, il già allora arcigno Nedo Sonetti (Reggina).
Non sono solo album di figurine, ma anche piccoli libri di storia. Utili per chi non c'era o ha
vissuto solo di racconti. Pochi dei ragazzi di oggi ci crederanno, ad esempio, ma anche il Mantova è
stato in serie A. La sua ultima volta risale al 1971-72 e da allora non lo abbiamo più rivisto. Fu una
stagione strana, quella, caratterizzata dall'exploit in casa del Milan. Proprio in dirittura d'arrivo a San
Siro la spuntò Panizza. Non era un ciclista ma un centrocampista di fatica e nell'album del 1971-72
non figurava neppure tra i titolari. Vi era, invece, con un sorriso triste che già annunciava la
retrocessione, Sergio Maddè. L'anno dopo, con la maglia del Verona, avrebbe tolto al Milan uno
scudetto già vinto. Nonostante tutto, quel Mantova scese in B. Come le tante meteore di quegli anni,
destinate a essere dimenticate se non ci fossero le care, vecchie Panini a strapparle dall'anonimato.
Allora non c'erano videocassette, centinaia di fotografi o di telecamere a bordo campo e neppure tanti
processi televisivi. Si retrocedeva e basta. Quel Mantova, però, esagerò, perché l'anno dopo scivolò
pure in serie C.

Quell'anno retrocesse anche il Varese, nonostante la presenza di Trapattoni, venuto a svernare
dopo i trionfi rossoneri. Ma poi in A ci tornò, stavolta per l'ultima volta, nel 1974-75. L'album di quell'
anno rivela i volti di un implume Giampiero Marini, ancora ignaro del suo futuro destino di campione
del mondo, e quello di Giacomo Libera, grande promessa che l'anno dopo poi finì all'Inter. Nella
figurina verticale che lo rappresenta è già metaforicamente in partenza, un piede davanti all'altro
verso il prossimo scatto. Rimase l'unico, perché a San Siro fu un fallimento.

Guardateli con calma gli album di quegli anni, senza la frenesia da «telecomando» con cui oggi
sfogliamo quotidiani, riviste, libri. Ogni pagina rivela un segreto. Andatevi a vedere, per esempio, la
faccia di Angelo Mammì, gloria di Catanzaro. Il 1971-72 fu anche l'anno della prima volta in A del
club calabrese e vinse la sua prima partita proprio contro la Juventus, che poi si sarebbe aggiudicata
lo scudetto. Segnò proprio Mammì la rete dell'1-0 e per la gioia si fece mezzo campo di corsa.
L'espressione, su quella figurina, è di chi sta prendendo la rincorsa, verso la gloria e verso le curve.
Con i regolamenti di oggi gli arbitri lo avrebbero ammonito, allora la felicità si misurava anche in
chilometri. Tornò in A, quel Catanzaro, e stabilmente però «quella» giornata resta indelebile nel
ricordo dei tifosi.
Fu una meteora anche la Ternana di Corrado Viciani, stagione 1972-73. Quell'anno la Panini
dedicava a ogni giocatore sia il primo piano sia un'azione e in movimento viene raffigurato anche
l'allenatore in una foto rivelatrice della sua filosofia. E' davanti a tutti, nel guidare un riscaldamento
prepartita, giusto per dare l'esempio. Predicava, allora, il «gioco corto», fatto di rapidi e piccoli
passaggi per arrivare fino all'area di rigore. Ci volevano muscoli e polmoni e allora eccolo in prima
fila, il mister, a dettare il ritmo. Purtroppo, quell'anno, oltre al gioco fu corta anche la classifica e la
squadra tornò in B. Riemerse nel 1974-75, prima di inabissarsi definitivamente. Della Ternana anni
Settanta ci resta il verde di quell'Umbria, di quei prati e di quelle figurine, incorniciate nello splendido
paesaggio della regione e poi la faccia malandrina di Romano Marinai. Facile continuare: donne e
guai.

L'Umbria non sparì, l'ideale testimone della Ternana fu raccolto dal Perugia. Altro che meteora,
quella era la squadra di un giovanissimo Novellino (e anche del compianto Curi) che nel giro di
qualche anno sarebbe arrivata a sfiorare addirittura lo scudetto, specie quando non c'era Rossi. Con
Pablito, purtroppo, arrivò anche lo scandalo del calcioscommesse. Sono gli anni, quelli, anche del
Cesena e dell'Ascoli per la prima volta in serie A. Stupirono tutti, ma in positivo. I romagnoli
approdano alle prime pagine dell'album Panini nel 1973-74 e nel rivedere, oggi, quei giocatori, si
capiscono tante cose. Si chiamavano Danova, Festa, Frosio, Ceccarelli e Braida, non proprio dei pivelli.
E alcuni di loro hanno fatto fortuna anche fuori dai campi.

E poi, via, toglietevi lo sfizio di vedere com'era Mazzone con tutti i capelli. Lui il condottiero
dell'Ascoli anni Settanta, tutti gli anni sicuro candidato alla retrocessione, tutti gli anni salvo con
giornate di anticipo. Le figurine a campo intero, quelle del 1975-76, dicono ancora di più: campo
spelacchiato, gradinate fatiscenti, mute, semplici o improvvisate. La scuola della sofferenza è nata
anche così...
«Cuccureddu, ha segnato Cuccureddu!». Fu un urlo belluino, quel lontano 20 maggio 1973, ad
annunciare all' Italia l' ennesimo scudetto vinto dalla Juventus, proprio sul filo di lana. Ma, soprattutto,
a rivelare l' autentica fede calcistica del compianto Sandro Ciotti. Sì, aveva il cuore bianconero, il
grande radiocronista dalla voce inconfondibile, ma era così bravo da averlo sempre tenuto nascosto.
Quel giorno la gioia gli proruppe spontanea, perché era successo qualcosa di incredibile. Doveva
vincerlo il Milan, quello scudetto, solo in testa all' ultima giornata di campionato, ma crollò
clamorosamente a Verona (3-5) probabilmente fiaccato dalla dura finale infrasettimanale di Coppa
delle Coppe vinta contro il Leeds a Salonicco.

Poteva vincerlo la Lazio, che aveva un solo punto in meno del Milan, e sarebbe stata una
piacevole novità, ma fu sconfitta al San Paolo dal Napoli. E allora, come sempre, ecco spuntare la
Juventus, appaiata in classifica alla Lazio, pronta ad approfittare di quel doppio passo falso. Un
campionato straordinario, sigillato da un gregario. Aveva fior di fuoriclasse, quello squadrone, da
Haller a Bettega, da Anastasi a Causio, da Altafini a Zoff. Bello, invece, che la firma sullo scudetto
fosse arrivata da uno dei meno noti. E' il fascino immutabile del pallone, che rivive grazie anche alle
figurine.

La Panini di quell'anno è rivelatrice: Cuccureddu guardava all'orizzonte col piglio sicuro di chi è
pronto a qualcosa di grande. E, in azione, eccolo affrontare un giocatore del Verona. Un altro segno
del destino. Non è scritta solo dai grandi la storia del calcio, e quella giornata ne fu la conferma. Ad
affossare il Milan furono un paio di autoreti e i gol di Sirena e Luppi, diventati in seguito famosi solo
per quello. Ma se andate a cercarvi sull' album quel Verona del 1972-73 rimarrete affascinati da
un'altra immagine, quella del portiere di riserva. Era Angelo Colombo, che appare più vecchio dei
suoi 38 anni per i capelli tutti bianchi. Qualche partita la giocò, tanto è vero che è ritratto anche in
azione, durante una furibonda mischia al Bentegodi. Fa quasi tenerezza vederlo con la faccia sul
pallone mentre tenta di schivare una ginocchiata di Perani.
Guardateli bene in faccia i tanti gregari del nostro calcio perché molti di loro hanno vissuto un giorno di gloria. E meritano di essere ricordati come, a esempio, il Roberto Mozzini della stagione 1979-80, un altro improbabile uomo-scudetto. L'Inter quel campionato lo aveva virtualmente stravinto da mesi, però alla certezza aritmetica arrivò solo a due giornate dalla fine. A 2' dalla fine, a San Siro la Roma stava vincendo 2-1 quando fu proprio il difensore venuto dal Torino, dove aveva già vinto il titolo del 1976, a riagguantare il risultato. Inter irraggiungibile e campione d' Italia.

L'album di quell'anno è una galleria di fenomeni, a cominciare da Beccalossi per proseguire con tre futuri campioni del mondo (Oriali, Marini, Altobelli), un fratello d'arte (Giuseppe Baresi) e un allenatore (Domenico Caso). Però guardate l'altra pagina e scoprirete che quell'anno lo scudetto lo vinse anche Riccardo Bulgarani, 19 anni, capelli folti e neri, proveniente dal Parma. Era arrivato a Milano in prova, assieme a un certo Carlo Ancelotti, considerato però non all' altezza della maglia nerazzurra. L'unica cosa andata storta quell'anno.
FIGURINE PANINI:
LA NOSTRA STORIA
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