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Febbraio 1978: Giacinto Gacchetti è all'ultima stagione da calciatore professionista. Sandro Ciotti prende spunto dal libro Cuore per una delicata analisi del compianto campione
CHISSÀ' se lo imbarazza. L'esigenza di dover sempre aderire al suo cliché, intendiamo. Ne abbiamo fatto, un po' tutti, una sorta di Garrone degli anni 70 e fare il Garrone a tempo pieno deve essere duro (ci assale il sospetto che i lettori più giovani non abbiano letto il De Amicis e di conseguenza non sappiano chi diavolo sia questo Garrone: diciamo che è il prototipo del ragazzo forte e buono, grande e generoso). Rimane il fatto che abbiamo inserito Giacinto nella sua leggenda e oggi appare complicato e quasi dissacrante ogni tentativo di estrarlo dal proprio mito. Un mito che del resto lui indossa con la stessa disinvolta sicurezza con cui Fred Astaire indossava il frac (quando Fred appariva improvvisamente in giacca di tweed ci sembrava nudo) aderen-dovi anche negli atteggiamenti più marginali ed esteriori: parla sottovoce, si muove con calma, gestisce sobriamente, si veste secondo i più tranquillizzanti modelli borghesi.
Persino quando ride lo fa con discrezione: paragonata alla sua la risata di un Boninsegna sembra il Niagara. La sua disponibilità nei confronti di tifosi e stampa è totale: un autografo e un'intervista non si negano a nessuno, ci mancherebbe. E l'autografo non è mai frettoloso né l'intervista mai evasiva. Firma con cura, esibendo una grafia gradevol-mente arabescata, di stampo ottocentesco (lui il De Amicis deve averlo letto) e parla al giornalista con sufficiente sincerità, ma soprattutto sfoggiando una conoscenza della propria professione e dei suoi problemi indubbiamente profonda.
Non che non ce ne siano, ma sono pochi e nessuno con la sua esperienza. Nessuno, comunque, con i suoi gol.
Dopo il terzino juventino Bertuccelli (che comunque non andava così frequentemente in gol) non si era più visto, dalle nostre parti, un terzino che gestisse con altrettanta prepotenza la propria fascia laterale riuscendo a dialogare con facitori di giuoco sofisticati come Corso o Peirò e scardinando difese di livello europeo con terrificanti apparizioni ai sedici metri. Per anni ha costituito, con Tarcisio Burgnich, una coppia di terzini esemplare anche sul piano extra-tecnico: «Tarci» non parlava mai e lui poco e sottovoce, ma in campo si facevano sentire anche troppo.
Uomo molto attento all'oggi, ma anche rispettoso di certi valori di ieri forse passati di moda, non ha mai rinnegato la sua ammirazione e la sua gratitudine per Herrera che lo ha lanciato né per quei compagni che hanno contribuito ad edificare la sua leggenda. Oggi ne amministra le ultime frange con ovvia meticolosità, un po' per non corrompere un'immagine che ormai non appartiene solo a lui e molto per garantirsi un congedo dignitoso. Forse l'Inter di Mazzola e Beltrami (e di Bini) gli va un po' stretta, forse il viaggio in Argentina nasconde l'insidia di un addio all'azzurro poco trionfale, forse — come Clay — rischia di dar troppo credito al suo stesso mito. Forse. A noi piace però pensare che questo depositario del Buon Senso e della Ragionevolezza abbia invece fatto bene i suoi conti e che, di conseguenza, non abbia compromesso quelli di Bearzot.
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All'indomani di Messico 70, mentre tutta l'Italia pallonara si era consegnata all'euforica convinzione di essere la seconda potenza calcistica del pianeta, ci disse quieto quieto: «Qui o cambiamo subito qualcosa o siamo fritti». Per quanto ci riguarda è stato il primo a parlarci del calcio totale in termini non letterari e il primo a capire quale sorta di calvario avremmo dovuto sopportare prima di adeguare la nostra mentalità alle nuove esigenze. Questa capacità di capire ogni momento storico del calcio lo ha certo molto aiutato nel rimanere al vertice per tanti anni e ne fa, in potenza, un ottimo tecnico (sogna, come primo approdo postagonistico, la panchina dell'Atalanta).
Che Giacinto sia intelligente non sembra, quindi, revocabile in dubbio. Del resto che l'uomo sia buono senza esserlo tre volte lo confermano molti fatti, primo fra tutti l'essere riuscito — nonostante connotati tanto levigati e semplici — a restare per una vita in un club famoso per i suoi umori polemici, la vocazione per i clans, l'imprevedibilità comportamentale. Nei marosi nerazzurri «Facchettone» ha sempre recitato la parte dello scoglio riscuotendo largo successo di pubblico e di critica. Ci avete fatto caso? Nelle foto ufficiali guarda sempre lontano, verso orizzonti proibiti ai più, quasi a volerci dire: «Avete problemi? Aggrappatevi a me». Simboleggia in modo tanto suggestivo il Buon Senso e la Ragione-volezza che da quando reclamizza un certo sapone da barba ci vergognarne come dei ladri per il fatto di usarne un altro. La casa produttrice di quel sapone non avrebbe potuto peraltro affidare il suo messaggio a persona più idonea: mai visto Giacinto con la barba lunga, la cravatta fuori posto, i calzoni stazzonati. Dopo ore di viaggio sembra appena uscito dalla doccia, carico di efficienza come un Concorde in volo.
Tecnicamente, rappresenta un caso. I suoi detrattori (pochi, ma velenosi) asseriscono che la sua vera fortuna è stata quella di essere alto e biondo in un paese di bruni tarchiatelli. Secondo costoro un Facchetti nato in Germania — quindi un Fakketten — avrebbe giuocato solo in parrocchia. L'ipotesi diverte, ma è sballata. A nostro avviso è invece miracoloso che un gigante con quelle leve se la sia cavata alla grande contro le migliori ali del mondo (cioè, in genere, contro giocatori brevilinei, scattisti e agili palleggiatori). E, se proprio vogliamo parlare di tecnica, chiediamoci quali siano i difensori che colpiscono come lui con i due piedi, che controllino con altrettanta puntualità — non diciamo eleganza — la palla, che abbiano la stessa autorità nel giuoco aereo e che sappiano con altrettanta efficacia portarsi al tiro.
Giacinto Facchetti supera Schnellinger in uno dei tanti derby che li ha visti protagonisti
"Educazione, civismo, concretezza non stonano in un calciatore:
lo dimostra da anni Facchetti, un campione in tutti i sensi che
pare uscito dalle pagine del «Cuore»"
Giacinto De Amicis


In Argentina rischiamo più di quanto non siamo disposti a pensare. L'ipotesi di un'Italia spesso costretta a fare mucchio davanti a Zoff è tutt'altro che peregrina e se davvero dovesse andare così una torre come Giacinto farà comodo e come. Certo: l'anagrafe non lo aiuta e gran parte della critica nemmeno, né si può negare il fatto che un'Italia che fosse in grado invece di imporre il proprio giuoco potrebbe essere in qualche modo trattenuta dalla preoccupazione di non abbandonare Facchettone in spazi troppo ampi. Ma c'è rimedio a tutto e del resto gli allenatori esistono proprio per correggere, modificare, impostare il modulo con un occhio alle caratteristiche dell'avversario e quattro a quelle dei propri uomini.
L'importante, però, è che Giacinto abbia fatto bene i suoi conti. Se così non fosse sarebbe come vederlo, nella proposta pubblicitaria di cui si diceva, sconciato dalla più goffa delle «braciole». Giacinto: scherziamo?