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«Magari una volta, una sola nella vita, può anche capitare». Così disse il nonno del Gino Del Neri. E quel giorno che si ghiacciò la laguna di Marano, un inverno che il gelo azzannava le orecchie negli anni Cinquanta, si caricò in spalla un sacco di masenete, i granchi che si sgranocchiano con l'aglio e il prezzemolo, e andò a piedi dall'isolotto di Sant'Andrea dove viveva fino a Grado, camminando per chilometri su quelle acque da cui ogni tanto affiorava un lembo di terra con quei casoni di paglia, di fango e di sterco che toglievano il fiato d'incanto a Hemingway. Se lo ricorda bene, il Gino, quell'inverno: «Non capitò mai più, una gelata come quella gelata. E il nonno diceva che non se n'era mai vista un'altra così prima. Ma quell'anno, perdio, quell'anno capitò».
Ed è tutta lì la curiosità che vivono lui e la banda di ragazzi che allena e il presidente timido che ha qualcosa di Harry Potter e poi l'Adalgisa e il Franco e il Paolo e la Giovanna che vive da sempre in America e telefona tutte le domeniche sere al bar per sapere i risultati. Tutti lì a chiedersi: fino a quando può andare avanti? «E' ggià 'n miracolo mo': 'a storia ce dice ch'è quantommai improbbabbile che possa continuare...», ha sentenziato in tivù il sultano della Tolfa, Luciano Moggi. E da tutta la contrada, a vederlo così terreo e infastidito davanti a questo miracolo che fa sognare tutte le contrade d' Italia, si è levato un coro: «Ma va a spasso!».
Eccola, la sfida del Chievo. Di qua chi vuole sognare, di là chi dice che è già tutto scritto. Di qua l'ebbrezza di un paesotto di 2.430 anime alla periferia di Verona dove l'unica impresa di spicco è la «Officina Cardi» coi suoi 290 metalmeccanici, di là lo strapotere delle metropoli che fanno e disfano da quel lontano giorno in cui furono umiliate proprio dall'altra squadra scaligera, il Verona di Osvaldo Bagnoli, l'operaio meneghino che si calcava in testa un berretto da metalmeccanico. Di qua la ricerca di ragazzi o campioni in disarmo alla deriva da recuperare nelle serie inferiori, di là i giochi finanziari sulle plusvalenze. Di qua la pazienza di costruire una squadra giorno dopo giorno partendo dall' oratorio del vecchio parroco che quando il «Ceo» batteva il Bussolengo faceva suonare le campane, di là l'arroganza dei soliti ganassa che vogliono tutto subito e sono venuti su nella scia del Giulio Riva, che era così abituato a voler essere il primo in tutto che quando gli morì la moglie, raccontava la Cederna, telefonò al Corriere per ordinare un numero di necrologi «assolutamente strepitoso, così da eclissare ogni altro morto del passato».
«Gaudete in Domino», è scritto sul portone del campo alla periferia della periferica contrada dove fino a pochi anni fa giocava la squadra ora in testa alla Serie A. Un appello religioso voluto da don Luigi, che in caso di bisogno prestava i chierici alla squadra e permetteva al medico condotto Lodovico Jorio d'improvvisare questue sul sagrato: «Fratelli, un'offerta per le maglie:..». Gioite in Dio. Ma tutti, oggi, leggono la scritta in latinorum: godetevi il dominio. Sono mesi che Chievo gode. Da quando la squadra, incredibile ma vero, si è conquistata sui giornali il titolo «un quartiere in serie A» e Bettino Campedelli, lo zio di Luca Harry Potter, il presidente, ha dato non una ma tredici feste consecutive. Due settimane filate in cui tutte le sera apriva le porte della sua bella casa «con una forma di grana e il prosecco e il primo e il secondo e i contorni e i cuochi!» a tutti i centravanti e gli stopper e i portieri che avevano portato la società nell'Olimpo partendo dalla III Categoria e da quel campo tra l'Adige e il canale Camuzzoni.
Un campo da imprese eroiche, dove si respirava l'aria di certi scontri tra martellatori indios nella Patagonia di Osvaldo Soriano e dove una mezzala letterata citava a volte due strofe ironiche di Libero Bigiaretti: «Vorrei tirar in porta dopo un dribbling stretto / ma son di vista corta e colpirei il paletto». Anche Ilio Ferrante, meccanico in pensione, recita poesie in rima baciata. Più esibizionista di Maurizio Gasparri e Manuela Arcuri messi insieme, gira con una giacca rossa tappezzata di centinaia di medaglie che non avrebbe il fegato di mettersi neppure Francesco Speroni, sbuca davanti ad ogni telecamera, si apposta ad aspettare ogni fotografo e si propone a ogni momento davanti al bar Pantalona (dove le pareti sono coperte dalle foto di gruppo delle squadre dei tempi andati), nella parte di Torototela. Un cantastorie dalla tradizione popolana che declama ispirato versi di spiritosa demenza: «Mi me piase ' a polentina / specialmente col bacalà / torototela, torototà».
Strofa del Chievo? Assume un'aria solenne: «La sto studiando». Impegnato ad asciugare il sudore a una soppressa sontuosa, il salumiere Fernando Righetti (il quale riveste al Chievo il ruolo di consigliere che all' Inter, tanto per fare un paragone, è ricoperto dall' amministratore delegato della Pirelli, Marco Tronchetti Provera), sbuffa che «per carità, tutto bellissimo ma qua se continuano ad andare avanti e indietro i giornalisti e le television no go più tempo de mettere in ordine el banco». Insomma: va bene il primato, ma ai cotechini chi ci pensa? Riassume tuttavia il mito in due parole: «Undici promozioni. Non so se mi spiego: per arrivare dove siamo mica siamo partiti dalla serie A. Abbiamo infilato 11 promozioni consecutive».
Un paio sono anche merito suo, che fu presidente prima di cedere lo scettro al papà di Luca Campedelli e a Saverio Garonzi, il patròn che dopo aver portato in A il Verona e aver accumulato col suo carattere rissoso una catena di squalifiche, si era messo in testa di ripetere il prodigio portando nella élite del calcio quella squadretta di borgata. Quando parlano del Saverio, a Chievo hanno ancora i lucciconi. E ti raccontano di quella volta che, regalata una medaglia a Tito Stagno alla «Domenica sportiva», visto come se l'era messa in tasca senza badarci troppo gli aveva urlato: «oh! l'è de oro!». E di quell'altra che, liberato dalla banda dell' Anonima che l'aveva sequestrato, aveva aperto coi soccorritori un dialogo surreale: «Son el Garonzi». «Chi?». «El presidente del Verona». «Il rapito? Chiamiamo subito la polizia!». «No, ciamemo prima Domenghini, l'ala destra».
E tutto si mischia nei racconti di questi giorni mitici destinati a perpetuarsi in eterno. Il Saverio «che morì cadendo da un tetto perché a 76 anni voleva controllare che mettessero bene i coppi» e Rinaldo Danese detto «conte Màcola» che ha una bottega di abbigliamento e si vanta di essere più fortunato di Gastone perché «non c'è nessuno che in 50 anni di panchina come accompagnatore sia stato sempre promosso senza mai una sola retrocessione» e la moglie
Jole che in questo mezzo secolo si è rassegnata ad essere una «vedova domenicale» e il Piero Campedelli, il fratello più giovane del presidente, che più che ai punti della squadra bada al burro e agli zuccheri e alle farine della «Paluani» e per cementare il rapporto tra il calcio e i dolci di famiglia aveva buttato lì ridendo l'idea di comprare Nika Panduru. Un rumeno dal cognome ideale ma dalle ignote qualità: sarà Panduru all'altezza del pandoro?
L'altra Verona, delle focacce e della squadra concorrenti, guarda, fa spallucce e si rode. Una volta, quando le gerarchie erano chiare, era diverso. E tutti potevano fare il tifo per gli uni e per gli altri. E non c' è un solo tifoso del Chievo che non abbia fatto festa per lo scudetto degli Elkjaer e dei «Nanu» Galderisi. Oggi no, tutto cambiato. Tutto meno Luca Campedelli. Il quale è così poco superstizioso che all'asta iniziale (ricavato in beneficenza), per il numero delle maglie ha comperato il 17 e convoca ogni mese il consiglio alle 17 del giorno 17. E a veder questo sconquasso sbarra gli occhi stupito e pare quasi scusarsi di essere lassù in cima e spiega che lui e il Piero e i cugini si tirano fuori dai pandori uno stipendio di tre milioni netti al mese a testa e ammette che sì, non essendo un Paperone come certi altri presidenti, gli fa un certo effetto discutere coi calciatori dei loro stipendi. Oggi, ancora ancora, va bene: 24 miliardi lordi per tutti. Un sesto di quanto paga l'Inter ai suoi. Ma domani... Ride timido: «Noi non possiamo permetterci certe cose». E ammicca: «Dirò: putei, boni, non ghe xè schei».