LE ESPERIENZE COME CALCIATORE
Non ho avuto grande successo con la carriera calcistica, tuttavia ho iniziato a calcare i campi di calcio fin da
ragazzino nella squadra del mio paese (Cormons, in provincia di Gorizia, ndr.), poi sono passato a giocare
con il Pro Gorizia, in seguito sono stato acquistato dal Catania, che giocava in Serie B, e vi sono rimasto
due anni, prima di passare un anno e mezzo a Ischia, in prestito, per poi tornare nuovamente al Catania.
Non sono diventato un campione ma ho comunque militato ai margini del calcio professionistico, abbastanza
a lungo per maturare esperienze che si sono rivelate molto utili per la successiva professione
IL GRANDE TORINO
Era amato da tutti proprio perché era uno squadrone nel vero senso della parola. Nell’immediato dopoguerra
ha segnato un’epoca; era la squadra di Valentino Mazzola, un insieme di campioni del quale si diceva che,
quando capitan Valentino si rimboccava le maniche e dava il segnale ai compagni, in un quarto d’ora aveva
una forza devastante, batteva tutti (il “quarto d’ora granata”, ndr.). Era una squadra che impersonava lo spirito
del cuore granata: volontà, orgoglio, tenacia combinate con un grandissimo talento. Era una squadra che
costituiva anche l’ossatura della Nazionale: più volte l’Italia è scesa in campo con dieci giocatori
granata su undici. Tuttavia, questo non impediva che qualche volta venisse sonoramente battuta, come nel
maggio del ’48, al “Comunale” di Torino contro l’Inghilterra, quando perdemmo per 4 a 0, e ricordo che io,
ragazzino, dopo aver ascoltato la radiocronaca di Carosio, ero abbastanza arrabbiato, animato da sacro
furore patrio, perché pensavo che avessimo perso immeritatamente per colpa dell’arbitro, per la protervia
degli avversari. In realtà, una volta arrivato in Rai, andai a vedere i riflessi filmati di quella partita e mi
resi conto che avevamo perso 4 a 0 ma ne avremmo dovuti prendere otto o dodici perché veramente non
c’era corsa. Ciò non toglie che il Torino era entrato nella fantasia e nell’amore popolare, e io stesso non
nascondo che, pur non essendo un tifoso viscerale, amo seguire le fasi del Torino perché anch’io ero un po’
granata a quei tempi
BEI TEMPI...
Ho nostalgia del fatto che era un periodo nel quale per aggregarsi, stare assieme e giocare, bastava
pochissimo: un oggetto rotondo qualsiasi, anche se non era propriamente un pallone. Da ragazzini
abbiamo giocato a lungo con delle palle fatte di straccio, con i vecchi calzerotti che venivano messi
assieme e quindi, quando c’era l’opportunità anche solo di toccare un pallone di cuoio, malgrado fosse
sberciato, era una festa grande. Naturalmente i tempi sono cambiati. Allora c’era una forma di
addestramento autonomo, personale: si prendeva a calci tutto ciò che era rotondo e inevitabilmente
si acquisiva una certa familiarità con gli oggetti rotondi che risultava utile per diventare poi dei giocatori di
calcio più o meno bravi, ma questo dipendeva dal talento della persona. Sicuramente il fatto che si giocasse
per strada o comunque negli oratori, con delle palle o palloni che fossero, costituiva una forma di
apprendimento personale molto positivo. Ad esempio, era impensabile che, anche nelle squadre di paese che
militavano nelle categorie inferiori, potesse essere scelto uno che non fosse già bravo. Non esistevano
forme di reclutamento: si imparava tutti autonomamente, e poi i più bravi venivano scelti per giocare
nella squadra del paese e da lì, pian piano, si andava avanti. Oggigiorno le cose sono completamente diverse e
la testimonianza più chiara è che i ragazzi non si divertono più, tant’è vero che uno dei problemi
fondamentali individuati dalla Federcalcio è l’abbandono precoce da parte dei giovani, che iniziano a
giocare a calcio e poi smettono in breve tempo a causa delle pressioni provenienti dai genitori, che vogliono
vederli diventare dei campioni, e dagli allenatori, che anziché farli giocare li sottopongono a una miriade di
test e di esercizi fisici, il che comporta un inevitabile inaridimento dei vivai. Io vengo da una regione
nella quale, fino a una trentina d’anni fa, c’erano almeno un centinaio di giocatori di Serie A e di Serie B mentre
oggi non ce ne sono più; cominciano a giocare ma non vanno avanti. Si dedicano, è vero, ad altre discipline
sportive ma il calcio è molto passato di moda tra i giovani in Friuli.
MESSICO 70, LA PRIMA VOLTA
Di quel Mondiale conservo dei ricordi molto particolari e piacevoli, forse più forti rispetto a tutti i tornei
successivi, anche perché mi ero trovato in maniera abbastanza casuale e fortuita a diventare un telecronista
della Rai, cosa alla quale non avevo mai assolutamente pensato. Mai nella vita avrei immaginato di
fare il giornalista, tanto meno il telecronista sportivo; invece, per una serie di circostanze occasionali,
partecipai a un concorso nel quale, con mia somma sorpresa, venni scelto per partecipare a un corso di
preparazione professionale, assieme a gente come Bruno Vespa e la Buttiglione, e dunque venni assunto
ritrovandomi, nel giro di pochi mesi, a svolgere un lavoro al quale non avevo mai aspirato. Qualche mese più
tardi fui inviato ai Mondiali del Messico e i ricordi di quelle mie prime telecronache, di quelle mie prime
esperienze, sono ancora scolpiti dentro di me proprio perché costituivano qualcosa di assolutamente strano,
inatteso ed emotivamente molto forte. Per quanto che riguarda il gol di Pelé non me la presi, lì non c’era
corsa, se non avesse segnato Pelé avrebbe segnato qualcun altro perché quel Brasile era nettamente più
forte della nostra Nazionale e non c’è assolutamente nulla da dire. Semmai il rammarico è dovuto al fatto che
la Nazionale italiana, pur avendo fatto benissimo, venne presa a pomodorate al suo ritorno, in linea con le
attitudini deprecabili del nostro tifo per cui, da sempre, è meglio arrivare penultimi che secondi: il
secondo è un posto che noi italiani non accettiamo. E questo è segno di una cultura sportiva che dobbiamo
ancora perfezionare molto.
Italia Germania 4-3 è stata una straordinaria avventura di carattere emotivo. Quei due tempi
supplementari sono ricordati ancora come un incredibile susseguirsi di emozioni, un qualcosa di abbastanza
differente dal calcio, perché lì, alla fine, chi stava in piedi segnava e il fatto stesso che in mezz’ora siano stati
segnati tutti quei gol dimostra che di ormai calcio vero, giocato e ragionato, ce n’era molto poco; era soltanto
una forma di sopravvivenza fisica e muscolare: chi stava in piedi faceva gol. Questo naturalmente non ha
tolto nulla alla bellezza e al fascino di quella partita, che viene ancora ricordata non solo da noi ma in tutto il
mondo.
CLIMA SURREALE A BAIRES 78
Dopo la conquista del Mondiale, gli argentini la festa l’han fatta. Questo denota una forma di partecipazione
popolare festaiola, che in qualche modo strideva con il clima pesantissimo che si respirava in quegli anni,
a testimonianza del fatto che il calcio ha dentro di sé una forza e un’attrazione del tutto particolare che gli
consentono di restare qualcosa di festoso per gli uomini anche in momenti di difficoltà. Tuttavia il clima, al di
là dell’aspetto agonistico, era effettivamente molto difficile. Avevamo un po’ tutti la consapevolezza che il
Paese stesse vivendo sotto il giogo di una dittatura ferrea e feroce. Sapevamo che la situazione era
veramente drammatica, anche se in via ufficiale si faceva di tutto per non far trapelare notizie di quel tipo.
D’altronde, passando davanti alla casa Rosada (residenza del primo ministro argentino), vedevamo
continuamente le processioni delle mamme vestite di nero che reclamavano notizie dei propri figli
scomparsi. Poi si andava allo stadio e, almeno per quei 90 minuti, si dimenticava il clima terribile che
caratterizzava il resto del Paese anche se, a livello di coscienza personale, non potevamo non sapere e non
dire, nei limiti del possibile, quello che stesse succedendo. I momenti di angoscia maggiore erano l’ingresso e
l’uscita dallo stadio perché durante la partita c’era questa forza strana, misteriosa del calcio che,
quando è giocato, fa dimenticare tutto il resto.
SPAGNA 82, SUL TETTO DEL MONDO
Ai Mondiali di “Spagna ‘82” si può parlare di due finali: quella con il Brasile ma anche quella contro
l’Argentina, che erano considerate le due superfavorite. Noi, dopo aver passato in maniera abbastanza
stentata il girone di qualificazione a Vigo, fummo inseriti in questo secondo gruppo di qualificazione con due
squadre contro le quali il pronostico non ci lasciava scampo: le battemmo entrambe giocando anche bene e
da lì fu una volata finale. Secondo me in quel momento divenne di fondamentale importanza il fatto che l’Italia
giocò la fase iniziale dei Mondiali di Spagna, come ripeto, a Vigo, che era l’unica zona della Spagna dove il
clima era sopportabile. Io sono stato un paio di volte nel ritiro degli Azzurri: di sera bisognava andare al letto
coperti adeguatamente perché faceva fresco, di giorno magari c’era il sole che picchiava però non c’erano le
condizioni ambientali, quanto a temperatura terribili, presenti nel resto della Spagna. Io ho commentato
parecchie partite a Siviglia, a Malaga, ad Alicante, a Barcellona dove si giocava con quaranta gradi all’ombra
anche se il fischio d’inizio era alle nove di sera. Da quel girone di Vigo uscirono due squadre: l’Italia e la
Polonia, che erano considerate le due formazioni più scassate dell’intero lotto. In realtà poi abbiamo visto
che Italia e Polonia arrivarono fino in semifinale e io sono convinto che, se non ci fosse stata Italia-Polonia in
semifinale quella sarebbe stata la finale. Perché, a parte la bravura dei giocatori, italiani e polacchi erano quelli
che avevano quindici venti giorni di caldo torrido assolutamente straordinario in meno nelle gambe e sulle
spalle. Tant’è vero che la finale con la Germania Ovest fu una sfida che noi vincemmo agevolmente, in
quanto i tedeschi erano al lumicino per aver dovuto sopportare le avversità del clima e le fatiche di una
terribile semifinale con la Francia andando ai supplementari e vincendo poi ai rigori dopo essere stati
perfino sotto di due gol. L’Italia vinse facilmente, e probabilmente avrebbe vinto in qualsiasi situazione perché
era entrata in stato di grazia ma lì fu molto agevolata da questi fatti legati più alla fatica fisica e alle
condizioni climatiche che al resto
PERTINI
A Pertini mi lega un sentimento d’affetto dovuto soprattutto alla sua spontaneità: per la straordinaria
gestualità e mimica, per il suo saper dimostrare quello che aveva dentro in maniera aperta, senza badare
troppo al cerimoniale, alla compostezza che un capo di stato dovrebbe sempre conservare. Era un uomo
molto amato, proprio perché il popolo lo sentiva molto vicino, anche alle sue manifestazioni esteriori e
senz’altro quel Pertini in tribuna, che sbatte più volte la pipa sul palco presidenziale, fu un valore
aggiunto di quell’indimenticabile avventura spagnola
L'AMAREZZA DI ITALIA 90
L’Argentina, probabilmente, non era più forte di noi anche se era una squadra molto compatta e
tecnicamente ottima. L’unica cosa che avremmo dovuto evitare nell’organizzazione di quel Mondiale era di
giocare a Napoli contro la squadra nella quale c’era Maradona, tant’è vero che all’inizio i napoletani non è
che tifassero tutti per l’Argentina però la presenza di Maradona in qualche modo forse condizionò non solo
gli spettatori ma, in parte, anche i giocatori. La partita fu giocata così così, risolta da un colpo di testa di
Caniggia (che replicò alla rete iniziale di Totò Schillaci), ne aveva fatti due in tutta la sua carriera, propiziato
da un errore accettabile di Walter Zenga in uscita. Quello fu un dispiacere un po’ per tutti, perché la
sensazione era che l’Italia fosse una squadra apprezzata per la qualità dei singoli, per il tipo di gioco espresso,
per il grande calore popolare che l’accompagnava, che avesse insomma tutti i numeri per vincere quel
Mondiale. Invece perdemmo ai rigori e, naturalmente, fu una delusione abbastanza cocente.
USA 94, LA SVOLTA CON LA NIGERIA
La forza di quella Nazionale è stata quella di averci creduto fino all’ultimo ma lì, veramente, più che esaltare la
bravura degli italiani va detto che ce l’hanno un po’ regalata gli africani. Io mi ero molto arrabbiato in
quella telecronaca, ci furono anche delle polemiche, perché ero stato severissimo con la Nazionale
italiana, l’avevo data già per spacciata in quanto si avvertiva la sensazione che non ci fosse partita. Gli
avversari, dopo essere passati in vantaggio e aver giocato seriamente tutto il primo tempo, nella ripresa,
avendo considerato dal loro punto di vista il fatto che l’Italia proprio non ce la facesse, cominciarono a
giocare quasi prendendoci in giro, con colpi di tacco veroniche e altre cose del genere, poi ci fu anche
l’espulsione di Zola, e stava maturando sempre più dentro di me la sensazione che quella partita fosse persa.
Alla fine, ce la rimise in piedi con un gol a due minuti dal termine Roberto Baggio, che fu l’autentico
trascinatore di quell’Italia, e poi vincemmo. Dopo il pareggio ero convinto che avremmo vinto noi, ma fino a
quel momento se mi avessero detto che l’Italia avrebbe pareggiato non ci avrei creduto. Ero molto arrabbiato
anche perché avendo vissuto per tutto il periodo del Mondiale negli Stati Uniti, ero stato a stretto contatto
con la collettività italiana che era in condizioni di depressione paurosa perché la società americana era molto
stratificata e ogni gruppo originario etnicamente ha una sua posizione; gli italiani, ad esempio, erano inferiori
agli irlandesi, e noi avevamo perso con l’Irlanda, mentre è superiore a quella dei messicani, contro i quali
giocammo male riuscendo solo a pareggiare e accrescendo il malumore dei nostri connazionali. Passammo
avventurosamente la fase iniziale, venendo ripescati come terzi, e ci toccò giocare contro gli africani, e i
nostri tifosi dicevano: adesso se perdiamo anche con la Nigeria dobbiamo tutti tornare in Italia, non
possiamo più vivere. L’andamento della partita così deludente aveva acuito questo stato di frustrazione che in
qualche modo avevo percepito anch’io, e per questo feci una telecronaca severissima contro gli italiani
VALCAREGGI
Ferruccio Valcareggi lo chiamavamo tutti “zio Uccio”, proprio perché aveva questo tratto del tutto
particolare, questo modo singolarmente affabile di trattare tutti, anche coloro che non conosceva, mettendo
a proprio agio chiunque. Anche nella gestione della squadra lui non sembrava mai l’allenatore burbero, ma
quasi un amico, un fratello maggiore che guidava il gruppo. Era un persona dolcissima, pur avendo un
carattere ben definito, alla quale tutti volevano bene: dai giocatori ai giornalisti, che trattava sempre con
grande garbo e signorilità. Era un triestino, diventato fiorentino d’adozione dopo aver giocato nelle file della
Fiorentina, ed era un personaggio che si incontrava sempre, indipendentemente dal ruolo ricoperto, in
Federazione, a Coverciano, che considerava la sua seconda casa dove andava a giocare a tennis fino a
tarda età . Di “zio Uccio” conserviamo tutti un ricordo particolarmente gradevole e il fatto che non ci sia più ci
fa sentire davvero un pochino più soli
FACCHETTI
Ha avuto un’inimitabile carriera ed era il capitano per eccellenza nell’Inter e nella Nazionale. A livello
umano era un compagno di vita, di viaggio, di gioco davvero straordinario. Io ho avuto il privilegio di
essergli amico, di stare con lui anche al di fuori delle reciproche incombenze professionali. Giocavamo
spesso a tennis, a scopa, a biliardo, e il fatto che lui avesse questa predilezione particolare per il gioco anche
al di fuori del calcio era la testimonianza che aveva conservato l’animo di un fanciullo, il piacere di stare
assieme giocando, misurandosi, confrontandosi sempre con uno stile e con un’eleganza del tutto
particolari. Qualcuno ha detto che era fin troppo bravo, troppo buono, troppo ingenuo per diventare poi
anche un dirigente di questo calcio così velenoso, percorso da un’infinità di situazioni negative,
dall’incapacità di mantenere un minimo di onestà e correttezza nei propri comportamenti; quasi a dire che
era uomo di troppe virtù per poter poi diventare anche un buon dirigente di calcio. In realtà, Giacinto, anche
quando ha fatto il dirigente, le cose che doveva dire le ha sempre dette, solo che lo ha sempre fatto con
decoro e compostezza. Il fatto che quando se n’è andato ci sia stato un così unanime cordoglio da parte di
tutti, senza distinzioni di maglia o di bandiera, è la dimostrazione di quanto valore avesse un personaggio
come lui per l’immagine del calcio italiano
radiotv
Bruno Pizzul, con la sua voce, ha attraversato più di trent'anni di calcio dietro il microfono della Rai, diventuanto nel tempo una vera e propria icona. Ecco di seguito, avvolti da un leggero manto di nostalgia, i suoi ricordi più belli...
LA TRIESTINA DI ROCCO
Per noi ragazzini che cominciavamo a interessarci al “calcio dei grandi” la squadra di riferimento
nell’immediato dopoguerra, fino agli anni 50, è stata proprio la Triestina. Attualmente, nell’ambito
regionale, è l’Udinese ma all’epoca in quella Triestina militavano giocatori che ricordiamo tutt’ora nonché un
allenatore tra i più grandi del nostro calcio: Nereo Rocco (che in passato ha militato nella Triestina anche
da giocatore). Quella squadra ci è stata illustrata anche in campo letterario da Saba (anche lui triestino), che è
uno dei pochi poeti ad aver scritto delle poesie sul calcio che abbiano anche un significato letterario ed
artistico
BRUNO PIZZUL
MEMORIE DI UN CRONISTA
Storie di Calcio • email info@storiedicalcio.it
il FOOTBALL come lo abbiamo SOGNATO e AMATO