BRUNO PIZZUL
MEMORIE DI UN CRONISTA
Storie di Calcio  • email info@storiedicalcio.it
il FOOTBALL come lo abbiamo SOGNATO e AMATO
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LE ESPERIENZE COME CALCIATORE
Non ho avuto grande successo con la carriera calcistica, tuttavia ho iniziato a calcare i campi di calcio
fin da ragazzino nella squadra del mio paese (Cormons, in provincia di Gorizia, ndr.), poi sono
passato a giocare con il Pro Gorizia, in seguito sono stato acquistato dal Catania, che giocava in Serie
B, e vi sono rimasto due anni, prima di passare un anno e mezzo a Ischia, in prestito, per poi tornare
nuovamente al Catania. Non sono diventato un campione ma ho comunque militato ai margini del
calcio professionistico, abbastanza a lungo per maturare esperienze che si sono rivelate molto utili
per la successiva professione

IL GRANDE TORINO
Era amato da tutti proprio perché era uno squadrone nel vero senso della parola. Nell’immediato
dopoguerra ha segnato un’epoca; era la squadra di Valentino Mazzola, un insieme di campioni del
quale si diceva che, quando capitan Valentino si rimboccava le maniche e dava il segnale ai compagni,
in un quarto d’ora aveva una forza devastante, batteva tutti (il “quarto d’ora granata”, ndr.). Era una
squadra che impersonava lo spirito del cuore granata: volontà, orgoglio, tenacia combinate con un
grandissimo talento. Era una squadra che costituiva anche l’ossatura della Nazionale: più volte l’Italia è
scesa in campo con dieci giocatori granata su undici. Tuttavia, questo non impediva che qualche volta
venisse sonoramente battuta, come nel maggio del ’48, al “Comunale” di Torino contro l’Inghilterra,
quando perdemmo per 4 a 0, e ricordo che io,
ragazzino, dopo aver ascoltato la radiocronaca di Carosio, ero abbastanza arrabbiato, animato da
sacro furore patrio, perché pensavo che avessimo perso immeritatamente per colpa dell’arbitro, per
la protervia degli avversari. In realtà, una volta arrivato in Rai, andai a vedere i riflessi filmati di quella
partita e mi resi conto che avevamo perso 4 a 0 ma ne avremmo dovuti prendere otto o dodici
perché veramente non c’era corsa. Ciò non toglie che il Torino era entrato nella fantasia e nell’amore
popolare, e io stesso non nascondo che, pur non essendo un tifoso viscerale, amo seguire le fasi del
Torino perché anch’io ero un po’ granata a quei tempi

BEI TEMPI...
Ho nostalgia del fatto che era un periodo nel quale per aggregarsi, stare assieme e giocare, bastava
pochissimo: un oggetto rotondo qualsiasi, anche se non era propriamente un pallone. Da ragazzini
abbiamo giocato a lungo con delle palle fatte di straccio, con i vecchi calzerotti che venivano messi
assieme e quindi, quando c’era l’opportunità anche solo di toccare un pallone di cuoio, malgrado
fosse sberciato, era una festa grande. Naturalmente i tempi sono cambiati. Allora c’era una forma di
addestramento autonomo, personale: si prendeva a calci tutto ciò che era rotondo e inevitabilmente
si acquisiva una certa familiarità con gli oggetti rotondi che risultava utile per diventare poi dei
giocatori di calcio più o meno bravi, ma questo dipendeva dal talento della persona. Sicuramente il
fatto che si giocasse per strada o comunque negli oratori, con delle palle o palloni che fossero,
costituiva una forma di apprendimento personale molto positivo. Ad esempio, era impensabile che,
anche nelle squadre di paese che militavano nelle categorie inferiori, potesse essere scelto uno che
non fosse già bravo. Non esistevano forme di reclutamento: si imparava tutti autonomamente, e poi i
più bravi venivano scelti per giocare nella squadra del paese e da lì, pian piano, si andava avanti.
Oggigiorno le cose sono completamente diverse e la testimonianza più chiara è che i ragazzi non si
divertono più, tant’è vero che uno dei problemi fondamentali individuati dalla Federcalcio è
l’abbandono precoce da parte dei giovani, che iniziano a giocare a calcio e poi smettono in breve
tempo a causa delle pressioni provenienti dai genitori, che vogliono vederli diventare dei campioni, e
dagli allenatori, che anziché farli giocare li sottopongono a una miriade di test e di esercizi fisici, il che
comporta un inevitabile inaridimento dei vivai. Io vengo da una regione nella quale, fino a una trentina
d’anni fa, c’erano almeno un centinaio di giocatori di Serie A e di Serie B mentre
oggi non ce ne sono più; cominciano a giocare ma non vanno avanti. Si dedicano, è vero, ad altre
discipline sportive ma il calcio è molto passato di moda tra i giovani in Friuli.

MESSICO 70, LA PRIMA VOLTA
Di quel Mondiale conservo dei ricordi molto particolari e piacevoli, forse più forti rispetto a tutti i
tornei successivi, anche perché mi ero trovato in maniera abbastanza casuale e fortuita a diventare un
telecronista della Rai, cosa  alla quale non avevo mai assolutamente pensato. Mai nella vita avrei
immaginato di fare il giornalista, tanto meno il telecronista sportivo; invece, per una serie di
circostanze occasionali, partecipai a un concorso nel quale, con mia somma sorpresa, venni scelto per
partecipare a un corso di preparazione professionale, assieme a gente come Bruno Vespa e la
Buttiglione, e dunque venni assunto ritrovandomi, nel giro di pochi mesi, a svolgere un lavoro al quale
non avevo mai aspirato. Qualche mese più tardi fui inviato ai Mondiali del Messico e i ricordi di quelle
mie prime telecronache, di quelle mie prime esperienze, sono ancora scolpiti dentro di me proprio
perché costituivano qualcosa di assolutamente strano, inatteso ed emotivamente molto forte. Per
quanto che riguarda il gol di Pelé non me la presi, lì non c’era corsa, se non avesse segnato Pelé
avrebbe segnato qualcun altro perché quel Brasile era nettamente più forte della nostra Nazionale e
non c’è assolutamente nulla da dire. Semmai il rammarico è dovuto al fatto che la Nazionale italiana,
pur avendo fatto benissimo, venne presa a pomodorate al suo ritorno, in linea con le attitudini
deprecabili del nostro tifo per cui, da sempre, è meglio arrivare penultimi che secondi: il secondo è un
posto che noi italiani non accettiamo. E questo è segno di una cultura sportiva che dobbiamo
ancora perfezionare molto. Italia Germania 4-3 è stata una straordinaria avventura di carattere
emotivo. Quei due tempi supplementari sono ricordati ancora come un incredibile susseguirsi di
emozioni, un qualcosa di abbastanza differente dal calcio, perché lì, alla fine, chi stava in piedi
segnava e il fatto stesso che in mezz’ora siano stati segnati tutti quei gol dimostra che di ormai calcio
vero, giocato e ragionato, ce n’era molto poco; era soltanto una forma di sopravvivenza fisica e
muscolare: chi stava in piedi faceva gol. Questo naturalmente non ha tolto nulla alla bellezza e al
fascino di quella partita, che viene ancora ricordata non solo da noi ma in tutto il mondo.

CLIMA SURREALE A BAIRES 78
Dopo la conquista del Mondiale, gli argentini la festa l’han fatta. Questo denota una forma di
partecipazione popolare festaiola, che in qualche modo strideva con il clima pesantissimo che si
respirava in quegli anni, a testimonianza del fatto che il calcio ha dentro di sé una forza e
un’attrazione del tutto particolare che gli consentono di restare qualcosa  di festoso per gli uomini
anche in momenti di difficoltà. Tuttavia il clima, al di là dell’aspetto agonistico, era effettivamente
molto difficile. Avevamo un po’ tutti la consapevolezza che il Paese stesse vivendo sotto il giogo di
una dittatura ferrea e feroce. Sapevamo che la situazione era veramente drammatica, anche se in via
ufficiale si faceva di tutto per non far trapelare notizie di quel tipo. D’altronde, passando davanti alla
casa Rosada (residenza del primo ministro argentino), vedevamo continuamente le processioni delle
mamme vestite di nero che reclamavano notizie dei propri figli scomparsi. Poi si andava allo stadio e,
almeno per quei 90 minuti, si dimenticava il clima terribile che caratterizzava il resto del Paese anche
se, a livello di coscienza personale, non potevamo non sapere e non dire, nei limiti del possibile,
quello che stesse succedendo. I momenti di angoscia maggiore erano l’ingresso e l’uscita dallo stadio
perché durante la partita c’era questa forza strana, misteriosa del calcio che, quando è giocato, fa
dimenticare tutto il resto.

SPAGNA 82, SUL TETTO DEL MONDO
Ai Mondiali di “Spagna ‘82” si può parlare di due finali: quella con il Brasile ma anche quella contro
l’Argentina, che erano considerate le due superfavorite. Noi, dopo aver passato in maniera
abbastanza stentata il girone di qualificazione a Vigo, fummo inseriti in questo secondo gruppo di
qualificazione con due squadre contro le quali il pronostico non ci lasciava scampo: le battemmo
entrambe giocando anche bene e da lì fu una volata finale. Secondo me in quel momento divenne di
fondamentale importanza il fatto che l’Italia giocò la fase iniziale dei Mondiali di Spagna, come ripeto,
a Vigo, che era l’unica zona della Spagna dove il clima era sopportabile. Io sono stato un paio di volte
nel ritiro degli Azzurri: di sera bisognava andare al letto coperti adeguatamente perché faceva fresco,
di giorno magari c’era il sole che picchiava però non c’erano le condizioni ambientali, quanto a
temperatura terribili, presenti nel resto della Spagna. Io ho commentato parecchie partite a Siviglia, a
Malaga, ad Alicante, a Barcellona dove si giocava con quaranta gradi all’ombra anche se il fischio
d’inizio era alle nove di sera. Da quel girone di Vigo uscirono due squadre: l’Italia e la Polonia, che
erano considerate le due formazioni più scassate dell’intero lotto. In realtà poi abbiamo visto
che Italia e Polonia arrivarono fino in semifinale e io sono convinto che, se non ci fosse stata Italia-
Polonia in semifinale quella sarebbe stata la finale. Perché, a parte la bravura dei giocatori, italiani e
polacchi erano quelli che avevano quindici venti giorni di caldo torrido assolutamente straordinario in
meno nelle gambe e sulle spalle. Tant’è vero che la finale con la Germania Ovest fu una sfida che noi
vincemmo agevolmente, in quanto i tedeschi erano al lumicino per aver dovuto sopportare le
avversità del clima e le fatiche di una terribile semifinale con la Francia andando ai supplementari e
vincendo poi ai rigori dopo essere stati perfino sotto di due gol. L’Italia vinse facilmente, e
probabilmente avrebbe vinto in qualsiasi situazione perché era entrata in stato di grazia ma lì fu molto
agevolata da questi fatti legati più alla fatica fisica e alle condizioni climatiche che al resto

PERTINI
A Pertini mi lega un sentimento d’affetto dovuto soprattutto alla sua spontaneità: per la straordinaria
gestualità e mimica, per il suo saper dimostrare quello che aveva dentro in maniera aperta, senza
badare troppo al cerimoniale, alla compostezza che un capo di stato dovrebbe sempre conservare.
Era un uomo molto amato, proprio perché il popolo lo sentiva molto vicino, anche alle sue
manifestazioni esteriori e senz’altro quel Pertini in tribuna, che sbatte più volte la pipa sul palco
presidenziale, fu un valore aggiunto di quell’indimenticabile avventura spagnola

L'AMAREZZA DI ITALIA 90
L’Argentina, probabilmente, non era più forte di noi anche se era una squadra molto compatta e
tecnicamente ottima. L’unica cosa che avremmo dovuto evitare nell’organizzazione di quel Mondiale
era di giocare a Napoli contro la squadra nella quale c’era Maradona, tant’è vero che all’inizio i
napoletani non è che tifassero tutti per l’Argentina però la presenza di Maradona in qualche modo
forse condizionò non solo gli spettatori ma, in parte, anche i giocatori. La partita fu giocata così così,
risolta da un colpo di testa di Caniggia (che replicò alla rete iniziale di Totò Schillaci), ne aveva fatti
due in tutta la sua carriera, propiziato da un errore accettabile di Walter Zenga in uscita. Quello fu un
dispiacere un po’ per tutti, perché la sensazione era che l’Italia fosse una squadra apprezzata per la
qualità dei singoli, per il tipo di gioco espresso, per il grande calore popolare che l’accompagnava,
che avesse insomma tutti i numeri per vincere quel Mondiale. Invece perdemmo ai rigori e,
naturalmente, fu una delusione abbastanza cocente.

USA 94, LA SVOLTA CON LA NIGERIA
La forza di quella Nazionale è stata quella di averci creduto fino all’ultimo ma lì, veramente, più che
esaltare la bravura degli italiani va detto che ce l’hanno un po’ regalata gli africani. Io mi ero molto
arrabbiato in quella telecronaca, ci furono anche delle polemiche, perché ero stato severissimo con la
Nazionale italiana, l’avevo data già per spacciata in quanto si avvertiva la sensazione che non ci fosse
partita. Gli avversari, dopo essere passati in vantaggio e aver giocato seriamente tutto il primo tempo,
nella ripresa, avendo considerato dal loro punto di vista il fatto che l’Italia proprio non ce la facesse,
cominciarono a giocare quasi prendendoci in giro, con colpi di tacco veroniche e altre cose del
genere, poi ci fu anche l’espulsione di Zola, e stava maturando sempre più dentro di me la sensazione
che quella partita fosse persa. Alla fine, ce la rimise in piedi con un gol a due minuti dal termine
Roberto Baggio, che fu l’autentico trascinatore di quell’Italia, e poi vincemmo. Dopo il pareggio ero
convinto che avremmo vinto noi, ma fino a quel momento se mi avessero detto che l’Italia avrebbe
pareggiato non ci avrei creduto. Ero molto arrabbiato anche perché avendo vissuto per tutto il
periodo del Mondiale negli Stati Uniti, ero stato a stretto contatto con la collettività italiana che era in
condizioni di depressione paurosa perché la società americana era molto stratificata e ogni gruppo
originario etnicamente ha una sua posizione; gli italiani, ad esempio, erano inferiori agli irlandesi, e
noi avevamo perso con l’Irlanda, mentre è superiore a quella dei messicani, contro i quali giocammo
male riuscendo solo a pareggiare e accrescendo il malumore dei nostri connazionali. Passammo
avventurosamente la fase iniziale, venendo ripescati come terzi, e ci toccò giocare contro gli africani, e
i nostri tifosi dicevano: adesso se perdiamo anche con la Nigeria dobbiamo tutti tornare in Italia, non
possiamo più vivere. L’andamento della partita così deludente aveva acuito questo stato di
frustrazione che in qualche modo avevo percepito anch’io, e per questo feci una telecronaca
severissima contro gli italiani

VALCAREGGI
Ferruccio Valcareggi lo chiamavamo tutti “zio Uccio”, proprio perché aveva questo tratto del tutto
particolare, questo modo singolarmente affabile di trattare tutti, anche coloro che non conosceva,
mettendo a proprio agio chiunque. Anche nella gestione della squadra lui non sembrava mai
l’allenatore burbero, ma quasi un amico, un fratello maggiore che guidava il gruppo. Era un persona
dolcissima, pur avendo un carattere ben definito, alla quale tutti volevano bene: dai giocatori ai
giornalisti, che trattava sempre con grande garbo e signorilità. Era un triestino, diventato fiorentino
d’adozione dopo aver giocato nelle file della Fiorentina, ed era un personaggio che si incontrava
sempre, indipendentemente dal ruolo ricoperto,  in Federazione, a Coverciano, che considerava la sua
seconda casa dove andava a giocare a tennis fino a tarda età . Di “zio Uccio” conserviamo tutti un
ricordo particolarmente gradevole e il fatto che non ci sia più ci fa sentire davvero un pochino più soli

FACCHETTI
Ha avuto un’inimitabile carriera ed era il capitano per eccellenza nell’Inter e nella Nazionale. A livello
umano era un compagno di vita, di viaggio, di gioco davvero straordinario. Io ho avuto il privilegio di
essergli amico, di stare con lui anche al di fuori delle reciproche incombenze professionali. Giocavamo
spesso a tennis, a scopa, a biliardo, e il fatto che lui avesse questa predilezione particolare per il
gioco anche al di fuori del calcio era la testimonianza che aveva conservato l’animo di un fanciullo, il
piacere di stare assieme giocando, misurandosi, confrontandosi sempre con uno stile e con
un’eleganza del tutto particolari. Qualcuno ha detto che era fin troppo bravo, troppo buono, troppo
ingenuo per diventare poi anche un dirigente di questo calcio così velenoso, percorso da un’infinità di
situazioni negative, dall’incapacità di mantenere un minimo di onestà e correttezza nei propri
comportamenti; quasi a dire che era uomo di troppe virtù per poter poi  diventare anche un buon
dirigente di calcio. In realtà, Giacinto, anche quando ha fatto il dirigente, le cose che doveva dire le ha
sempre dette, solo che lo ha sempre fatto con decoro e compostezza. Il fatto che quando se n’è
andato ci sia stato un così unanime cordoglio da parte di tutti, senza distinzioni di maglia o di
bandiera, è la dimostrazione di quanto valore avesse un personaggio come lui per l’immagine del
calcio italiano