Nato a San Zenone Po, in provincia di Pavia, l'8 settembre 1919, e tragicamente scomparso in un incidente automobilistico nel dicembre del 1992, Gianni Brera è unanimemente e giustamente ritenuto il maggior giornalista sportivo della carta stampata espresso dall'Italia nel secondo dopoguerra.
Giovanissimo direttore della Gazzetta dello Sport dal 1949 al 1954, del Guerin Sportivo dal 1973, firma di spicco del Giorno, poi del Giornale Nuovo e, infine, dal 1982 de La Repubblica di Eugenio Scalfari, Brera, polemista acceso ma sempre mosso da intenti critici del tutto estranei alla futile e diffusa "chiacchiera sportiva" tipicamente italica, appare oggi, soprattutto, un raro e praticamente inimitabile esempio di grande innovatore della cifra stilistica e della lingua chiamate a raccontare lo sport.
Sulla scia del conterraneo padano Carlo Dossi e della cosiddetta "linea lombarda" continuata da Carlo Emilio Gadda, egli si caratterizza infatti per l'incessante e creativo sperimentalismo sintattico e l'inesauribile estro linguistico: due mezzi espressivi capaci di conferire dignità e originalità autentiche a un genere di scrittura, quello delle cronache sportive, per tradizione assai povero di particolari qualità letterarie.
Non è su questo pur interessante aspetto che intendiamo tuttavia soffermarci oltre, quanto piuttosto andare alla riscoperta d'un momento della biografia "breriana" certamente ai più sconosciuto. Si allude alla sua partecipazione attiva alla Resistenza.
Un frammento di vita che, forse, si potrebbe già intuire dalla gustosa rilettura d'uno dei suoi migliori romanzi: Naso bugiardo (Rizzoli, 1977). La storia delle picaresche avventure, ora "eroiche" ora sentimentali, d'un boxeur-partigiano.
È dunque necessario rifarsi a quegli anni, tra il 1943 e il 1945, che indussero anche Gianni Brera a una fondamentale scelta di campo. Militare tra i paracadutisti, dopo lo sbandamento generalizzato dell'8 settembre Brera fa un travagliato ritorno alla sua Pavia e, qui, entrerà progressivamente in rapporto con alcuni ambienti comunisti e socialisti.
Frequentazioni pericolose che lo costringono, il 16 giugno 1944, varcando il confine fra Saltrio, nel Varesotto, e Arzo, nel Canton Ticino, a riparare nella vicina Svizzera. Avviato al campo d'internamento di Balerna, Brera cercherà di ristabilire immediatamente i contatti con un suo illustre concittadino di San Zenone Po, un esponente antifascista che in terra elvetica era dovuto fuggire da tempo: Fabrizio Maffi.
Alla figura di quest'ultimo Tommaso Detti ha dedicato un accurato saggio storico cui rinviamo (Fabrizio Maffi, vita di un medico socialista, 1987); ma detto ciò, vale ancora sottolineare come proprio Maffi, nel corso della seduta della Camera dei deputati del 6 febbraio 1926, fu l'unico coraggioso parlamentare a prender la parola contro la legge istitutiva dell'«Opera Nazionale Balilla». Sempre durante il forzoso soggiorno svizzero, Brera conobbe il monzese Attilio Bonacina ("Catilina") e fu questi ad avvicinarlo al coordinamento del Partito comunista a Lugano; più segnatamente a Cino Bemporad, che lo convinse a rientrare in Italia per unirsi al movimento di resistenza armata sviluppatosi in Val d'Ossola.
Destinato al Reparto comando della X Brigata "Garibaldi" con sede a Mozzio nell'albergo Belvedere, il futuro famoso giornalista sportivo si porrà agli ordini del comandante "Iso", ossia di Aldo Aniasi, e successivamente farà parte, in qualità di aiutante maggiore, di quella 83s Brigata "Valle Antrona" che di lì a poco acquisì il nuovo nome di "Co-moli". Di questa esperienza il partigiano Brera ci ha lasciato alcuni importanti ricordi che, insieme ad altri, sono stati recentemente raccolti dal figlio Paolo e da Claudio Rinaldi nel volume Gioannfucarlo.
La vita e gli scritti inediti di Gianni Brera (Selecta, 2001). A riprova ne rendiamo qualche significativo stralcio, per l' appunto relativo al periodo della lotta resistenziale condotta nelle valli ossolane. «Al primo dimoiare delle nevi più basse - scriveva Brera in un periodo databile intorno al marzo 1945 -, i resti del mio reparto venivano assegnati all'83s Comoli; altre nostre formazioni che erano scese in pianura si sono unite alla 10s Gastaldi.
Ogni giorno recavamo visibili disturbi alle SS e ai reparti fascisti. Non più pretenziose aggressioni in massa, bensì agili operazioni a sorpresa. Un continuo stillicidio di perdite allarmava e frustrava i comandi nemici. La gente aveva imparato da noi a non subire gratuite rappresaglie. Quando veniva interrogata, rispondeva di aver visto effettivamente dei partigiani: andavano nella tale direzione (quella opposta alla verità), erano molto numerosi e muniti di armi automatiche diverse da quelle tedesche e italiane. Queste informazioni in apparenza candide giovavano ad accrescere la psicosi di accerchiamento e di agguato che già soffrivano i tedeschi e i loro miserandi alleati italiani».
Il secondo episodio ricordato da Gianni Brera concerne l'operazione partigiana volta a salvare dalla distruzione la galleria del Sempione e diciotto centrali idroelettriche, che i tedeschi ormai prossimi a capitolare intendevano far saltare in aria. Per evitarlo, occorreva "bruciare" i seicento quintali di tritolo custoditi dagli occupanti nazisti a Varzo, in Val Diveria.
Un colpo di mano difficilissimo e ad alto rischio per i resistenti e le popolazioni civili, che, attuato il 22 aprile 1944 dai battaglioni "Fabbri" e "Camasco" e da due pattuglie della "Volante Alpina", viene così raccontato da Brera il quale, fra l'altro, con vari sopralluoghi e schizzi preliminari del deposito d'esplosivi, concorse operativamente all'esito positivo dell'azione:
«Lavoro improbo, reso problematico dalla possibilità di una sortita del presidio tedesco. Pioveva per giunta. Una nottataccia. Il comandante della "Comoli" in testa, i valorosi partigiani si disposero a spargere il tritolo in arginelle che subito si caricavano di umidità rendendo ancora più pericolosa la deflagrazione [...]. Tutti i prati circostanti la stazione vennero coperti di alte arginelle di esplosivo. Milleduecento casse furono asportate dal casello con un sangue freddo veramente straordinario e con uno spirito di sacrificio che non ha forse eguali nella storia di questa guerra [...]. Il presidio tedesco non osò metter fuori il naso dalla caserma, nessuno si accorse del viavai alla stazione. Gli uomini della "Comoli" lavoravano a piedi nudi!
[... ] Fu una fiammata immensa. Gli artificieri tedeschi fuggirono terrorizzati in montagna (e questo dimostra quanto considerassero temeraria la nostra azione). Il successo fu così completo che ce ne tornammo cantando come se i nemici si fossero dileguati nel nulla».
La Brigata "Comoli" fece il suo ingresso vittorioso a Domodossola il 24 aprile 1945, e il giorno successivo sarà Brera, condirettore con Giorgio Colorni, a licenziare il primo numero non clandestino de L'Unità, organo dei "comunisti delle valli ossolane", stampato presso la tipografia Antonioni. In esso apparvero due suoi pezzi: l'«editoriale» "Per sempre" sulle esaltanti fasi della Liberazione in atto, e un "elzeviro" intitolato "Un bicchier d'acqua", dedicato a una contadina che, per lui, si era sentitamente commossa e addolorata avendolo creduto morto durante un rastrellamento del novembre precedente.
Di più, nell'estate 1945 Brera aveva fin progettato di scrivere un libro su quella sua stagione di vita, immaginando di dargli il titolo di Nel bosco degli eroi. Un lavoro rimasto purtroppo solamente sulla carta, ma di cui restano alcuni preziosi squarci nel dattiloscritto In Svizzera, senza le scarpe (una storia partigiana).
Tant'è, ecco l'approccio di Brera a quella ipotizzata narrazione nella quale, a ben vedere, sono già precisamente prefigurati i canoni del suo stile inconfondibile e personalissimo: «Questa è la storia dei garibaldini dell'Ossola, del Cusio e del Verbano; la storia della II Divisione Garibaldi e dei pochi anziani garibaldini di Moscatelli che la formarono, quando Cino Moscatelli stava a Rimella col capitano Ciro, e comandavano insieme la Brigata Gramsci. Moscatelli dinamico geniale entusiasta: ciclonico addirittura nelle trovate; Ciro calmo sorridente ponderatore; quei due stavano benissimo insieme.
E avevano capito qual era il concetto base della guerra partigiana, donchisciottesche idee non ne avevano. Quattro colpi aggiustati, il partigiano, una raffica e via. Inseguire sì, ma in territorio proprio. Accettare combattimento mai, perché significa subire, quando è il nemico ad aver l'iniziativa. Allora, senza tante storie, "piantarci il fugone"».
Venendo smobilitato nella tarda estate del '45, dopo che gli era stato affidato il compito di riordinare l'Archivio storico del movimento partigiano dell'Ossola, a Brera il Partito comunista offrì subito di dirigere un suo giornale che stava per nascere a Novara. Richiesta allettante, ma il giornalista e scrittore di San Zenone Po preferì seguire la sua più intima, vera vocazione.
Contemporaneamente non seppe cioè dir di no a una proposta di Bruno Roghi, che lo voleva alla Gazzetta dello Sport. Si iniziava così la lunga, brillante carriera del "principe" di tutti i cronisti sportivi italiani della seconda metà del Novecento.