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— Qual è stata la molla che l'ha spinta a tentare la strada politica?
«Innanzi tutto debbo dire che s'è trattato di una resipiscenza dei socialisti che potevano già avermi nel '45 ma non mi vollero perché ero un rompiballe. D'altronde a me certe cose non andavano bene e quindi me ne fregai. Ero anche abbastanza preparato nella materia grazie a quella laurea in scienze politiche che avevo potuto ottenere grazie agli sforzi di maestra di mia sorella. Eravamo, noi una povera famiglia di contadini. Lei invece era diventata una borghese perché era maestra. Aspettava il suo principe azzurro e nel frattempo con i soldi che prendeva faceva studiare i fratelli. E, siccome il principe non è arrivato, ci ha fatto laureare in tre. Quest'anno, quando mi hanno proposto di presentarmi al "pueblo" come candidato socialista, m'è venuto prima da ridere. Però quest'idea s'è propagata in me come una deflagrazione che a poco a poco mi ha contaminato. E ho iniziato le mie fatiche di politico».

— Che cosa ha promesso ai suoi eventuali elettori?
«Niente. Ho parlato con loro di tante cose. Non sono abituato a fare i comizi».

— L'avranno fatta oggetto di domande sullo sport, sul calcio.
«Anche, ma non solo. Sullo sport e in particolare sul calcio ho espresso le mie opinioni. E cioè che il calcio non esiste più».

— Perché non esiste più?
«Perché vi è un apparato sociale troppo labile. Esiste certo la necessità di offrire ricreazione al pueblo e favorire una certa indulgenza verso il campanile: per questo si deve fare un campionato di professionisti. Per il resto, l'imborghesimento della massa porta verso altri sport. C'è il mio amico Rosa che fa il farmacista, e quindi è un borghese che ha tre figli e li manda regolarmente a far tennis, Adesso soltanto in certi posti al Sud e in qualche povera landa qui da noi si trova gente disposta al calcio».

— E' un bene o un male?
«Una volta chi si poteva permettere di fare dello sport erano soltanto i nobili e i ricchi. Perché? Semplice: perché solo loro che lavoravano poco e mangiavano bene fin da piccoli, avevano quel "pluscalorico" che permetteva loro anche di divertirsi. Il popolo, dopo il movimento fatto con la zappa o il martello, non poteva permettersi altro. Poi lo sport, o determinati settori di esso, sono diventati un mezzo per raggiungere un certo benessere. E allora anche i figli di quelli che mangiavano poco e male si sono messi a tirar calci o pedalare. E facevano sacrifici maledetti per raggiungere quello "status" di borghesi pagando uno scotto doppio. Si ricordi che l'uomo è ciò che mangia. D'altra parte lo vediamo qui da noi, I lombardi non hanno mai mangiato molto e bene. Non siamo belli. Guardi Gigi Radice, è un saccagnotto, poi ha dovuto smettere di giocare perché s'è fatto male al ginocchio. Farsi male è segno di una insufficienza nutritiva. E lo stesso Trapattoni è veramente brutto. No, noi lombardi non siamo belli, comunque, quando il benessere ha raggiunto gran parte delle nostre contrade, la razza si è ammalata e lo sport è ridiventato un diversivo. Adesso tutti mangiano bene, ma nessuno vuole sacrificarsi. Il calcio è plebeo, per il resto pochi sognano di diventare dei campioni. I figli del mio amico Rosa giocano per passatempo, il benessere l'hanno già. Casomai i campioni vengono fuori dei "servi della rete", dai raccattapalle che vivono ai margini dell'ambiente sperando di entrarvi a far parte. Lo stesso Panatta è figlio di una persona che curava i campi da tennis, solo per questo è diventato bravo».

— Lo sport praticato intensamente come rivalsa sociale, il benessere che uccide lo sport. Dove c'è benessere non c'è sport, dove non c'è benessere lo sport non si può fare perché le energie servono per lavorare e mangiare. La razza povera è sana; la razza ricca, borghese è ammalata. Dunque, per lo sport non c'è speranza?
«E perché no? Lei dia da mangiare ad un negretto di una sana tribù africana e vedrà che risultati potrà dare in campo sportivo. Il meglio sta sempre nel mezzo».

— E per noi che cosa proporrebbe?
«Una vera riforma nel settore. E' la scuola che deve provvedere e dotare i ragazzi degli strumenti necessari perché lo sport diventi qualcosa di veramente sano. Prima di tutto le tute e l'obbligo della doccia. Soprattutto la doccia dopo la lezione è di fondamentale importanza per il fisico. C'è l'esempio classico dei toreri spagnoli i quali si ammalano spesso di tubercolosi, come narra Hemingway in "morte nel pomeriggio" perché tra una toreata e l'altra si lasciano asciugare il sudore addosso. Poi dedicherei non un'ora, ma un giorno intero all'educazione fisica. Redigerei un libro di testo intelligente e divertente con la stessa cura con cui vengono redatti le antologie d'italiano o i libri di storia. Quindi darei a questa materia la stessa importanza che viene attribuita alle altre. Tenendo presente poi che lo sport agonistico è dannoso, eviterei ogni competitività».
GIANNI BRERA   giugno 1979
Intervista verità con il mitico Gianni Brera, da gustare fino in fondo per capire quanto grande era il personaggio
Gianni Brera: è leggendo questa intervista che si comprende bene cosa manca al giornalismo di oggi...
Brera
— Esclude il professionismo?
«Assolutamente no. Diciamo piuttosto che lo conterrei e lo piloterei secondo le reali possibilità di ognuno. Ho notato che lo sport professionistico crea più ruderi sociali che veri campioni. Gente illusa eppoi rifiutata, persone che chiusa una breve carriera si ritrovano con niente in mano. Per evitare ciò, basterebbe offrire la possibilità, a chi non riesce ad emergere, di rimanere nell'ambiente come istruttore od altro. E poi partirei dal presupposto che, sport o non sport, tutti devono imparare un mestiere o quanto-meno studiare in modo che i potenziali ruderi possano trovare collocazione sociale anche al di fuori dell'ambiente sportivo».

DAL BRERA uomo politico dello sport al Brera scrittore.
«Beh, non mi considero proprio uno scrittore: in cinquant'anni ho scritto soltanto due libri e per giunta in estate durante le ferie. A tredici anni, sì, pensavo che sarei diventato uno scrittore, poi non ne ho avuto il tempo».

— Che cosa le è mancato per essere uno scrittore?
«Gliel'ho detto: il tempo. La musa arrivava quando Bettega stava battendo un corner: era abbastanza triste. Mi è mancato anche il danaro per dedicarmi esclusivamente a questa attività».

— Da "Il corpo della ragassa" hanno ricavato un film.
«E il finale non mi soddisfa. "Il corpo della ragassa" è totalmente frutto della mia fantasia e ciò mi inorgoglisce. Dover scrivere sempre i fatti nudi e crudi, alla lunga, stanca. Di una cosa non sono molto contento: di come ho trattato il passaggio dall'ambiente contadino al mondo borghese. La distinzione non è abbastanza incisiva. Forse sarebbe stato necessario un cambiamento di stile. Ma, come le ho detto, "Il corpo della ragassa" è stato scritto nel periodo di ferie e quindi non ho avuto la possibilità di rivederlo sotto questo aspetto. Il film, dice? E' segno che qualcuno ha trovato il libro adatto per essere riportato sulla pellicola. Purtroppo il mezzo meccanico ed i limiti di tempo offrono meno possibilità delle pagine di un volume».

— Perché inventa nuove parole?
«Perché vi sono costretto. E la necessità di esprimere dei concetti che la lingua italiana — che peraltro conosco molto bene — nata da una cultura diversa dalla mia non riesce a rendere. Non è una moda o altro, è proprio un bisogno. D' altronde, tutti gli scrittori lombardi hanno avvertito questo problema. Gli stessi scapigliati cercavano un'identità linguistica che non riuscivano a trovare nell'italiano dei toscani».

— E' vanitoso?
«E chi non lo è?».

— E' sincero?
«Quasi sempre».

— E' una persona realizzata?
«No. C'erano e ci sono tante tendenze in me che, dato il bisogno di lavorare, non ho potuto vagliare, approfondire. Se fossi nato ricco allora forse la mia vita sarebbe diversa».

— Ha dei rimpianti?
«Tantissimi. Vede mi sono sempre sprecato nel bisogno di togliermi di dosso l'angoscia del domani. Ancora oggi sono prigioniero di questa paura. Penso che se voglio campare devo lavorare. Sempre. Se smettessi di colpo andrei avanti al massimo per un anno».

— Tutti i suoi interessi, questo suo eclettismo non le hanno fatto perdere tempo e obbiettivi? Forse per questo non si è realizzato...
«Di tempo ne ho davvero perso tanto e lo rimpiango. Tra l'altro ho sempre avuto una sessualità spaventosa che mi ha portato a correre spesso dietro alle sottane».

— Cosa pensa delle donne?
«Non vado più a donne. Però quando ci andavo per me significavano una cosa soltanto. Per questo rimpiango il tempo che ho perso con loro. Vede, i pederasti di solito riescono ad eccellere in molti campi perché si disperdono meno».

— E' stato un buon padre per i suoi figli?
«Credo di no, perché non sono riuscito a insegnar loro a prepararsi un futuro tranquillo. E' un complesso di colpa, il mio...».
Intervista a ruota libera con l'ipercritico cronista delle nostre vicende pallonaro, scrittore di successo, politico per curiosità ed entusiasmi «sociali».
Se ne ricava una modesta proposta per prevenire la fine del calcio e dello sport in genere, condannati al declino per imborghesimento

Gianni Brera:
Avanti popolo
MILANO - Che siate d'accordo o meno con quello che scrive, Gianni Brera significa giornalismo sportivo per eccellenza. Il suo nome - odiato o amato - è conosciuto in tutta la penisola. E' l'interlocutore di personaggi divenuto egli stesso personaggio. Un uomo che, come tutti i veri "grandi", spezza in due il mondo in cui si muove, nel quale lavora, dove impone il suo prodotto. Ma non c'è solo il Brera commentatore di sport. C'è il Brera scrittore di saggi e di romanzi. E forse quest'ultimo è il Brera più piacevole. Meno caustico, meno "cattivo", più avvicinabile. Infine, quest'anno, abbiamo avuto l'immagine del Brera uomo di politica. Presentatosi come candidato del Partito Socialista in queste ultime e inconcludenti elezioni politiche, Gianni non ha mancato di sollevare il solito "polverone" di commenti.
Da una parte i sostenitori, quelli di sempre, che lo veneravano. Dall'altra i soliti censori che hanno creduto di scorgere in questa sua nuova iniziativa una ulteriore prova d'immodestia, di presunzione. Sta di fatto che con le sue diciottomila e passa preferenze s'è preso una bella soddisfazione.
«...mi sono sempre sprecato nel bisogno di togliermi di dosso l'angoscia del domani. Ancora oggi sono prigioniero di questa paura. Penso che se voglio campare devo lavorare. Sempre.»
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