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"Il calcio è straordinario proprio perché non è mai  fatto di sole pedate.
Chi ne delira va compreso..."
SCUDETTI STORICI
1963-64: Contro tutto e tutti la squadra splendidamente guidata da Fulvio Bernardini conquista nello spareggio di Roma contro l'Inter il suo ultimo, finora, scudetto. Un'avventura d'altri tempi...
PROLOGO
Da libro Cuore, la storia dell'ultimo, ormai lontanissimo, titolo tricolore del Bologna. O da giallo  Mondadori, fate voi. Appassionò e divise l'Italia, quel campionato 1963-64, per le vicende romanzesche che lo contrassegnarono. Spareggio, squalifiche, amfetamine, radioline galeotte,  controanalisi, la tragica scomparsa del presidente Dall'Ara: tutto lungo un robusto filo  rossoblù capace di annodare la cronaca alla storia regalando un cocktail dagli effetti devastanti.
Troppi interrogativi  rimasero senza una risposta, a galleggiare fra sospetti e connivenze.
L'unica certezza che emerse al termine della stagione, fu che aveva vinto la squadra più forte, lottando sola contro tutti, aggrappandosi alla classe superiore dei propri giocatori e allo spirito incrollabile di un grandissimo allenatore, Fulvio  Bernardini. E di un presidente la cui figura resta scolpita nella galleria dei Grandi del calcio italiano.
Ma fu anche la vittoria di una città intera,  di un modo di vivere un calcio lontano anni luce dall'ansia di successo che affligge le squadre metropolitane.
Fu la vittoria di Bologna, che mai per un solo istante dubitò dell'integrità di società e giocatori e trovò il coraggio di rovesciarsi in piazza per dimostrare il proprio supporto incondizionato alla truppa dell'amatissimo  Fuffo.
Storie di Calcio  • email storiedicalcio@katamail.com
ALLE ORIGINI DEL TRIONFO
Le cose non erano poi tanto diverse da oggi, all'alba dei favolosi anni Sessanta.
A farla da padrone, dai tempi ormai lontani della scomparsa del Grande Torino, il solito inarrivabile triumvirato  Juve-Inter-Milan. Niente di nuovo sotto il sole quindi, se si esclude la non casuale affermazione di una splendida Fiorentina nel 1956 (guardacaso allenata da  Bernardini...)
E il Bologna? Che fine aveva fatto lo squadrone capace di far tremare il mondo fino ad una ventina di anni prima?
Si era semplicemente  disolto, gli eredi dei grandi campioni che avevano onorato i colori  rossoblù sui campi di tutta Europa stentavano a riemergere dalle macerie della guerra.
La città, poi, non del tutto rassegnata a vivere nell'anonimato delle zone medio-basse della classifica, mugugnava.
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Eh sì, perché lo spettro della retrocessione si era fatto qua e là palpabile negli anni meno felici, e soltanto per le prodezze di qualche campione scovato chissà dove dal  presidentissimo Dall'Ara i rossoblu avevano salvato la pelle in più di un'occasione. Tutta gente, questa, che i tifosi ancora ricordano con gratitudine, come i cannonieri Cappello Pivatelli, o i due formidabili mediani danesi  Pilmark Jensen, i "pastorini". Poi, il fromboliere ungherese "Stefano" Mike e l'ombroso argentino  Humberto Maschio. Gocce nel mare, diluite in vent'anni di delusioni. In più, la folla di Bologna non è facile agli entusiasmi e in tanti avevano ormai riposto nella cassaforte dei ricordi le immagini degli antichi fasti. Fu triste salutare come un mezzo miracolo il quarto posto colto nel 1955 sotto la guida di Gipo  Viani.
Ma gli ormai rassegnati bolognesi avevano fatto i conti senza l'oste, che dal lontano 1934 vestiva i panni di Renato Dall'Ara, un reggiano che aveva fatto del Bologna la propria ragione di vita, e che nei primi sette anni di presidenza aveva vinto quattro scudetti.
A dispetto delle contestazioni, infatti, e senza che nessuno se ne rendesse pienamente conto, a partire dalla fine degli anni Cinquanta il presidente iniziò a creare l'ossatura della squadra che di lì a poco avrebbe messo in fila chiunque.
Dall'Ara, dal canto suo, prototipo di  self-made man della bassa padana, era sanguigno, di scarsa cultura e amava gli allenatori senza fronzoli. Il suo calcio ideale era quello propugnato da gente tutta sostanza come  Viani o Rocco.
In tempi di vacche magre, l'importante era non prenderle: ecco la filosofia che ispirava il padrone del Bologna, uomo figlio di un mondo che purtroppo non c'è più. Molto più di un presidente-padrone, addirittura un secondo padre per tanti giocatori, una leggenda.
Proverbialmente parsimonioso, Dall'Ara era uno dei bersagli preferiti dalla satira sportiva. Ben lungi dal prendersela, il vecchio comandante sguazzava in situazioni del genere. Era capace di telefonare in redazione, stizzito, se veniva risparmiato per una settimana intera.

E poi, le voci sulla sua presunta taccagneria erano fondate.
Un giorno a Bari, andando dallo stadio alla stazione in tram (altri tempi!), sbalordì tutti i giocatori apostrofando il bigliettaio in questa maniera: «Vergogna! Non sapete che al Nord le comitive che viaggiano in tram hanno diritto a una riduzione?». E il bigliettaio, sorpreso, ma preoccupato di fare una brutta figura con i colleghi settentrionali, rispose: «Va bene, vi farò dieci biglietti per diciotto persone...». Insomma, Renato Dall'Ara pareva destinato a fare a pugni col gentleman capitolino.
Sapete cosa dichiarò quando decise di non proseguire il rapporto col tecnico  Allasio? «Mi hanno parlato bene di quel  Bernardini Ma sì, ma certo, ha vinto lo scudetto con la Fiorentina. Bella forza, con  Julinho e  Montuori lo vincevo  anch'io. Mi hanno detto che gli piacciono le partite con dieci o venti gol. E poi quegli orribili cappellini che porta in testa... Beh, vediamo cosa si può fare». Come inizio non c'era male: i presupposti per un'impresa storica non mancavano di certo.
LO SBARCO DEL DOTTOR PEDATA
Il passo decisivo fu compiuto nel 1961, quando sulla panchina  felsinea si accomodò un signore che pareva l'esatto opposto del padrone del vapore. Questo signore era di Roma, distinto e laureato. In più, vantava non poche presenze in azzurro. Pozzo lo aveva escluso dalla Nazionale a soli ventisei anni perché era troppo bravo. Terminata la carriera di calciatore, questo signore si prese poi la briga di laurearsi in Scienze politiche. Quasi a tempo perso, si mise pure ad allenare. La cosa gli riuscì tanto bene da interrompere, almeno per una stagione, l'egemonia calcistica dell'asse Torino-Milano. Quel signore era Fulvio  Bernardini, il profeta che per la prima volta aveva portato il tricolore a Firenze. "Dottor Pedata", lo aveva soprannominato Gianni Brera.
La squadra che  Bernardini trovò al suo sbarco sotto le Due Torri era ben strutturata, con giocatori di gran classe. L'intelaiatura dell'undici-scudetto era in buona parte già definita. Mancavano però i ritocchi, gli elementi capaci di far compiere il definitivo salto di qualità.
Pascutti,  Tumburus, Fogli,  Pavinato,  Perani,  Furlanis e il giovane  Bulgarelli da tempo vestivano rossoblu. Ma non solo loro: anche Renna e Capra, gregari utilissimi, erano già nella rosa.
"Fuffo", che proveniva dalla Lazio, volle però portare con sé due difensori che stimava particolarmente:  Janich e  Franzini.

Fondamentale sarebbe stato l'apporto del primo, autentico baluardo del reparto arretrato  felsineo. In più,  Axel  Pilmark, sempre in contatto con la sua vecchia squadra, aveva segnalato alla società un giovane attaccante messosi in luce con la Nazionale danese alle Olimpiadi di Roma del 1960.
Come tutti gli scandinavi, anche il ragazzo in questione era un dilettante, e fu lieto di cedere alle lusinghe milionarie della ricca Bologna.
Quel giovane si chiamava  Harald  Nielsen, un nome destinato a diventare sinonimo di terrore per le difese di mezzo Stivale. Fin da quella prima stagione 1961-62 il Dottor Pedata cominciò a dare la sua impronta alla squadra: come aveva temuto il presidente, il gioco era spumeggiante, ma la difesa beccava un po' troppo.
Per fortuna l'attacco andava benone, anche se l'appena ventunenne  Nielsen denunciò qualche problema d'inserimento. Nonostante gli ottimi esordi, si vide spesso preferire il vecchio leone  Vinicio, grande combattente, sempre pronto a sputare l'anima, anche se poco preciso sotto porta.

Il Bologna era la classica bella incompiuta, capace di sfornare prestazioni da favola con le squadre di medio cabotaggio, salvo poi prenderle con le grandi.
Facile immaginare che Dall'Ara sognasse Nereo Rocco anche di notte.
Il povero Presidente, abituato a rapporti informali coi propri dipendenti, con gli intimi sbottava: «Quell'uomo lì quasi quasi lo odio. Mai che mi venga a far visita, mai che mi racconti chi farà giocare domenica, mai che mi metta in squadra assieme  Vinicio e  Nielsen, per la miseria... E poi il suo calcio poetico del cavolo... Io voglio il catenaccio metropolitano, altro che i suoi fioretti di San Francesco».
Scontato il ritornello del "mejo sorriso del  Testaccio": «Se vuole un tattico, prenda Rocco... Se vuole un servo che vada a giocare a briscola nel suo ufficio, prenda una delle sue segretarie...
E  Vinicio insieme a  Nielsen non lo faccio giocare perché non mi va e mai mi andrà, punto e basta»
.

Quell anno, il centravanti danese giocò poco, ma nel finale di campionato mise a segno cinque reti in tre incontri, e ciò gli valse la riconferma a furor di popolo. Perché i raffinati bolognesi, capaci di fischiare  Pascutti per il tocco poco morbido e i movimenti sgraziati, si erano subito innamorati di quella guizzante punta dotata di un incredibile fiuto per il gol a dispetto di piedi  tutt'altro che forbiti. E poi per i rossoblu alla fine del torneo ci fu un onorevole quarto posto, piazzamento che lasciava ben presagire per il futuro, visto che il gioco della squadra era in netto miglioramento. Ma il grande amore, quello che non si può discutere e si accetta così com'è, i tifosi  felsinei lo avrebbero conosciuto soltanto la stagione successiva.
Fu il fedele Sansone, vecchia gloria del grande Bologna d'anteguerra, a segnalare al presidente un sensazionale elemento dell'Augsburg, formazione bavarese di scarso lignaggio. Il giocatore in questione,  Helmut  Haller, già titolare della Nazionale tedesca, si divideva fra gli allenamenti e la professione di camionista. Faticò non poco, l'ostinato Dall'Ara, per vestire di rossoblu quel paffuto funambolo.
Ma il vecchio Renato era fatto così: quando si prendeva una cotta per un giocatore, era disposto a tutto pur di metterlo sotto contratto.
Quella volta, nonostante le già precarie condizioni di salute, si recò personalmente in Germania per convincere il biondo numero dieci a firmare per il Bologna.
Alle critiche del Capo, il tecnico replicava candidamente: «L'allenatore so'io o no? Prima si insegna a giocare al calcio e poi si vincono gli scudetti, ma poi». Eh sì, perché il "Poeta del  Testaccio", da grande campione che era stato, pretendeva di insegnare ai suoi uomini la tecnica, sia individuale che di squadra. Sapeva bene che alla lunga un lavoro del genere avrebbe dato frutti, come dimostrato a Firenze. Anche in Toscana il titolo era arrivato dopo un paziente lavoro di assemblaggio. Certo, gli scudetti non si vincono senza grandi campioni, ma neppure senza un "manico" che sappia gestirli.
Harald Nielsen e Helmut Haller