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ENZO BEARZOT settembre 1980
Dopo il deludende Europeo 80, Enzo Bearzot traccia le linee guida per affrontare le qualificazioni che porteranno a Spagna 82. Certamente il buon Enzo non poteva prevedere chi lo avrebbe poi vinto quel Mondiale...
AEROPORTO DI ZURIGO. Enzo sta guardando dalla vetrata un aeroplianino di carta, due eliche e dieci posti, che dovrà trasbordarci nel Granducato. «Ma io torno in treno!» — si consola. E' partito da Roma, la sera prima (secondo i beneinformati) ha spuntato da Sordillo un contratto da cinquanta milioni. Niente male, anche se l'allenatore di una squadra di B metropolitana (provate a indovinare, non è Giacomini) prende esattamente tre volte tanto. Sordillo è il suo terzo presidente, di solito succede il contrario, è il presidente a mangiare gli allenatori. Invece questo friulano dalla scorza dura e dal cuore tenero si è già fatto Carraro e Franchi e adesso sotto con l'avvocato. «Ci ho parlato poche volte, tutto bene. Mi ha detto che la squadra non poteva far meglio, sul piano del comportamento, agli Europei; e questo mi ha fatto piacere. Sono le cose cui tengo di più; si vince e si perde, ma si deve essere uomini, sempre».

- Tre presidenti, dove vuoi arrivare?
«Sapessi quanti ne ho passati, nei quattordici anni al Torino. Quello deve essere veramente un record».
— Sinceramente, hai mai pensato di piantarla lì, con la Nazionale? Magari, dopo una delusione, dopo le critiche...
«Il mio segno è la Bilancia, momenti di esaltazione e di sconforto fanno parte del mio corredo zodiacale. Ma è proprio attraverso gli alti e bassi che si raggiunge l'equilibrio, che i due piatti si allineano. No, a lasciare non ci penso, non vedo perché. C'è stato un momento, durante gli Europei, che mi sono sentito un po' abbandonato, in mezzo alla tempesta. Ma è passata».
- Anche con Peronace è passata?
«Ma guarda che non c'è mai stato niente di serio, Gigi aveva dei problemi suoi (suoi e non miei, sottolineo), li ha risolti, è rimasto ed è la cosa migliore. Penso che, in tutto questo frangente, abbia potuto verificare la mia assoluta lealtà».
— Ho letto in un'intervista che, quest'estate, hai improvvisamente scoperto di essere simpatico alla gente...
«Ti dirò, una sorpresa anche per me. Evidentemente è il ruolo di vittima che rende. Dopo gli Europei mi avete messo in croce e allora ho avuto tanti attestati di simpatia, di solidarietà, tanti anonimi incoraggiamenti ad andare dritto per la mia strada, che neppure dopo i trionfi argentini...».
EUROPEI FLASH-BACK. L'aeroplanino balla allegramente fra le nuvole. E' il momento del flash-back.
— Enzo, anche tu torni a ballare, fra poco. Cos'è questa, per te, la stagione del riscatto?
«Riscatto da che? Guarda che noi abbiamo giocato degli ottimi campionati d'Europa. Dice: ti attacchi ai rigori... Certo, che mi ci attacco: c'erano. Quando si gioca a quei livelli, basta un niente per cambiare l'equilibrio di una partita. Figuriamoci un rigore enorme, colossale, come quello che ci è stato negato contro il Belgio. Ma lo sai cosa vuol dire giocare queste competizioni a casa tua? Hai presente l'Argentina? Come ha distrutto l'Ungheria con due espulsioni, la Francia in un modo indegno e poi la goleada al Perù. E a noi, in casa nostra, ci hanno dato tutti addosso, lo non chiedevo favori, ma i torti, gli sgarbi, no. E invece tutto contro. Dopo, è facile sputare sentenze. Ma se tutto va come deve andare, noi siamo nella finale dei primi contro i tedeschi e l'Inghilterra, che non meritava di uscire, nella finale dei terzi con la Cecoslovacchia. Quella era la graduatoria reale dei valori, non quella che è saltata fuori. Sai che a Svizzera-Danimarca ho incontrato il C.T. tedesco? Mi ha detto: " Che fortuna abbiamo avuto a non trovare voi in finale! ". Perché di noi avevano paura. Ricordavano ancora che in Argentina li avevamo messi al muro per novanta minuti. Dio, come me la sarei giocata volentieri una finale cosi. Li avremmo aspettati e avremmo inventato qualcosa per far saltare quel loro gioco splendido ma prevedibile...».
— Torna in terra, Enzo. Non tutto è filato liscio, ammettilo...
«Certo. Con la Spagna abbiamo giocato abbastanza male. Era la prima partita, ci era capitata fra capo e collo quella mazzata dello scandalo e la squadra ne ha risentito. Ma dopo siamo andati in crescendo e tutte le volte abbiamo giocato il secondo tempo meglio del primo. Segno che la preparazione era ottima, che i ragazzi avevano voglie e stimoli, che sapevano reagire, malgrado di aiuti, anche nell'atmosfera esterna, ne abbiano avuti proprio pochini».
— Non hai ancora citato l'attenuante maggiore...
«Non mi piacciono le attenuanti. Ma certo, la rinuncia a Rossi ci è costata. Abbiamo accusato una proporzione inaccettabile fra occasioni create e gol segnati, ci è mancato lo specialista sotto rete. Non faccio una colpa a Graziani, sia chiaro. Perché Rossi ci avrebbe consentito alternative tecniche, anche l'impiego contemporaneo di lui e Ciccio. Pensa che gli inglesi hanno pianto a lungo l'assenza di Trevor Francis, che è giocatore non di tutti i giorni, che aveva già fatto il dentro e fuori dalla Nazionale con Don Revie. Allora, a noi con Rossi quanto hanno tolto?».
LA CATENINA DI CAUSIO. Enzo, guardiamoci negli occhi: non c'è stato anche un eccesso di nervosismo, una tollerata insofferenza, nel contestato ritiro di Pollone?
«Vedi, non sono le critiche che mi danno fastidio, io sono pronto a discuterle e ad accettarle, se riconosco la buonafede di partenza. Ma mi disturbano gli attacchi strumentali, portati appositamente per creare confusione. Pollone era a metà strada fra Torino e Milano, sedi degli incontri eliminatori, così come Fiuggi, nel 68, era stata scelta quale località intermedia fra Roma e Napoli. Adesso è rispuntata fuori la storia di Coverciano. lo non ho niente contro Coverciano, ci ho sempre portato la Nazionale quando si è giocato a Firenze. Ma se si gioca al Nord o al Sud, perché sobbarcarsi un trasferimento alla vigilia della partita? Si è sempre fatto così, ma le critiche piovono solo sul sottoscritto. E' come la catenina di Causio...».
— Cioè?
«Alla vigilia degli Europei, si scopre improvvisamente che Causio è un originale perché porta le catenine o i monili o chessò io e diventa un motivo per picchiare in testa al giocatore che è già in un suo momento difficile. Causio ha trent'anni, la catenina l'ha sempre portala cosa devo fare io, andare a togliergliela di dosso? Giudichiamo le cose che si fanno in campo, lì tutti si comportano da uomini, nessuno ha mai potuto dire il contrario. Ecco, in quei casi io perdo le staffe, perché sta nel mio ruolo difendere questa squadra e questi giocatori da attacchi immotivati».
IL FUTURO. Rossi e Giordano out per un bel po', i milanisti da utilizzare col contagocce: come sarà la prossima Nazionale?
«Ritoccata nella continuità, se mi consenti lo slogan. La base è quella, e qui non si tratta di essere conservatori. La nostra squadra, tolto il portiere, è giovanissima. Il portiere, fra parentesi, ha giocato dei campionati europei strepitosi, è stato il meglio di tutti, nel ruolo, pur militando nell'unica squadra che ha fatto vero gioco d'attacco, correndo i relativi rischi. Dunque: Zoff e Bordon e in subordine Galli e Zinetti; Gentile, Cabrini, Collovati (quando si potrà: l'orientamento è di convocare solo i milanisti da impiegare in campo, non per la panchina e quando la partita sarà ufficiale), Scirea, Giuseppe Baresi. Difensori giovani e intercambiabili: Collovati è uno stopper che sa fare il terzino, Gentile un terzino che sa fare lo stopper (e in questo caso terzino gioca Baresi dell'Inter), per Scirea c'è sempre la soluzione d'emergenza Zaccarelli; Oriali, Tardelli, Antognoni in mezzo al campo; Causio, Bettega, Graziani e dietro loro Altobelli e Pruzzo. Non c'è mica tanto da inventare. Semmai abbiamo altri giovani già sperimentati, momentaneamente accantonati ma non abbandonati, pronti a subentrare: Pecci, Patrizio Sala e quel D'Amico che ha la grande occasione, giocando calcio di vertice e responsabilizzato, di confermare il suo enorme talento. Facci caso: sono tutti giovani, ma già con un grosso bagaglio di esperienze, con un rilevantissimo numero di presenze azzurre. Li abbiamo maturati facendoli giocare e cogliendo anche risultati non disprezzabili: e io questa squadra dovrei sfasciarla, per il gusto della rivoluzione, per seguire le mode? No, grazie tante, il nucleo è quello. Graduali inserimenti, questo sì. Perché il vero salto di qualità si realizza quando al posto di un giocatore che ha il plafond a 70 se ne inserisce, senza traumi per il complesso, un altro che arriva a 90. Ma senza turbare gli equilibri: per questo, ai giocatori in lista di attesa per entrare in azzurro io chiedo un preciso requisito. Debbono brillare di luce propria, inserirsi in un collettivo senza richiedere supporti o varianti particolari».
— Perché difendi sempre i tuoi giocatori?
«Perché lo meritano. E perché è interesse della squadra. Se un giocatore mi sbaglia una partita (succede, ovviamente) e io lo tolgo, sai che succede? 1) lo perdo per sempre; 2) visto l'andazzo, gli altri cominciano a giocare per sé, per salvare il posto e non per la squadra. E' la peggior iattura che possa capitare. Un giocatore deve sapere di possedere questa specie di assicurazione: può sbagliare una partita, senza il terrore di essere messo al bando. Ovviamente, a patto che non esageri...».
— Dicono che ti fai influenzare dai giocatori...
«Di questa squadra io sono il responsabile, non il despota. Certo, accetto, anzi sollecito, il dialogo. Guai se non parlano, se non dicono la loro. Anche quelli che stanno in panchina, accanto a me: possono notare una cosa che mi è sfuggita, perché non dovrebbero dirmela?».
GLI AVVERSARI. Sul Granducato, tira aria brusca e piove niente male. All'Holiday Inn, Bearzot prende accordi. E' qui che alloggeranno gli azzurri, nella loro prima trasferta delle qualificazioni mondiali, il prossimo 11 ottobre. Enzo visita le stanze, sceglie la sala da pranzo, si raccomanda perché il servizio venga svolto da camerieri italiani. Ne trova uno friulano, di Gemona, è proprio il massimo.
- Vogliamo vedere brevemente gli avversari del girone?
«Questa volta la novità è che i posti utili sono due. Bene, per noi non cambia niente, perché uno è già assegnato. Lo diamo in partenza alla Jugoslavia e non ci pensiamo più (quasi a testimoniare la fiducia, in serata, gli slavi rifileranno cinque pappine ai lussemburghesi). Noi la nostra corsa dovremo farla su Grecia e Danimarca. E vincere bene col Lussemburgo. Quando l'ultima volta, qui, facemmo solo 4-1, quasi ci mettevamo a piangere. Poi invece l'Inghilterra, con cinque punte, stentò addirittura a vincere e in Argentina ci finimmo noi».
- Breve schedina: Danimarca...
«L'ho vista in Svizzera. Non aveva i suoi assi, Simonsen, Lerby, i due Jensen. Eppure l'ho trovata, forse proprio per questo, compatta, equilibrata, tatticamente meglio disposta di altre volle. Direi che perdendo i solisti ha guadagnato in organicità. Ma con noi i big ci saranno, credo. Specie a casa sua sarà osso durissimo. Tre punti nei due incontri sarebbe bilancio eccellente: ma il guaio è che la nostra squadra non sa giocare per il pareggio. Può pareggiare, certo, ma dopo aver giocato per vincere».
- Grecia...
«Europei molto decorosi, una sconfitta immeritata con l'Olanda, un pareggio con la Germania, sia pure un po' deconcentrata. Più dei suoi progressi, mi fanno paura i suoi campi. Chissà dove ci manderanno a giocare...».
- Lussemburgo...
«E' un problema di gol. Con la Jugoslavia mancavano tre dei loro pochi professionisti, con noi ci tengono di più, c'è rivalità, si impegneranno allo spasimo. Per le sue finalità, diventa una partita difficile anche questa. Ed è la prima».
- Prima ancora c'è l'amichevole col Portogallo...
«Una partenza impegnativa. I portoghesi hanno perso per un soffio l'autobus degli Europei, facendosi infilare in casa dall'Austria, dopo una partita dominata. Sarà una rifinitura niente male».
esempi: quando diressi la rappresentativa del Resto del Mondo, mi consultai al solito con i giocatori. E proprio Krol, una bandiera del calcio a zona all'olandese, disse: mister, difendiamo a uomo, è molto meglio. Secondo: chi ha vinto più di tutti, nel calcio internazionale moderno? La Germania, che in difesa marca a uomo, ma con difensori eclettici».
— Ma non c'è il rischio di stravolgere le caratteristiche tattiche di un giocatore?
«Certo, se si perde l'iniziativa. In Finlandia, ricordo, Benetti fece il terzino per tutto il primo tempo. E certo voi in tribuna stampa stavate dicendo, ma guarda che tonto quel Bearzot. Era successo che Romeo aveva concesso l'iniziativa al suo avversario diretto. Nella ripresa, l'iniziativa la riprese lui e andò addirittura a segnare un gol».
SPERIMENTALE - Ci sono programmi per la criticatissima Sperimentale?
«No, verranno strada facendo. La Sperimentale è un po' la mia croce. E' un equivoco, ripetete tutti, non ha spazio, non ha collocazione, manda giocatori allo sbaraglio. E invece va vista sotto una sola angolazione: deve risolvere dei problemi Quando all'improvviso mi mancò Rocca, il terzino che ci voleva e che non aveva controfigure in Italia, proprio in una partita della Sperimentale a Verona provai un ragazzo che a mio giudizio poteva coprire, col tempo, quel vuoto e che nella Juve faceva la riserva. Sì, proprio Cabrini. La Sperimentale giocò così così, le critiche piovvero, ma io trovai quello che cercavo. Cabrini è il solo terzino d'ala del nostro calcio. Ai mondiali non fece veder palla a Bertoni, che pure è un signor giocatore».
— Enzo, a compendio della tua filosofia, come ti definiresti?
«Un innamorato del calcio».
— Mi daresti un esempio?
«Ricordi come arrivammo in Argentina? Come ci arrivò, soprattutto, il sottoscritto, con tutti i fucili puntati? Bene, mi giocavo tutto contro la Francia, alla partita inaugurale. Dopo quaranta secondi, la Francia fece gol. Che azione, ragazzi! Six a mille all'ora, Gentile, Scirea, Bellugi presi in mezzo, Lacombe di testa in rete. Potevo fare molte cose, ad esempio suicidarmi. Mi alzai in piedi e battei le mani. Gol così se ne vedono pochi».
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Il CT azzurro è di nuovo sulle rotte mondiali: la via per Spagna 82 è lunga, ma il viaggio è già cominciato con un occhio alla Danimarca, al Lussemburgo, alla Jugoslavia, alla Grecia e pensando al Portogallo. In un lungo incontro, abbiamo parlato di tutto: passato, presente e futuro visitati con assoluta sincerità. Le incomprensioni e i problemi sembrano risolti: il 24, a Genova, si ricomincia...
Enzo Bearzot:
La mia battaglia



IL MUNDIALITO. In una stagione gonfia di impegni si inserisce anche il «mundialito», ai primi dell'anno, in Uruguay. Ti complica i programmi?
«Può essere utilissimo, invece, sempre se lo si affronta con la mentalità giusta, se lo si considera un obiettivo importante, ma non prioritario, rispetto alle qualificazioni. Dopo quattro-cinque mesi di attività, può essere l'occasione ideale per sperimentare le soluzioni nuove offerte dal campionato. Ma, attenzione, io non scarico nessuno...».
- Il ritorno dello straniero è un handicap per la Nazionale?
«Al contrario. Nella proporzione attuale è utilissimo. Lo straniero diventa un ostacolo quando monopolizza un reparto. Ma uno per squadra, diversificato nelle specializzazioni che danno può fare? Certo non comprime i talenti nostrani E poi una mezzala brasiliana, faccio per dire, è utile a chi gli gioca a fianco e a chi gli gioca contro. Consente a compagni e avversari di fare quell'esperienza che solo i contatti internazionali possono garantire».
- Ti riferisci a Falcao?
«Facevo per dire. Certo Falcao è un super, in Brasile alla Nazionale non si arriva per caso. Anche se io, personalmente, giudico più forte un suo ex compagno di squadra, Batista».
- Nel tuo futuro c'è il marcamento a zona?
«Bisognerebbe fare un discorso lungo. Te lo condenso. Se si possiedono difensori universali o semi-universali, cioè in grado di adeguarsi in tutte le zone del campo, di seguire il proprio avversario se arretra o se inverte settore, allora il marcamento a uomo garantisce maggior sicurezza. Due