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Gioie e amarezze del favoloso Mundial '82
"Sinceramente: ero molto scettico sul fatto che potessimo conquistare il titolo, ma c'è un limite a tutto: molti, in Spagna, lo superarono."
Il ricordo della felicità non è più felicità. Il ricordo del dolore è ancora dolore. Enzo Bearzot giustifica lord Byron, ma lo corregge: «Il ricordo della felicità non è più felicità, è rabbia. Rabbia per come ci trattarono: prima e durante».
Dopo no, naturalmente: perchè di fronte al titolo di campioni del mondo, s'inchina anche il più viscido dei filibustieri. Il «vecio» fuma la pipa con la voracità di un capo indiano al quale abbiano devastato l'accampamento.
Sono passati tanti anni dalle notti magiche di Spagna. Bearzot non allena più.
Si divide tra moglie, figli e nipoti, cura gli affari nel diletto Friuli, legge poesie. Non si sente un monumento, nè un museo da visitare ogni 11 luglio.
«Battuta la Germania e alzatomi dalla panchina confessa per prima
cosa ringraziai Lui. Io credo in Dio, e non mi va che la sua mano venga confusa col fato o, peggio, col caso. Ai Mondiali, Lui e la sua mano furono dalla nostra».
Al contrario della stampa italiana...
«Stampa, popolo: tutti. Persino le donne. Una ragazza, a Roma, pochi giorni prima che partissimo, mi diede del bastardo (o dello scimmione: tanto la sostanza non cambia) perchè avevo escluso Beccalossi. Era lì a due metri, le mollai uno schiaffo, potevo essere suo padre, la cosa finì sui giornali: apriti cielo. Quella stessa ragazza mi ha poi telefonato più volte e chiesto scusa, ma allora andava di moda sbranarmi. Critiche alla gestione, offese alla persona: delegittimarmi, ecco a che cosa si era ridotto il passatempo più in voga».
A Vigo fu un disastro.
«Soltanto contro il Perù, e nel secondo tempo. Potevamo stravincere, rischiammo di perdere. Il campionato mondiale è come un gran premio di Formula Uno: per vincerlo ci vogliono mesi e mesi di clausura; per perderlo basta un palo, un fischio dell'arbitro, una sfumatura. Intanto, sui giornali... In ritiro, per fortuna, ne circolavano pochi. Il momento più imbarazzante era quando uno di noi chiamava casa, e se li faceva leggere. Ricordo il volto trasfigurato di Tardelli. La stizza montante di Gentile. Il silenzio stampa nacque così, sulla pelle nostra, per resistere all'accerchiamento».
Ci parli di quei giorni.
«Giorni tremendi. Ce n'era sempre una. Cominciò Massaro, a Braga. Un'amichevole di routine, l'ultima. Mi attacca sui giornali. Gli chiedo se quelle cose le ha dette per davvero, mi giura di no. E allora fregatene, gli faccio; e la prossima volta che non ti danno la palla, se il nocciolo è questo, valla a prendere. Non dimenticherò mai lo stupore di Giovanni Arpino, Oreste del Buono e Mario Soldati: inviati al seguito, facevano fatica a entrare nei meccanismi del partito del linciaggio».
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Ricordi di Spagna 82:
Interminabili notti in bianco per sfogare la rabbia
Roberto Beccantini
La Stampa — 12 luglio 1992


Questo di giorno: e di notte?
«Tardelli e Conti erano i miei coyote. Non dormivano mai. Anch'io, da giocatore, ero un coyote. Brontolavo alla luna. Sentivo, sentivano la partita. Il più tranquillo era Scirea. Quando un altro come lui? Mai una volta che abbia scaricato la colpa su un compagno. Mai. E quando lo sgridavo Forza, Gai: cerca di essere più autoritario abbassava gli occhi e mi chiedeva scusa. Altro tipo, Antognoni: così semplice, e ingenuo da finire, spesso, alla mercè degli imbonitori».
Sordillo, Matarrese: vicini o lontani?
«Lontani. Sordillo era il presidente federale. Matarrese, il presidente di Lega. A un certo punto, Matarrese ci disse che avremmo meritato dei calci nel sedere. La frase ci ferì molto. Eravamo soli, anche all'interno. Soli contro tutti. Prendo atto con piacere che, dieci anni dopo, Matarrese ha cambiato idea. Guai a toccargli il citì, adesso. Felicitazioni».
Gentile su Maradona e poi su Zico: come «nacque»?
«Semplice. Buttavo giù la tattica con Cesare (Maldini). Quindi, la illustravo ai giocatori. Certe mosse andavano ponderate».

Durante il Mundial, ha mai sognato?
«E come facevo? Per sognare, bisogna dormire, e io non dormivo; e per dormire, bisogna digerire bene, e io non mangiavo. Solo dolci, a rate. E fumavo la pipa. Una pipa enorme, regalatami dalla squadra. Quasi un calumet. Era così grossa che, se mi avessero aggredito, avrei potuto utilizzarla come arma di difesa».
E ora, sotto con le partite.
«Con l'Argentina, la più tranquilla: la conoscevo a memoria. Con il Brasile, la più esaltante: e pure qui non mancarono le malignità, segniamo il terzo gol su calcio d'angolo, con tutto il Brasile in area, ripeto: tutto il Brasile in area, e ci accusano di aver fatto del bieco contropiede. Con la Polonia, mettemmo il pilota automatico: ho contato sino a 15 passaggi consecutivi nella loro metà campo, questa sì che è melina intelligente. Con la Germania, la più drammatica. Graziani subito k.o., poi il rigore sbagliato da Cabrini. Nell'intervallo tutti intorno a lui: piangeva. Gli feci una carezza, venne fuori la voce che gli avevo mollato un ceffone».
E Bergomi dove lo mette?
«Aveva una caviglia gonfia, non stava in piedi: una puntura e via, da libro Cuore».
Di colpo, tutti cominciarono a salire sul vostro carro.
«Fiumi di miele nauseabondo: mi veniva da vomitare. Pensi che al ritorno, dopo il viaggio e lo scopone con Pertini sempre dalla nostra, anche quando c'era aria di tempesta dormii a Roma e pur di evitare incontri sconvenienti, all'atto di trasferirmi a Milano preferii Malpensa a Linate. Volevo stare tranquillo, e pensare ai fatti miei. Io, in Spagna, non ho vinto semplicemente un Mondiale. Randagio e inviso, mi sono ritrovato con un fratello minore di cui avevo intuito la pulizia interiore, alludo a Dino Zoff, il nostro portavoce che si esprimeva a monosillabi, e tanti figli. E' il ricordo di quanto fossero felici, e meritassero di esserlo. Sinceramente: ero molto scettico sul fatto che potessimo conquistare il titolo, ma c'è un limite a tutto: molti, in Spagna, lo superarono. Scrissero che ci drogavamo a furor di carnetina: inaudito. Mi creda: se oggi sono a spasso, non è perchè sono cambiato io, assolutamente, ma perchè non è cambiato il calcio».
