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ANTEFATTO
Giugno 1986: i logori campioni del mondo escono dal mondiale messicano del 1986. Assieme a loro, le lacrime di addio di Enzo Bearzot
ENZO BEARZOT, giugno 1986
PUEBLA – Quello che più sorprende nel Bearzot sconfitto è l’estrema civiltà con cui si presenta alla stampa. E l’estrema solitudine con cui è stato lasciato a fronteggiare le tante domande di chi vuole sapere e i nuovi orgogli di chi per la prima volta si trova davanti a lui come vincitore. L’ultima immagine che ci aveva regalato la Spagna era un’immagine corale: giocatori, tecnici e dirigenti tutti insieme in campo, abbracciati.
L’ultima immagine che offre invece il Messico è di separatezza. Ognuno per conto proprio: Bearzot da una parte a raccontare le sue verità, Sordillo, da un’altra parte a dire le sue parole. Alla stessa ora, come se fossero due personaggi di due federazioni diverse.
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Enzo Bearzot
Il giorno dell'addio
Ma Bearzot a questo proposito è stato secco: “Io non fuggo, non l’ho mai fatto, nella mia vita ho saputo affrontare i problemi e voglio continuare a farlo”.

Il Bearzot del giorno dopo è un uomo tranquillo, calmo. Gli è stato chiesto se era per caso stanco del calcio, ha fatto capire di avere sì un po’ di nausea ma non del pallone, bensì delle continue pressioni cui è sottoposto, non gli va di sentirsi continuamente sotto esame, vuole una fiducia che a pelle non sente di avere. “Ho rinnovato il contratto fino al ‘90, ma non so ancora se resterò come commissario tecnico o come direttore tecnico delle squadre nazionali. A questo punto mi voglio prendere una pausa: riflettere, e poi casomai decidere, ma con calma. Davanti a noi ora abbiamo i campionati europei: a me piacerebbe considerarli un traguardo e non una meta verso i prossimi mondiali, dicendo così però capisco di caricarmi di molte responsabilità. Sono convinto di una cosa, questa Nazionale non è da buttare via, i giovani ci sono e sono quelli che avete visto qui al Mondiale: Vialli e De Napoli sono ormai un bene acquisito della Nazionale, questo però non significa che abbiano il posto assicurato, spetta a loro rimanere azzurri. Io spero solo che i giovani possano trovare un posto sicuro nel nostro campionato”.

È evidente l’accenno agli stranieri che per Bearzot soffocano la crescita dei giocatori italiani, ne strangolano la personalità, non li abituano ad assumersi certe responsabilità di gioco che sarebbero poi necessarie per giocare in Nazionale. “Io però sugli stranieri non ho potere di decisione, se me lo chiedono però sono pronto a dire la mia”. Sulla partita contro la Francia ammette lo sbaglio di valutazione. “Ho visto che i francesi, se marcati stretti come ha fatto il Canada, si trovavano in difficoltà. Allora mi sono un po’ illuso. Non credevo che tra noi e loro ci fosse tutta quella differenza che poi il campo ha rivelato: mi sono sbagliato. La loro capacità di manovrare ha messo in evidenza tutta la nostra incapacità”.

E poi sussurrando: “Credevo ci mancasse qualcosa, invece ci mancava tutto”.

Però il Bearzot di oggi non vuole farsi interprete di lutti prematuri. Difende la squadra, come ha sempre fatto. “L’errore di Baresi? Non è mica detto che ogni volta che uno sbaglia debba subire gol. Allo sbaglio di Baresi dovevano rimediare gli altri, nel calcio succede sempre così. Certo, speravo qualche cosa di più: francamente credevo di arrivare intatto fino al Brasile. Mi aveva illuso la partita contro la Corea: ho visto che potevamo puntarla sul ritmo, che reggevamo a certe velocità. La Francia ha dimostrato che non era così: abbiamo tenuto bene solo le loro punte. Speravo anche in una nostra reazione un po’ più vivace nel secondo tempo, ma non c’è stato niente da fare, e se anche avessimo continuato a giocare per tre ore, il risultato non sarebbe cambiato. Anzi, nel secondo tempo, loro hanno avuto ancora più occasioni di gol. Nel calcio si vive a cicli: la Francia ha avuto un buon gruppo di giocatori nel ‘58 e ora, ma complessivamente hanno avuto molte più pause di noi. Sia chiara comunque una cosa: io non volevo una squadra prudente, la volevo coraggiosa e intraprendente. Resta però il fatto che noi cercavamo di andare avanti tramite sforzi personali mentre loro conoscevano il gioco a memoria e questo gli ha consentito di spendere meno energie di noi”.

Gli chiedono anche se questa Nazionale non abbia evidenziato fortissime lacune nella preparazione atletica: i francesi, anche se in ritardo, arrivavano sul pallone prima degli azzurri, riuscivano a recuperare quaranta metri mentre a noi riusciva solo di perderli. I problemi dell’altura e del caldo sono certo importanti, ma nella storia dello sport azzurro ci sono altri precedenti: i Mondiali del ‘70, il record di Mennea, il primato dell’ora di Moser. Non era quindi un’avventura scientifica nel buio e nell’ignoto.

Bearzot difende l’équipe di Vecchiet. Non sembra considerare prioritario questo problema. Ripete: “Questa squadra non è da smantellare anche se per come siamo fatti in Italia si costruisce meglio sui successi che sulle sconfitte. Ma a questo punto quello che è fondamentale per me è sapere se mi si ritiene ancora adatto alla congiunzione della squadra: il contratto c’è, ma si può ancora buttare. Il ritorno in Italia? Non mi spaventa, accetto tutto: sono tornato altre volte e non sempre da vincitore”.
La voce era distesa, il volto era tranquillo. Proprio di chi dentro di sé aveva previsto tutto quanto da tempo.

La Repubblica – Giovedì, 19 giugno 1986
Yannick Stopyra ha appena battuto Giovanni Galli per il 2-0, Italia KO
SEZIONE interviste 70/80