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Enzo Bearzot, moglie e due figli, classe di ferro 1927, 26 settembre, Bilancia, altezza m 1,83, segni particolari nessuno. L'hanno definito l'anonimo friulano e l'etichetta gli piace. Non ha mai preteso di essere un divo. Nessuno gli ha mai chiesto l'autografo. Accetta con compiacimento anche l'altro appellativo che gli hanno affibbiato da quando è entrato nella stanza dei bottoni della Nazionale: Valcareggi II.
Una carriera di calciatore senza infamia e senza lode (una sola maglia azzurra), un curriculum ancor più modesto come allenatore: gregario di Rocco e di Fabbri a Torino, mezzo campionato al Prato in serie C, infine l'ingresso a Coverciano.


«Nel mio caso — protesta — Coverciano non è stato un istituto di beneficenza. Sono entrato nel settore tecnico per libera scelta, perché mi affascinava l'idea di girare il mondo, di farmi un'esperienza internazionale».
— I maligni dicono che nessuna squadra di club l'ha mai voluto.
«E io rispondo che proprio quando sono stato richiesto dalla Federcalcio avevo avuto la possibilità di andare a guidare una grossa squadra. Era una squadra grossa, glielo assicuro».
— Sono passati tanti anni, può fare il nome.
«Per discrezione i nomi non li faccio mai».
— Deve però ammettere che la sua è stata una carriera esclusivamente burocratica.
«Perché ho smesso tardi di giocare, ho continuato sino a 38 anni, per questo mi chiamavano il "vedo". Ma come allenatore mi sento, giovane, anche se ho 48 anni. Ho fatto il corso assieme a Gigi Radice, a Sergio Brighenti, a Giorgio Ghezzi. E io mi sento legato a loro e capisco di assomigliare a tutti i tecnici giovani che stanno sostituendo, anche nel calcio, la scienza all'empirismo».
— Ha il naso (e quindi la faccia) del pugile che ha preso tanti pugni e adesso si scopre che è invece un intellettuale.
«I miei studi li ho fatti. Nel collegio salesiano di San Luigi a Gorizia ho superato il ginnasio e ho frequentato con profitto il liceo classico. Poi a 19 anni Blason mi ha portato al Pro Gorizia che allora militava in serie B e ho cominciato a fare il calciatore».
— Ha mai rimpianto di non aver fatto l'Università?
«L'ho rimpianto tante volte, anche se il calcio mi ha dato parecchie soddisfazioni. Mio padre aveva deciso di farmi dottore, e anch'io mi sentivo attratto dalla medicina. Mi vedevo già con il camice bianco e il bisturi».
— Invece l'abbiamo sempre visto in tuta.
«Ma l'amore per la medicina e per gli studi in genere mi ha permesso di avere un'idea diversa del calcio. Sono per la scienza e quindi per il progresso e il lavoro di equipe. La cultura serve anche nel mondo del calcio».
— Legge molto?
«Tutti i giorni quattro quotidiani, per tenermi aggiornato nel mio lavoro e per sapere quello che succede nel mondo».
— Quali sono i quotidiani ai quali si abbevera dopo il caffellatte?
«Gazzetta dello sport, Tuttosport, Corriere della sera e la Stampa».
— Due di Milano e due di Torino.
«Sono le due città alle quali sono più legato. A Milano ci vivo e a Torino ho passato gli anni più belli della mia vita».
— Naturalmente legge anche il «Guerin Sportivo»...
«Una volta l'hanno letto anche i miei figli e hanno pianto. C'era scritto che Bernardini mi aveva confermato per pietà, per permettermi di mantenere la famiglia. Non è vero, perché qualcosa da parte ce l'ho, ma certe cose non si scrivono. Lei comunque non c'entra».
— Guardi che probabilmente lei ha interpretato male quell'articolo che voleva essere solo un elogio di Bernardini.
«Che Cucci sia legato a Bernardini gli fa onore, l'affetto è un valore molto importante nella vita almeno per me, e quindi io rispetto gli affetti degli altri. Però gli altri devono rispettare anche me e il mio lavoro».
— Si è mai pentito di aver scelto la carriera federale?
«Non ho rimpianti, il campionato l'ho vissuto tanti anni come giocatore. Il settore tecnico mi ha permesso l'esperienza internazionale che mi ha sempre affascinato. Poi credo di aver fatto il mio tirocinio, non sono certo andato avanti con le raccomandazioni».
— Vuole riepilogare le tappe?
«Ho guidato tanti anni la Under 23 e così ho potuto verificare certe mie concezioni tattiche sui migliori talenti giovani del calcio italiano, quelli destinati a prendere il posto degli anziani nella Nazionale maggiore».
— Poi con Valcareggi...
«Sono stato ai mondiali del Messico e a quelli di Monaco».
— Naturalmente sa tutto sui sei minuti di Rivera.
«So solo che abbiamo perso da un favoloso Brasile».
— E in Germania perché siamo stati eliminati?
«Questo dovrebbe chiederlo a Valcareggi».
— Di Valcareggi cosa ha apprezzato?
«La sua forza di assorbimento, la sua pazienza, la sua sensibilità».
— E Bernardini sinora cosa le ha insegnato?
«Il dottore si fa apprezzare per la sua straordinaria capacità di sdrammatizzare. Bernardini non fa mai tragedie. Naturalmente ha anche una grande competenza ed è invidiabile la sua signorilità».
— Fulvio è un gentiluomo d'altri tempi.
«Ma vorrei che fosse chiaro che con lui siamo sempre sempre andati d'accordo. I contrasti lì hanno inventati i giornali».
— Ora si legge che lei insiste per Mazzola mentre Bernardini non ne vuole nemmeno sentir parlare.
«Tutte storie, originate probabilmente da una mia frase male interpretata, oppure strumentalizzata».
— E cioè?
«Io ho detto che il programma di Bernardini di costruire la Nazionale del domani resta valido dopo l'eliminazione, per altro scontata, dalla Coppa Europa».
— Però ha pure detto...
«Che in caso di necessità, per ottenere un risultato determinante, si può far ricorso anche a qualche giocatore anziano».
— Il fine giustifica i mezzi.
«Per andare in Argentina, dobbiamo eliminare l'Inghilterra».
— E per spezzare le reni ai figli di Albione...
«Potremmo anche rivedere, ritoccare momentaneamente la Nazionale proiettata nel 1978. Ma con il dottor Bernardini di questo non abbiamo ancora parlato, figuriamoci quindi se abbiamo bisticciato per questo».
— Ma chi comanda, lei o Bernardini?
«In proposito c'è stato un comunicato ufficiale della Federazione. Andate a rileggervi quello».
— Come giudica l'atteggiamento della stampa nei suoi confronti?
«Nel complesso credo di essere trattato bene. Anche perché cerco di essere amico di tutti».
— Si è messo persino a fare il giornalista...
«Allude all'articolo apparso su 'La Stampa'? Ma quello non l'ho mica scritto io».
— L'avevamo intuito. Uno che ha fatto il liceo classico non può definire l'Olanda la “squadra tulipana”.
«Dopo la partita con l'Olanda mi sono trasferito da Roma a Pescara in treno con il dottor Bernardini. A Pescara mi ha chiamato al telefono “La Stampa” e ho parlato prima con Giovanni Arpino e poi con un altro redattore. Ho scambiato quattro chiacchiere per telefono e il giorno dopo, ad Ascoli Piceno ho avuto la sorpresa di aprire “Stampa Sera” e di trovarci un articolo con la mia firma».
- Anche Nereo Rocco quando scriveva sul «Corriere della sera» si limitava a una telefonata...
«Ma io conosco bene quali sono i doveri di un allenatore federale figuratevi se mi metto anche a fare il giornalista».
— Il leggendario Vittorio Pozzo aveva sempre continuato a scrivere su «La Stampa».
«Ma il 'mio' articolo era apocrifo e al mercoledì Arpino ha pubblicato la smentita nella sua rubrica».
— Cosa ha detto?
«Che avevo sostenuto le mie idee con tanto calore che avevo meritato la firma».
— Bernardini per diventare giornalista aveva faticato molto di più.
«Ma a me basta fare l'allenatore. La letteratura la lascio all'amico Arpino».
— Legge molto?
«Sarò un sentimentale e forse un sorpassato ma in questo periodo leggo soprattutto poesie».
— Preferisce il premio Nobel Eugenio Montale o il suo concittadino Pier Paolo Pasolini?
«Preferisco tornare ai classici. Al liceo amavo Orazio e mi sono convinto che è sempre valido, per questo lo rileggo volentieri».
— Orazio è stato maestro di satira e ha insegnato anche a vivere alla giornata. Si sente pure epicureo?
«Amo la buona tavola ma bevo solo acqua minerale».
— Non poteva quindi andare d' accordo con due esperti di vino come Rocco e Fabbri.
«Con Fabbri ho litigato per un altro motivo».
— Non avete più fatto pace?
«Diciamo che non abbiamo più avuto occasione di incontrarci. Ma questo è un episodio triste della mia vita, non vorrei ricordarlo».
— Pozzo caricava gli azzurri suonando l'inno del Piave. Se vi mettete a suonarlo lei e Bernardini, come reagirebbero i nazionali di oggi?
«Io le dico che quando ascolto le note dell'Inno di Mameli sento un brivido per la schiena. E mi commuovo sempre».
— Forse è retorica mentre il calcio dovrebbe essere soprattutto spettacolo.
«Ma l'inno di Mameli è quel qualcosa in più che serve per caricare i giocatori. Anche se mi rendo conto che il prestigio della patria non si difende solo sui campi di calcio».
— Secondo lei perché l'Italia calcistica è in crisi?
«Perché è in crisi tutta l'Italia. Non si crede più in certi valori che per me sono indispensabili come la famiglia, la patria, il lavoro».
— I giovani contestano tutto. Secondo lei i giovani sono vittime o sono invece responsabili di questo sfacelo?
«Secondo me i giovani sono più responsabili che vittime. L'Italia che abbiamo consegnato a questi giovani non era certo quella che noi stessi avevamo sperato di costruire dopo la guerra ma non è nemmeno il caso di sfasciare tutto. A mio avviso oggi si esagera con la contestazione e con la violenza».
— Anche sui campi di calcio...
«Se si vuole salvare l'Italia bisogna tornare a credere in certi valori tradizionali».
— E per salvare quello che è di nostra competenza, cioè l'Italia calcistica cosa bisogna fare?
«Cercare di giocare meglio e di lottare di più».
— Bernardini puntava sui piedi buoni, lei punta soprattutto sul cuore...
«L'ideale sarebbe giocatore di classe e di temperamento. Il cuore da solo non basta, come non bastano ì piedi buoni. Perché oggi il calcio è cambiato».
— In che senso?
«Nel senso della velocità. Quando si giocava a ritmo lento, la classe poteva essere sufficiente per imporsi. Ma con il ritmo frenetico di oggi, il vigore atletico è determinante. Se non si lotta, non si vince».
— Qual è il giocatore che ha preso a modello?
«Da ragazzo, essendo un giocatore di temperamento, invidiavo quelli dai piedi buoni. E siccome la squadra dei miei sogni era l'Inter, Aldo Campatelli era il mio ideale come giocatore».
— Adesso però tifa per il Torino...
«Poi sono arrivato ad amare profondamente il Torino forse perché quella granata è l'unica squadra di una grande città che conserva una venatura provinciale. O forse perché era ancora vivo in noi il tragico ricordo di Superga».
— E' vero che a Lignano Sabbiadoro ha un albergo che porta il nome del Torino?
«E' vero, ma non sono stato io a scegliere il nome. Fu l'architetto a chiamarlo Hotel Torino al momento di depositare il progetto».
— Lei pensa che l'Italia possa imitare l'Olanda?
«Io ritengo che per noi sia più imitabile la Polonia. Perché la Polonia si è chiaramente rifatta al nostro sistema dì gioco migliorandolo e rendendo più veloce la manovra».
— Cosa ricorda dei suoi vecchi allenatori?
«Da tutti ho imparato qualcosa. Ricordo la competenza tecnica dell'ungherese Jure Senkey, la laboriosità di Fioravante Baldi, la bontà d'animo del povero Beniamino Santos e l'acutezza di Annibale Frossi».
— Lei si considera un utopista?
«Credo invece di essere un realista».
— Va spesso a teatro?
«Non molto, ma ci vado sempre volentieri».
— Preferisce la prosa o la rivista?
«La prosa».
— I suoi attori prediletti?
«Mi piace il tandem Giorgio Albertazzi-Anna Proclemer».
— Si occupa di politica?
«Non ho tempo per occuparmi di politica e non ho mai avuto la tessera di un partito. Però certo ho le mie idee».
— Sono idee di sinistra?
«Naturalmente. Penso che sia una cosa naturale, il mondo va a sinistra».
— E' religioso?
«Sì e ho conosciuto personalmente anche due papi. Pio XII e Giovanni XXIII».
— Che impressione ne ha ricevuto?
«Sono rimasto affascinato da entrambi e può sembrare una contraddizione data la personalità così diversa dei due pontefici. Mi aveva colpito la figura ascetica di Eugenio Pacelli, ma mi aveva conquistato anche la democratica semplicità di Angelo Roncalli, un papa che ispirava tanta simpatia».
— Ha letto gli ultimi documenti della Chiesa in maniera di etica sessuale? Cosa ne pensa?
«Penso che la Chiesa abbia il diritto di far sentire la propria voce, pur senza coercizioni dì sorta, ma penso anche che debba adeguarsi ai tempi. Il mondo si evolve in continuazione, non solo nel calcio».
— Cioè lei vuol dire che l'amore non deve essere più considerato peccato?
«Penso che i preti debbano interpretare con una certa indulgenza anche il sesto comandamento».
— I giocatori commettono spesso atti impuri?
«Non sono il loro confessore, sono soltanto il loro allenatore».
— Qual è l'uomo politico che è più simpatico?
«Dico la verità; mi piace Amintore Fanfani».
— E dopo di lui?
«Ho una certa simpatia anche per Enrico Berlinguer».
— Berlinguer e il professore...
«Penso proprio che i tempi siano maturi per il compromesso storico».
— La Federazione l'ha già fatto tra lei e Bernardini...
«L'unico compromesso possibile è quello tra un cattolico e un comunista».
— Tra Bearzot e Bernardini...
«Non si può parlare di compromesso storico perché la pensiamo alla stessa maniera».
ENZO BEARZOT   febbraio 1976
Un Bearzot all'epoca ancora tutto da scoprire, racconta della sua
vita, della sua famiglia e della coabitazione con Bernardini alla guida della Nazionale...
Damiani esulta dopo una delle due reti contro la Roma
Bernardini e Bearzot
Fulvio Bernardini ed Enzo Bearzot: la strana coppia del calcio italiano
Cerchiamo di conoscere meglio il discusso allenatore della Nazionale, l'uomo cui è affidata buona parte delle speranze di arrivare ai Mondiali. Dice di andar d'accordo con Bernardini ma non condivide le sue teorie sui piedi buoni. Raccontando se stesso rivela la sua passione per la medicina che gli avrebbe lasciato la tendenza alla sperimentazione anche nel calcio

Il "gabinetto" del dottor Bearzot
«L'ideale sarebbe un giocatore di classe e di temperamento. Il cuore da solo non basta, come non bastano i piedi buoni.
Perché oggi il calcio è cambiato».
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